21 maggio 2018

Il ruolo della stampa

"La stampa serve chi è governato, non di chi governa": il momento clou del film di Steven Spielberg "The Post" è quello in cui il NY Times e il W. Post vincono in giudizio contro l'ingiunzione dell'amministrazione Nixon che chiedeva loro di non pubblicare i "Pentagon papers".
Per questione di sicurezza nazionale, questa la scusa: in realtà si intendeva nascondere l'ipocrisia sulla guerra in Vietnam delle varie amministrazioni, da quella di Kennedy a quella di Nixon.
Si sapeva già dal 1966 (dal lavoro di analisi fatto dall'ex ministro McNamara) che la guerra in Vietnam non poteva essere vinta ma nonostante questo venivano mandati a combattere e morire altri ragazzi e a spendere altri soldi (per favorire l'industria degli armamenti).

La Corte Supera americana assolve i due giornali dalle accuse (violare la sicurezza, oltraggio alla corte) con una motivazione che fa storia: "La stampa serve chi è governato, non di chi governa".

Ecco pensavo a questa scena, alla passione con cui Ben Bradlee difendeva il suo diritto di fare informazione e fare domande al potere: "se non le facciamo noi, chi le fa?".
E mi veniva in mente quello che è successo in Italia nell'estate del 2012, quando l'ex ministro Mancino telefonà all'ex presidente Napolitano e al suo consigliere D'Ambrosio, per parlare del processo sulla trattativa: processo in cui Mancino era imputato (e da cui è uscito prosciolto).

Quei nastri sono finiti bruciati, su ordine diretto del presidente della Repubblica.
Nessun diritto all'informazione, nessun emendamento da far valere: l'opinione pubblica non doveva sapere, in special modo non doveva e non deve sapere cosa è successo in Italia tra la primavera del 1992 e quella del 1994.
Quando la democrazia in Italia è finita sotto attacco, sotto ricatto delle bombe, del piombo, da parte di quanti intendevano bloccare il processo di cambiamento in questo paese.
Dopo la caduta del muro di Berlino. Dopo la crisi dei partiti. Dopo la fine di Jalta.

Ecco, ricordatevi di questo quando mercoledì i signori delle istituzioni celebreranno l'anniversario della morte di Giovanni Falcone.

Un popolo che era di navigatori e santi – le inchieste di Report


La simulazione di Report. Se il porto di Gioia Tauro si trasformasse in quello di Rotterdam ci sarebbe un impatto economico nazionale. Dai porti alle nuove imprese, volumi di affari triplicati, crescita e posti di lavoro. Inoltre: eravamo un popolo di navigatori e santi, lasciamo un po' a desiderare. che fine hanno fatto le decine di milioni di euro spariti dalle casse di San Francesco?

Eravamo un popolo di Santi, navigatori e poeti.
Oggi è sparita la poesia (e anche la lettura in generale), sempre più rari i santi (e nemmeno puoi fidarti degli ordini religiosi) ed è sempre più difficile fare i navigatori.
Battute a parte, i servizi di Report di questa sera toccheranno due argomenti diversi: lo scandalo dei poverelli di Assisi e come rilanciare il porto di Gioia Tauro, rilanciando l'economia e l'occupazione.

Nell'anteprima, si parla delle coste: delle coste che c'erano una volta e che costituivano il fiore all'occhiello per il turismo nel nostro paese e che oggi stanno sparendo metro per metro.
Colpa dei cambiamenti climatici e colpa anche del poco rispetto da parte degli amministratori locali e dei politici nazionali che hanno consentito anni di scempi.
Fiumi dirottati o con l'alveo cementificato, il cemento che si prende pezzi di mare stravolgendone gli equilibri.

Su 7600 km di coste le spiagge in via di erosione sono 1200, abbiamo perso 35kmq in 50 anni, con un arretramento delle coste che va dai 25 ai 200 metri: colpa dell'erosione, un fenomeno cui ha contribuito la costruzione di porti e strade a ridosso delle coste.
Per cercare di frenare il fenomeno, si spendono milioni nel rimettere la sabbia al largo, ma basta una mareggiata per far tornare tutto come prima.
Ci guadagnano solo le ditte incaricate di buttare sabbia, ma è come svuotare il mare con un cucchiaino.


Stessa spiaggia, stesso mare? A ritrovarla la spiaggia! Lungo gli oltre 8.350 chilometri di costa oggi il fenomeno dell’erosione rischia di far scomparire alcune tra le spiagge più amate dai turisti stranieri e italiani: Eraclea Minoa, in Sicilia, per esempio, e quelle lungo tutta la dorsale adriatica.Secondo i dati del ministero dell’Ambiente l’Italia in cinquant’anni ha perso più di 35 chilometri quadrati di coste. Le cause sono diverse: le correnti che mutano per effetto dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento del livello dell’acqua, ma è soprattutto l’uomo causa dei suoi mali. La costruzione di moli, le opere civili lungo i litorali italiani mutano il flusso delle correnti. E il rinascimento è diventato un business milionario che ingrassa le ditte che operano in emergenza. Tra progetti a macchia di leopardo e pianificazioni mancate servirebbero oltre quattro miliardi di euro per rimettere a posto le coste italiane. Ma esiste un modo per risolvere il problema una volta per tutte? 

C'erano una volta i poverelli

Che fine hanno fatto le decine di milioni nelle casse di San Francesco?
Dopo aver inseguito i soldi dei furbetti nei paradisi fiscali, Alberto Nerazzini andrà sulle tracce dei soldi donati all'istituto di San Francesco oggi spariti nel nulla.

