13 marzo 2013

Aspettando la fumata grigia

Senza papa. Senza governo e senza presidente della Repubblica.
Aspettiamo una fumata grigia: nell'attesa, ci tocca sentire l'ennesimo monito del quirinale che, di fatto, concede a Berlusconi un legittimo impedimento fino a metà aprile perché, dopo la piazzata del PDL di fronte al palazzo della (fu) Giustizia è "comprensibile la preoccupazione" del partito "che il suo leader possa partecipare adeguatamente a questa complessa fase politico-istituzionale".

D'altronde, Berlusconi è sotto processo solo per prostituzione minorile, corruzione, evasione e finanziamento illecito ai partiti.
E' giusto che anche lui, essendo stato votato dagli italiani, possa dire la sua sul futuro governo e sui futuri assetti istituzionali.

Proseguono gli incontri tra PD e M5S: i grillini vorrebbero una camera, il PDL vorrebbe qualche commissione e una camera.
Nel PD il dossier Renzi ha fatto rumore: sono le grandi manovre per le prossime primarie e la strada per Palazzo Chigi per Bersani si fa più stretta.

Il tutto alla faccia degli italiani che hanno firmato per il referendum sulla legge elettorale, sulla incandidabilità di Berlusconi, contro il legittimo impedimento, contro i partiti della strana maggioranza.
E intanto, mentre si aspetta la fumata grigia, nel paese la crisi si fa sempre più grave.
Ieri abbiamo piazzato i Bot ad un tasso superiore da 1,094 per cento a 1,28.
Le aziende italiane sono sempre più in crisi e continuiamo a perdere posti di lavoro.
Lo stato italiano è cattivo debitore, il crollo dei consumi degli italiani blocca la ripresa e, con queste premesse, l'intera ripresa industriale è bloccata.
In Lombardia sono finiti i soldi della cassa integrazione in deroga (ma non si arrestano le inchieste giudiziarie sugli scandali tra sanità, politica e affari).

"Vertice Ue, ultima chance per pagare i debiti di Stato" di Stefano Feltri

LA DOMANDA INTERNA è ferma, l’unico soggetto che potrebbe garantire commesse è lo Stato, ma questo non paga neppure gli arretrati che oramai sono arrivati a 71 miliardi. Le banche non accettano più di scontare i crediti, quindi chi lavora con la Pubblica amministrazione è spacciato. Secondo il Cerved, la situazione è più grave di quella del 2009, l’anno in cui il Pil italiano sprofondò del 5,1 per cento. Se le imprese continueranno a collassare a questa velocità, ci sarà ben poco sui cui innestare la ripresa. E i crediti delle banche diventeranno sempre più difficili da riscuotere, costringendo i grandi gruppi a svalutazioni e ad aumenti di capitale che nessuno può sostenere. Normale che chi deve prestare soldi all’Italia pretenda un tasso più alto: se il Pil non si riprende, il peso del debito rischia di diventare insostenibile. Quindi comprare Bot è più rischioso di prima.

C’è una possibilità di uscire da questa spirale asfissiante. Forse l’ultima possibilità. È il Consiglio europeo che si apre domani a Bruxelles, la riunione dei capi di Stato e di governo. Per l’Italia ci sarà ancora Mario Monti, che ha concordato con Pier Luigi Bersani una strategia con un punto irrinunciabile: ottenere il via libera a un intervento una tantum per pagare subito alcuni miliardi di arretrati ai fornitori dello Stato. Senza che il debito pubblico necessario a saldare il conto venga equiparato a spesa corrente e finisca nel conto generale. “Negli accordi che potrebbero essere varati dal vertice si può prevedere uno scambio tra gli impegni a perseguire una serie di riforme e una maggiore flessibilità sul debito”, spiega Sandro Gozi, deputato Pd che ha lavorato alla strategia europea di Bersani. È l’ultima occasione: se anche questo Consiglio passa senza che vengano concesse deroghe, si metterà in moto l’anno di bilancio europeo (che prevede il rimpallo tra Stati nazionali e Bruxelles di leggi finanziarie e progetti di riforme) e gli spazi per agire saranno sempre meno.

NON CI SONO ALTERNATIVE all’intervento una tantum. Un recente report dell’Ance, l’associazione dei costruttori che è ormai nel panico (il settore è fermo e lo Stato non paga 24 miliardi), l’approccio Monti è stato un flop totale. La certificazione dei crediti verso lo Stato, che doveva essere il primo passo per un graduale smaltimento dell’arretrato, è stata un disastro: in otto mesi sono stati certificati tre milioni (milioni!) di euro su 70 miliardi. Troppo lenta e farraginosa la procedura, inadeguata l’infrastruttura informatica e così via. In soli cinque mesi in Spagna – Paese non celebre per la sua efficienza burocratica – invece sono stati pagati ben 27 miliardi di euro. A costo zero per le imprese (che però hanno rinunciato a interessi, aggi e oneri accessori, ma ne valeva la pena). L’Italia ha recepito in anticipo sulla scadenza del 16 marzo la direttiva che, per il futuro, impone pagamenti in 30 o 60 giorni, pena interessi colossali (sopra l’8 per cento) e le imprese avranno maggiore facilità a rivalersi in tribunale. Il funzionario che non paga il dovuto rischia grosso. Ma se non si comincia a sanare l’arretrato, si aggrava la paralisi.


A questo punto, la prossima fumata grigia (per un governo, per una maggioranza, per il Colle) sarà su un cumolo di macerie.

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