La scheda del servizio: I poverelli di Alberto Nerazzini
Cosa si nasconde dietro lo scandalo che coinvolge uno degli istituti religiosi più importanti della Chiesa? Decine di milioni di euro, frutto di lasciti, donazioni e rendite immobiliari sono spariti nel nulla, affidati, tra il 2007 e il 2014, a un faccendiere che si muove tra Italia, Africa e Svizzera. Lo scopo, più che servire le opere pie, sembrerebbe quello delle speculazioni finanziarie.Quando i nuovi vertici dei Frati Minori si accorgono del buco nelle loro casse, denunciano e comincia una storia dove a confondersi non sono solo il bene e il male, ma anche le strategie, i personaggi, gli interessi. Il piano religioso s’intreccia a quello giudiziario: una Procura che vuole archiviare, un giudice che invece respinge e ordina il processo per i tre economi dell’ordine, il misterioso uomo di fiducia dei frati trovato impiccato nella sua villa.Alberto Nerazzini ha seguito le tracce dei soldi e le orme dei francescani e ne emerge una spy story, dove la realtà dei fatti supera la fantasia.


Come rilanciare il porto di Gioia Tauro

L'inchiesta di Michele Buono lunedì alle 21.15 su Rai3.
Se l'Italia con tutti i suoi porti diventassi una grande Rotterdam? Ci sarebbe un impatto economico nazionale: nuove imprese, volumi di affari triplicati, crescita e posti di lavoro.


Un grande polo logistico in mezzo alle rotte di merci e beni: questo lo scenario che ci racconterà Michele Buono questa sera.
Riusciremo ad afferrare questa opportunità, questa ricchezza che ci passa sotto il naso?
Oppure vogliamo continuare a tenere il sud e la Calabria abbandonate a sé stesse, in mano ai capibastone dei partiti, ad imprenditori che vivono coi soldi pubblici e vicini alle ndrine?

Le merci, le informazioni si spostano per il mondo e l'Italia è su una rotta che è diventata centrale: una rotta che parte dal sud e dall'est e che per arrivare nel nord Europa passa proprio per l'Italia.
Suez ha raddoppiato la sua capacità, cosa stiamo aspettando per rendere il nostro porto la porta d'ingresso per l'Europa?

La prima anticipazione su Raiplay:

Ad oggi le navi preferiscono fare migliaia di km in più per arrivare ai porti del nord. Eppure basterebbe migliorare le infrastrutture, togliere di mezzo le infiltrazioni mafiose e le inefficienze.
Si rafforzerebbe l'Italia e l'Europa, perché potremmo fare vera concorrenza mondiale come un immenso continente logistico unitario, spiega Bart Kuipers, docente di economia proprio all'università di Rotterdam.
Si tratta di legare il porto alle attività di filiera alle spalle: servono collegamenti veloci tra il porto alle stazioni, su verso il nord, da Gioia Tauro a Bari, da Napoli (l'altro porto del sud del paese) a Bari. E da Bari verso l'Oriente.
La seconda anticipazione:


A Bari stanno sperimentando un sistema innovativo di monitoraggio dell'aria e dell'acqua, di previsione delle condizioni meteo, basato su tre punti diversi del porto: obiettivo è ridurre l'inquinamento nel porto e ottimizzare l'attracco delle navi nelle banchine.
In questo sistema si utilizzano forme di “realtà aumentata” per vedere le quantità di merce in una nave, per simulare le manovre di attracco delle navi: l'intero porto è monitorato da delle telecamere virtuali che permettono tutti i controlli senza aprire le stive delle navi.

Anche questo sistema, Ismael progettato dalla DBA Lab di Treviso, è un pezzo della filiera dei trasporti e della logistica:

Le potenziali applicazioni di “Ismael” sono i siti portuali e le filiere logistiche. Sensori distribuiti sul territorio raccolgono dati relativi alle condizioni meteorologiche, alle concentrazioni di sostanze inquinanti, al transito di veicoli nell’area d’interesse, e così via. Una piattaforma software, funzionante sulla base di paradigmi innovativi come l’Internet of Things e i Big Data, raccoglie i dati provenienti dai sensori e quelli generati da sistemi informativi portuali, come gli spostamenti delle navi. Il risultato è la creazione di sofisticati modelli in grado di predire i fenomeni studiati. “E’ così, Ismael predice il verificarsi di fenomeni ambientali diversi”, ha detto Francesco De Bettin, “e offre quindi la soluzione per ottimizzare l’attività portuale. Ciò è reso possibile dalla presenza di un centro di calcolo dedicato, presso il quale i modelli predittivi saranno addestrati ed eseguiti”.
Ismael” è una assoluta novità sul mercato perché mette insieme i Big Data, la loro raccolta e la loro elaborazione con la rappresentazione per immagini del fenomeno monitorato. È possibile infatti vedere la banchina del porto con l’accumulo di container, la nave che sta arrivando e l’ingorgo provocato dal traffico o da un semaforo in tilt sull’arteria che deve essere percorsa dai camion in entrata o uscita dal porto. “Forse”, ha detto il presidente Francesco De Bettin, “occorre più fantasia per individuarne gli innumerevoli campi di applicazione che per progettare Ismael. Infatti si possono affidare a Ismael anche la predizione dei cedimenti di una trave su un viadotto autostradale, il calcolo dell’accumulo di sabbia che blocca l’accesso al porto e, in prospettiva, il monitoraggio di altri siti d’interesse”. Il progetto coinvolge importanti università e centri di ricerca nazionali e, grazie alla collaborazione con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale, verrà realizzato in forma sperimentale presso il Porto di Bari.


La scheda del servizio Dentro la mappa di Michele Buono
Se Gioia Tauro si trasformasse in Rotterdam? Una simulazione in forma d’inchiesta per calcolare l’impatto economico di un sistema portuale nazionale integrato, dalla Calabria al resto d’Italia.Il grosso dei flussi della ricchezza globale passa dal mare e i porti sono le postazioni migliori per prendere e restituire ricchezza. Nel Mediterraneo ci passa sotto il naso la maggior parte delle rotte commerciali via nave che, attraverso il Canale di Suez, collegano l’Oriente con il Nord Europa e la costa atlantica americana. Rotterdam da sola movimenta ogni anno un numero di container superiore a quello che movimentano tutti i porti italiani messi insieme, con un impatto economico e sull’occupazione che dal porto si irradia a tutto il paese. L’Italia ha 7.600 chilometri di coste, piene di porti, nel centro del Mediterraneo. Solo a qualche migliaio di chilometri da noi c’è il canale di Suez che ha raddoppiato la sua capacità. Quindi, l’Italia si trova ora su una strada che da periferica è diventata centrale. È come se si fosse capovolto il mondo.Se Gioia Tauro si integrasse con il resto dei porti italiani, l’intera penisola diventerebbe un immenso retroporto; ci sarebbe un impatto economico nazionale: nuove imprese, volumi di affari triplicati, crescita e posti di lavoro. 


20 maggio 2018

Non siete credibili

Ieri mattina leggevo quanto scriveva il direttore del Fatto Quotidiano sull'accordo o contratto tra Lega e M5S, sostenendo che non fosse un programma di destra, perché conteneva aspetti su giustizia, sull'annullamento del TAV, su nuove carceri, sul salario minimo, sull'acqua pubblica..


Cosa c'è di reazionario su queste riforme?

Nulla, se non che non è credibile che la Lega di Salvini le voglia fare veramente mettendoci la faccia e mettendo a rischio pure l'alleanza con Berlusconi.
La Lega è quella che ha contribuito al decreto Ronchi che portava alla gestione privata del servizio idrico.
Nei suoi anni di governo ha contribuito alle leggi ad personam, che hanno ingolfato la macchina della giustizia.
Faccio fatica a credere che Salvini sforni una legge che blocca la prescrizione al rinvio a giudizio (o alla condanna in primo grado).

Ma non è credibile nemmeno l'opposizione: il pd è lo stesso partito del piano Minniti per bloccare la percezione di insicurezza, dei daspo, degli sgomberi, del piano con le milizie libiche.
Il partito del piano casa che toglieva a chi occupava le case luce e acqua.
Il partito che aveva presentato una sua legge sulla legittima difesa.

Nessuno è credibile ora.
Ma attendo di essere smentito.

Il fuggiasco, di Massimo Carlotto



Introduzione

Ho un passato ingombrante. Per metterlo da parte e pesare finalmente ak futuro ho dovuto usare cinque grandi casse di legno. In una settimana di meticoloso lavoro, ho archiviato novantasei chili di atti giudiziari, migliaia di lettere e di telegrammi, centinaia di articoli di giornale, decine di videocassette di programmi televisivi – da Telefono giallo a Portobello, da Mixer a Il coraggio di Vivere. Le cinque casse, che adesso stanno in cantina, conservando la documentazione die miei ultimi diciotto anni di vita. Quasi metà della mia esistenza.Sono un caso giudiziario, il «caso Carlotto».

Avevo comprato questo libro da tanto tempo, Il fuggiasco di Massimo Carlotto, ma per tanti motivi non mi ero mai messo a leggerlo.
Sono stato spinto dalle polemiche dellasettimana passata, dopo che era uscita la notizia che l'autore avrebbe presentato un programma in Rai.
Scandalo, orrore, una persona condannata per un omicidio non può andare in Rai: si dimenticavano, i giornalisti e i politici che hanno poi cavalcato questa polemica, di ricordare tutta la vicenda giudiziaria (e personale) dello scrittore padovana, cominciata in quel 20 gennaio 1976, con la scoperta del corpo dell'amica colpita a morte da diversi colpi di coltello.
E terminata, diciassette anni dopo, il 7 aprile 1993, con la grazia concessa dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Strano questo paese.
Riesce ad accettare un pregiudicato al Quirinale, a discutere di ipotesi di governo col Presidente della Repubblica ma non uno scrittore che è stato condannato in un processo che è andato avanti e indietro tra i vari gradi di giudizio: condanna arrivata per una serie di circostanze “strane”, di quelle che fanno pensare che non è vero che la legge sia uguale per tutti.
Perizie e prove sparite.
Una corte che ha rimandato il giudizio di colpevolezza alla Corte Costituzionale, perché non sapeva se dover applicare il nuovo codice (eravamo a cavallo della riforma del codice di procedura penale) o il vecchio.
Una storia che ha mobilitato una grande massa di amici, intellettuali, scrittori, persone che si sono appassionate a questa storia.
Eppure.

Eppure siamo sempre rimasti lì, a giudicare in base ad un giudizio sommario (come capitato a Carlotto), senza voler capire, leggersi le carte, informarsi.
Di errori giudiziari è piena la storia italiana, di condanne frettolose anche (vi ricordate ancora la storia di Enzo Tortora, vero?).
Ma basta, non vorrei aggiungere altro riguardo i processi che ha dovuto subire: questo romanzo colma una lacuna nella sua storia personale, almeno da parte mia.
Lo conoscevo Massimo Carlotto, anche personalmente, per averlo incontrato in diverse presentazioni di suoi libro. Ma non conoscevo gli anni della sua vita passati da latitante quando, dopo la condanna in Appello, confermata dalla Cassazione, decise di sfuggire al carcere andando in Francia, a Parigi, un paese che aveva accolto tanti altri italiani, su cui pendeva una condanna per reati di terrorismo.
Carlotto divenne “latitante per caso”, per una scelta istintuale: spiega così la sua scelta, di ragazzo poco più che ventenne.

Accettare di scontare la pena adoperandosi per renderla più breve possibile sarebbe stata una mossa furba per il futuro della mia vita, ma avrebbe significato dare legittimità alla sentenza della mia condanna. Avevo preferito invece un atto di assoluta rottura come la fuga per dividere in modo netto e inequivocabile la verità dalla menzogna, la giustizia dall'ingiustizia e il diritto dall'arbitrio.

Cosa si prova ad essere latitante? – in tanti gli hanno posto questa domanda: “la latitanza è come il blues, uno stato dell'anima”, è la risposta che più mi piace e che credo sia la più naturale conoscendo il personaggio.

Questo libro racconta la vita di latitante, in quegli anni, nel modo più onesto possibile: come ha recitato quel ruolo nel palcoscenico umano, adottando look sempre diversi, dallo studente, all'impiegato anonimo.
L'importanza di spiare la vita dei vicini, quando si entrava in una nuova casa, per comprenderne le abitudini, per capire se c'era qualcuno un po' troppo interessato alla sua presenza.
I tanti lavoretti cui si è dedicato per sopravvivere, principalmente le traduzioni dall'italiano, sebbene poi il suo sostentamento è in gran parte arrivato dalla famiglia, che l'ha sempre aiutato.
L'incontro in Francia con gli esuli cileni dopo il terribile golpe del 1973 (l'altro 11 settembre).
L'ansia che sopraggiunge per la lontananza da casa, dalla famiglia, per la paura di essere bloccato dalla polizia (da cui spesso si è salvato grazie al “Dio protettore dei latitanti”): un ansia da cui ha cercato di anestetizzarsi col cibo, diventando in quegli anni bulimico.
Da Parigi al Messico, grazie ad un libro e ad un desiderio di Alessandra, la sua fidanzata di quegli anni: i capitoli dedicati a quel periodo sono un racconto interessante perché descrivono un mondo per noi lontano, di cui sappiamo poco.
La sinistra divisa in perenne conflitto tra loro; il caotico mondo di Città del Messico, una metropoli in cui perdersi (e in cui ogni anni scomparivano migliaia di bambini, in un gorgo di pedofilia, traffico degli organi).

A Carlotto è capitato di dover trascorrere dieci giorni in una stazione della metropolitana alla ricerca del figlio di un'amica:
.. un'esperienza che mi ha segnato per tutta la vita. Non solo per l'angoscia che mi attanagliava ogni ora del giorno, ma soprattutto per il senso di impotenza di fronte ad una città talmente grande da ingoiare qualsiasi cosa, senza una spiegazione, come se non fosse mai esistita. Nella più completa indifferenza. Anche un bimbo che avevi visto giocare fino a poche ore prima”.

La città delle baracche, dell'enorme fame, dell'inquinamento che uccideva persone come fossero in guerra (Carlotto cita l'episodio dell'esplosione della centrale della Pemex (Petroleum Mexicanos), coi suoi 2000 morti, molti di cui seppelliti in fosse comuni).
Scappare dalla tela di ragno della giustizia (o ingiustizia) italiana per finire in mezzo agli ultimi della terra, con la scoperta della rivoluzione zapatista.

Infine, la non meno importante questione dei rapporti affettivi, con Alessandra e, dopo la fine della loro relazione, con altre ragazze incontrate: rapporti difficili per la sua condizione eppure rapporti importanti, per sentirsi ugualmente vivo
Un essere umano privato della libertà o costretti ad abbandonare il proprio paese, si trova ad affrontare un'esperienza drammatica e si aggrappa disperatamente al rapporto affettivo, non solo mosso dall'amore ma anche per garantirsi un minimo di continuità col passato.

L'esordio del racconto coincide in realtà con la fine della della sua latitanza, per il tradimento dell'avvocato che avrebbe dovuto aiutarlo ad ottenere i documenti per una nuova identità.
Era il 1985 e da cui inizia la seconda parte della vita da latitante non più latitante: espulso dal Messico e auto costituitosi di fronte alle autorità italiane (che, paradossalmente, non avevano ancora spiccato contro di lui alcun mandato di arresto).
Da qui la revisione del processo, la nascita dei comitati in suo favore, il supporto di amici, scrittori come Jorge Amado e intellettuali come Norberto Bobbio.
I processi a cavallo della riforma del codice penale e la corte d'Assise d'Appello di Venezia che rimanda tutto alla Corte Costituzionale che sentenzia come per Carlotto dovesse valere il nuovo codice, secondo cui avrebbe dovuto ottenere l'assoluzione.
E invece arrivò la condanna, e con lei la malattia.

Non tralascia nulla di quei mesi, l'ex latitante Carlotto, compreso l'idea del suicidio, come estremo atto di ribellione all'ingiustizia.
La grazia di Oscar Luigi Scalfaro ha risparmiato questo atto estremo e ci ha consegnato uno scrittore che oggi è considerato uno dei migliori narratori del paese, della sua anima nera, della sua anima ambigua, né bianca né nera.

Scorrendo tutte le storie, si comprendono le origini dei suoi personaggi: il Calvados, il liquore preferito dell'Alligatore, la passione per il cibo, la denuncia contro i poliziotti corrotti..

La scheda del libro sul sito dell'editore Edizioni E/O
Il blog dell'autore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

18 maggio 2018

Palazzo Chigi non vale la messa

Ma vale veramente la pena, per il M5S, tutto questo compromesso nei temi da inserire nel contratto di governo (il lavoro, la TAV che non si ferma, il sud) pur di entrare a Palazzo Chigi?
Al prossimo giro elettorale, che a questo punto non sembra così lontano, rischiate di perdervi tutti i delusi di sinistra.
Il sondaggio pubblicato oggi sul corriere indica come, a due mesi dalle elezioni, solo la Lega è cresciuta.
Che ora, nel contratto definitivo, ottiene la legittima difesa, un po' di flat tax, una stretta sugli immigrati (una cosa ben diversa dalla proposta fatta da Report e da Milena Gabanelli), il ritorno dei voucher, il made in Italy, il superamento della fornero.. Tutti temi da sventolare di fronte al paese.

Certo, ci sono dentro norme interessanti su giustizia, risanamento dell'Ilva. Ma nel primo caso si rischia di finire impantanati in Parlamento nel secondo caso ci sono di mezzo gli indiani.
Ne vale la pena? Ne valeva la pena farsi prendere in giro, dal centro destra e anche dal Pd che ora si sta godendo i popcorn, mentre il paese aspetta.

17 maggio 2018

Preludio a un bacio, di Tony Laudadio



Intro


La parola è sorella stronza della musica. È invidiosa, perfida, ti convince a fidarti di lei mentre parli, e dopo ti accorgi di aver fatto un disastro. Anzichè aiutarti a costruire ponti, si affanna a distruggerli. È disonesta, la parola, e per questo spesso taccio.

Un racconto a ritmo di jazz, con note musicali al posto delle parole, per esprimere meglio le emozioni e le sensazioni, laddove la parola non arriva: è la storia di Emanuele, un uomo arrivato ai cinquant'anni con una storia alle spalle di musicista jazz col suo sax, tanti amori, nessuno sbocciato in qualcosa di serio, tante ambizioni e troppe delusioni.
E un presente vissuto per strada, sempre assieme al suo jazz, che suona nella sua piazzetta utilizzata come palco, per raccogliere quei pochi spiccioli dalla generosità delle persone che passano e magari battono il piede al ritmo delle sue canzoni.
Perché Emanuele è un barbone, una di quelle persone che vediamo fermi, ai margini delle strade e delle piazze (e anche della vita) e a cui non concediamo che pochi attimi della nostra attenzione.
Eppure Emanuele è una persona istruita, amante della musica e anche delle buone letture:
"Ho fatto un buon liceo, niente di più, ma ho sempre avuto una passione per i libri, e le librerie sono un luogo ideale dove passare il tempo... Negli ultimi anni ho trascorso quasi ogni giorno almeno un paio d'ore a leggere a sbafo sulle poltroncine di quella sul corso..."

Sarebbe anche una bella persona, senza quella barba, l'aria sfatta, di chi dorme in uno scantinato (che doveva essere solo una sistemazione temporanea) e che si consola solo con la musica e l'alcol.
Finché un giorno Emanuele non viene aggredito per strada, da un ladro forse più disperato di lui.
«Lei è rimasto in coma per quattro giorno. E' stato aggredito. L'hanno colpita con una sbarra di ferro, suppongo per rapinarla».«Per rapinare me? Dovevano essere proprio disperati».

Il suo sax si è salvato assieme a poche altre cose (no i documenti no, quelli li aveva persi da tempo): gli fa compagnia nel letto d'ospedale dove viene curato
Il sassofono è quantomeno un suono amico, una frase consolatoria, il ricordo di un'umanità scomparsa: la mia. Lo guardo e mi fa l'impressione di un gatto acquattato sotto un'automobile per paura, gli occhi sbarrati e attenti, in una posizione che pare raccolta e pronta all'azione. Ed è solo un gattino indifeso.

In ospedale incontra un poliziotto scocciato di dover seguire il suo caso (chi avrebbe voglia di investigare sull'aggressione ad un barbone?)
Erano le nove di sera circa ed ero completamente solo, però avevo gli occhi chiusi. Stavo suonando un pezzo di Duke Ellington che amo molto, Prelude to a kiss (ma che differenza farebbe, mi chiedo), gli faccio lo spelling perché ovviamente non lo sa scrivere.

Soprattutto, al risveglio dal trauma, incontra Alessandra, la dottoressa che dimostra empatia per lui, per la sua storia, per la sua cultura. Forse anche per la sua persona. Perché i pochi giorni di ospedale hanno tirato fuori un altro Emanuele, più curato: una volta fuori, però, rischia di finire nuovamente nei guai, sfrattato dal suo tugurio di fortuna, aggredito da un altro barbone a cui ha conteso un anfratto da cui cercar riparo in queste fredde notti di dicembre.

Ma il destino ha in mente altro per Emanuele: da questa aggressione viene salvato da Maria, la barista del Blue Bird, un locale antistante la sua piazzetta dove entrava per cercare riparo dal freddo o per bere quel bicchiere che ti da la forza di andare avanti.

Maria non è una ragazza qualunque, una con cui scambiare qualche parola tra una suonata e l'altra: fa parte del suo passato, di quei rimpianti che si porta dentro.
Maria è sua figlia, nata da una relazione durata solo un'estate di 25 anni prima, con una bella ragazza bionda che veniva ai suoi concerti, lo osservava, lo guardava con quello sguardo che hanno le donne quando vogliono catturarti.
Maria è nata da quell'incontro, troppo breve, tra Emanuele e Angela, questo il nome della ragazza: poi le loro vite si sono separate costringendolo ad un ruolo di osservatore della vita di sua figlia.

E ora è lei che lo salva, che lo cura e che lo ospita a casa sua.
Forse è questa l'occasione per cercare di cambiare vita, di provare a vedere la vita con occhi diversi: basta alcol, basta autocommiserazione, basta piangersi addosso.
In genere, quando nella vita mi trovo davanti a momenti decisivi, ho due possibilità: razionalizzare o ubriacarmi, la seconda più spesso della prima. Siccome non ho alcolici, stavolta respiro e faccio elenchi, una delle mie passioni.Dunque vediamo: ho cinquantun anni, nemmeno un euro in teca, un trauma cranico e una cirrosi epatica quasi conclamata, niente casa, niente lavoro se non suonare per strada. Mi sto deprimendo velocemente. Ma visto che ormai ho cominciato, mi faccio coraggio e proseguo. Tutto quello che possiedo, a parte lo strumento, è,. nell'ordine: un borsone sportivo, una coperta, un cappotto con diverse macchie di sangue, tre mutande, tre paia di calzini, quattro magliette di cotone a maniche corte, due pantaloni invernali, tre maglioni di lana, un paio di stivaletti (con la suola quasi del tutto consumata), un pigiama stinto, uno spazzolino da denti, una collezione di campioncini di profumo da donna, una saponetta, un rasoio usa e getta, due scatole di medicinali, un libro, un berretto di lana, un paio di occhiali da sole graffiati, il mio quaderno di appunti e un paio di matite.

Ecco, per Emanuele è arrivato il momento di saldare tutti i debiti con le persone del suo passato, da quelli che lo hanno ospitato, dato un pasto, aiutato in qualche modo.
Saldare i debiti e cominciare a vedere il mondo là fuori con occhi sobri. Vedere le persone con un occhio meno sfuocato.
Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti?Come venature nel armo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l'avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri.. Quanto c'è di mio e quanto c'è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l'inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia alle donne. Le mie donne, Maria soprattutto, e sua madre Angela, l'unico mio amore vero, e mia madre e infine Alessandra, la dottoressa del mio risveglio. Quanto devo a loro, quanto di me è una proiezione della loro presenza nella mia vita?E così decido la frase che metterò sul cartello di oggi:
DI COS'ALTRO PUO' SCRIVERE UN UOMO SE NON DI UNA DONNA?

Il protagonista scopre così che esiste un mondo, la fuori, anche se non sempre ce ne rendiamo conto.
Un mondo di persone, di relazioni e di sentimenti.
Un mondo in cui non siamo estranei, di cui noi (io, tu, Emanuele) ne facciamo parte.
Un mondo che Emanuele incomincia a scoprire piano piano.
E ora mi sembra che tutta la musica che ho suonato negli ultimi venticinque anni sia stata solo un preludio a questo bacio.

Un preludio ad un bacio cui Emanuele cerca di sfuggire e ad un bacio che invece ha atteso da troppi anni, per le due donne che ora si trova accanto e che ama, in modo diverso.

I concerti nella piazza di fronte al Blue Bird diventano dei piccoli eventi, ci sono persone che lo aspettano, che iniziano a confidargli i propri problemi. Che iniziano a chiedergli dei consigli, a lui, che fino a poche settimane prima non aveva casa né famiglia.
Una donna con problemi col marito.
Una ragazza che ama un altra persona e non sa come dirlo al fidanzato.
Un signore sposato che ama da anni una collega con cui non riesce nemmeno a parlare.

Non siamo un'isola nel mare: persone, relazioni, amori e speranze. C'è un filo di sentimenti che lega le persone una all'altra, come tessere di un puzzle che alla fine mostra un disegno bellissimo, che si intuisce ma che non si riesce a descrivere con le parole. Queste stronze di parole.
Lo vede davanti a sé, Emanuele, questo disegno, nel concerto che tiene davanti il suo pubblico, radunato nel suo palco all'aperto, in attesa della sua musica e della sua frase del giorno:
Il pubblico è al completo. Vederlo in un unico colpo d'occhio provoca qualcosa dentro di me. Sotto il mio sguardo si materializzano i collegamenti, le relazioni, i rapporti umani. Mentre suoniamo mi guardo intorno, il disegno finora solo intuito prende finalmente forma. Eppure ..Eppure, nonostante questo disegno sia lì, davanti ai miei occhi, mi accorgo di non capirlo affatto.

Preludio a un bacio è un libro pieno di vita, di umorismo fine, di buona musica e di storie. Storie in cui ciascun lettore non farà fatica a riconoscersi.
Un libro estremamente positivo, pieno di speranza, dedicato alle persone che pensano che il proprio destino non è scritto da nessuna parte e che ogni giorno è pieno di colori, sapori, suoni, un quadro di cui noi siamo gli autori. E che non possiamo passare la nostra vita con la testa rivolta all'indietro, pensando alla propria infelicità, ai rimorsi.
C'è sempre spazio per un sorriso, per l'incontro con altre persone, che non aspettano altro che chiederti o sentirsi chiedere, di parlare di loro e chiederti di te.
«Vedi, ho ascoltato tutte queste persone, in questo ultimo mese...» Le indico con lo sguardo la folla che ancora festeggia me, la Befana, il nuovo anno, la vita. Maria ci osserva di sottecchi ma distoglile lo sguardo quando incrocia il mio.«Mi parlavano, si confidavano con me. Conosco i loro segreti. Potrei raccontarti tutti i legami che uniscono questa che sembra semplicemente una folla. Cosa vogliono dimostrare? Non lo so, li guardo e vedo che sono tutti collegati, come se fossero attraversati da fili luminosi. so che questo significa qualcosa, vorrei dirlo a ognuno di loro, dire che anche se non lo sanno, sono un unico insieme e acquistano senso solo se ne sono consapevoli .. però non so spiegarlo, non so neanche se sarebbe utile, cioè non so dire se..».Mi interrompo. Sospiro. Non c'è niente da fare, le parole sono inadeguate (e stronze). «Mah. Ti sembra di capirci qualcosa?» chiedo, sconsolato.Alessandra mi fissa con un bel sorriso, poi scoppia a ridere.«No, Emanuele, non ci capisco proprio niente».

Please don't talk about me when I'm gone

Il booktrailer:


Sul blog Paginadodici ho trovato la colonna sonora del libro su spotify

La scheda del libro sul sito dell'editore NNEditore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Gli osservatori del governo che non c'è (2)

Pare che sia tornata di moda l'austerity, i vincoli di bilancio, perfino lo spread, che è cresciuto in altri paesi europei ma in Italia è per colpa di questo accordo di governo.
Chi lo avrebbe mai detto che ci toccava vedere e sentire Brunetta invocare lo spread pur di attaccare i nuovi barbari?
E che dire del Financial Times? Tutto a posto coi passati governi che hanno lasciato i conti in ordine (dicono loro) ma nonostante questo il debito continua a salire?

16 maggio 2018

Gli osservatori del governo che non c'è






Quanti osservatori attenti ha, questo governo che ancora non esiste e che forse non vedrà mai la luce.
Ieri sera erano tutti a commentare la bozza di contratto con la richiesta di qualche miliarduccio alla UE, il voto sulla piattaforma di un ente privato come Casalleggio.
Addirittura il caro Sallusti sventolava il fantasma della P2. Non c'è limite al ridicolo: la P2 di Berlusconi, il capo del partito azienda, che ai bei tempi decideva pure cosa poteva essere trasmesso in Rai.
Attenzione, ci mancherebbe anche che i giornalisti non facessero il loro lavoro: il punto è che per molti di loro deve essere quasi come una prima volta.
Fare le pulci ad un programma politico, chiedere conto delle coperture, delle proposte di riforma.
Lunedì Report ci ha parlato della riforma monca dentro il jobs act, sugli ispettori del lavoro e nessuno che ne abbia chiesto conto a Poletti o Renzi.

Tutto questo tifo contro un governo, nato da un accordo tra due forze con molte differenze, fa venire pensieri dietrologici: come è sfuggito a Berlusconi, li facciamo lavorare e poi li mandiamo a sbattere.
Non moriremo democristiani, ma il rischio di morire gentiloniani è meno scontato

15 maggio 2018

Arrivano i barbari

Certo, fa ridere l'uscita di Di Maio sulla storia che stanno scrivendo al Pirellone.
E i timori della UE sono da un certo punto di vista legittimi: le regole sui conti da sistemare purtroppo sono vincolanti e per rinegoziarle serve un governo forte.
Il timore per l'arrivo dei nuovi barbari non è del tutto ingiustificato: quando sento parlare di flat tax, condoni, legittima difesa, mi vengono i brividi.
Ma c'è dell'altro: i commenti che stanno prendendo piede in questi giorni da parte dei renziani sono del seguente tipo: "volevano difendere la Costituzione e ora fanno votare il programma di governo su una piattaforma di proprietà di una SRL".
Vero: se non fosse per qualche particolare da non poco conto.
Nel 2014, preso il potere ai danni di Letta, le riforme messe in atto da Renzi e dal suo governo da che piattaforma e sulla base di quale programma sono state votate?
Sulla base del voto delle primarie degli italiani?

E poi, in Germania non sono stati gli iscritti alla SPD ad aver votato sul programma della coalizione allargata (con la Merkel che comunque prima aveva cercato l'accordo con i liberali, a proposito dei due forni)?
Se il problema è il controllo da parte di un privato su un movimento politico, lo stesso deve valere per Forza Italia, per le donazioni alle fondazioni dei politici e via discorrendo.
Come mai riscopriamo parole come conflitto di interesse solo ora?

In ogni caso, quando avranno finito di limare questo accordo, se vedrà luce (sono ancora molti i punti di distanza), il governo dovrà chiedere la fiducia ad entrambe le camere: in quel momento varrà il mandato parlamentare che noi cittadini abbiamo dato al momento del voto.
E così potremo capire cosa c'è dentro: per esempio se ci sono dentro misure per rafforzare le ispezioni nel mondo del lavoro (quanti hanno visto il servizio di ieri di Report sui controlli per le finte cooperative?), per mettere fine alle morti sul lavoro (le ultime a La Spezia e Padova).

PS: solo a me fa un certo effetto vedere Il Foglio e Cerasa capeggiare sulla home page di Democratica.com ?

Report – cooperative fuori controllo

Finte cooperative, criptovalute, il mondo dei volantini e, nell'anteprima, i problemi dei buoni pasto.

Buoni a nulla – Cecilia Bacci

I buoni pasto sono una risorsa per il dipendente ma anche per l'azienda, perché detassati: dall'anno scorso si possono usare anche negli agriturismo.
Ma ci sono negozianti che non li accettano, col rischio di essere tagliati fuori dal mercato: è un mercato da 3 miliardi, che è in mano a poche aziende emettitrici.
C'è il problema dei talloncini che devono essere spediti per posta, il rischio che si perdano e dunque l'esercente perderebbe tutto.
E poi le commissioni per il convenzionamento (8% - 10% con Pellegrini, ad esempio) e per la lettura telematica del talloncino: non proprio un affare.
Colpa degli appalti al ribasso, spiega il responsabile dell'associazione imprese emettitrici: come la Consip per gli appalti della pubblica amministrazione.
Spesso sono appalti al minimo ribasso: nell'ultima gara hanno vinto Sodexò e Qui ticket, su quest'ultima sono pure stati segnalati problemi nel pagamento.

Dunque servirebbe togliere via la burocrazia (i talloncini via posta) e le commissioni: a Padova la Pellegrini ha fissato con gli esercenti un accordo per pagamenti certi.

Trader di criptovalute – Giuliano Marrucci

Conviene o no investire in criptovalute? A vedere come è andata a Marrucci sembrerebbe di no, il mercato è ancora volatile.
Sono una risorsa o una fregatura? Lo racconterà il servizio del giornalista di Report.

Cooperative fuori controllo di Bernardo Iovene

Le cooperative sono enti tutelati dalla Costituzione ma, dietro la legalità formale, si nascondono delle fregature di chi lavora.
Come raccontano i magazzinieri della Conad, tutti in cooperative e non assunti: sono cooperative in subappalto dentro il magazzino di Fiano Romano, dentro un consorzio.
Coop che cambiano nome ogni anno, ma con gli stessi nomi e responsabili: straordinari non pagati o pagati fuori busta, per chi chiede un contratto nazionale arriva il licenziamento.

Nel marzo 2017, molti lavoratori di queste coop sono passati dalla CGIL ai Cobas: erano tutti iscritti alla CGIL per forza – raccontano. Dopo aver firmato per l'assunzione si doveva firmare anche la tessera del sindacato.
Tutto falso, ribatte il segretario della CGIL regionale: ma oggi 14 persone iscritte ai COBAS sono stati licenziati, erano iscritti a delle cooperative ma non hanno mai fatto delle assemblee che, erano di fatto solo di facciata.

Sono finte cooperative, denunciano queste persone: la LISS, ad esempio, è in mano ad un indiano, che nessuno ha visto.
Perché Conad non assume i dipendenti delle coop? L'azienda non ha concesso l'intervista e nemmeno l'amministratore delegato della coop.

Chi controlla queste cooperative? Le più grandi associazioni di cooperative si sono riunite in un gruppo “Alleanza per le cooperative”, il cui presidente spiega che ha denunciato al Mise molte di queste che presentavano anomalie. Andrebbero liquidate immediatamente: ma rimane strano che le 80mila coop sotto questa Allenza siano controllate da loro.

Liss ha chiuso i battenti, dopo l'intervista non riuscita di Iovene: ma ha cambiato nome in “Nuova era” e l'amministratore unico è ancora un indiano.
Per chi ci lavorava dentro, si è sentito dire dimettetevi se volete mantenere il posto, così hanno pure perso le anzianità.
Lo spot della Conad è “LE persone oltre le cose”: ma a vedere cosa succede nei magazzini, sembrerebbe di no.

Ma se le coop si controllano da sole, che fa il ministero? Alcuni ispettori del lavoro raccontano che oggi la politica chiede a loro di fare ispezioni breve e rapide, per fare numero.

Per esempio il caso di cuochi che hanno lavorato in nero per uno chef stellato: un caso facile, perché c'era la denuncia, per lavoro nero. Tutto finirà con una sanzione minima.

Severo Lutrario, ispettore del lavoro, lo dice chiaro: le false cooperative devono essere trascurate, per andare ad aggredire il nero. È una direttiva politica voluta dal capo dell'Ispettorato al lavoro.
Manca del personale, mancano le risorse per fare il loro lavoro: sono scoperti nel loro lavoro, questa la grave denuncia dei due ispettori che si sono lasciati intervistare da Iovene.
Altri ispettori, in anonimo, raccontano la stessa cosa: non c'è formazione, sulla parte fiscale, contabile, sulla sicurezza. Per le ispezioni devono usare l'auto propria o un mezzo pubblico, niente auto di servizio.
Se in un cantiere non arriva un bus o un treno, niente ispezione. Niente controlli sui grandi appalti e il tutto viene fatto su carta, nemmeno su tablet o portatili.

In Veneto ci sono due province senza ispettori tecnici, per la sicurezza: per esempio a Marghera, a vigilare sui lavori di Fincantieri nel porto.
IL modello Fincantieri si appoggia fortemente su cooperative in subappalto, costretti a lavorare e vivere in modo poco dignitoso.
Fincantieri non da nemmeno servizi minimi per queste persone, servizio mensa o parcheggio.
Spesso sono stranieri pagati 1100, 1200 euro al messo, con un contratto globale: sarebbe un illecito, perché dentro la paga c'è dentro tutto, tfr e ferie.
Anziché 12 euro l'ora, si viene pagati 3-4 euro l'ora: tutti lavorano con questo sistema di paga globale, ma chi denuncia? Chi controlla?

Un altro modo per non pagare i contributi è mantenere i lavoratori al primo livello, lavoratori che lavorano di notte senza maggiorazione, anticipi che poi non risultano in busta paga.
Le ditte in subappalto non sono interessate a concedere interviste. E nemmeno inps: si dice che quando arriva una ispezione, dentro i cantieri si sa già tutto.
Altri ispettori denunciano delle lunghe attese prima dei controlli: tutte situazioni fuori norma, di cui gli ispettori sono comunque consapevoli.

Servono le prove per smontare il sistema, si difende il capo degli ispettori: non basta che gli abusi, il nero, lo denunci il lavoratore.
Fincantieri non è obbligata per legge a consegnare tutte le carte, tutti i documenti dei subappaltatori: così le cose vanno avanti, in una azienda di Stato che oggi è pure in crescita.

Il jobs act ha unito i tre gruppi di ispettorato, inps inail e ministero del lavoro sotto un unico cappello: nel 2017 è stata ripristinata la figura del capo dell'ispettorato del lavoro nazionale, Pennesi.
Ma ora i controlli funzionano meglio? Gli ispettori continuano a lavorare dentro il loro ente, sono state segnalate gelosie nello scambiarsi i dati, da ente pubblico e ente pubblico.
I servizi ispettivi di inps e inail andranno a morire: ma significa che verranno assunti nuovi ispettori dentro il ministero?

In tre anni gli ispettori nell'inps sono calati e questo significa meno soldi recuperati per lo Stato, per l'evasione fiscale: un calo stimato in 400 ml di euro in tre anni (la Stima è della Corte dei Conti).
Il ministero del lavoro dovrebbe assumere nuove figure che sappiano di lavoro, previdenza e infortunistica: ma è un'idea sbagliata, pensare che esista una figura che sappia tutte queste cose assieme.
Ma non sarebbe stato meglio coordinare meglio le attività di inps e inail, anziché smantellarle?
Agli ispettori del lavoro manca l'accesso alle banche dati dell'inps: il coordinamento degli ispettori, ribadito dal jobs act, con la condivisione delle banche dati, è un miraggio, tutte le direttive del ministro è rimasto inascoltato.

Perché l'inps non apre la banca dati agli ispettori del lavoro del ministero?
“Gelosia del dato” è l'espressione del capo dell'ispettorato, un'accusa abbastanza difficile da accettare. Usano la privacy come scusa per non lavorare in sinergia: per fare una ispezione gli ispettori inail e inps devono chiedere permesso all'ispettore del lavoro del ministero, perdendo tempo ed effetto sorpresa.

La riforma di Renzi e Poletti è stata abbandonata a se stessa: sono calati gli ispettori, quelli bravi a recuperare l'evasione dei contributi, per esempio. Perdita economica e anche perdita di competenze.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO

Che Pennesi e il ministro Poletti volessero servire lo Stato non abbiamo dubbi. Il problema è che secondo la Corte dei Conti il loro servizio non sarebbe stato così impeccabile. Mancano all’appello, da quando è entrata in vigore la riforma introdotta nel Jobs Act, 400 milioni di euro di contributi evasi; sono diminuiti anche gli ispettori dell’Inps: da 1400 a 1185 ed è un peccato perché sono quelli più bravi a recuperare i contributi evasi: l’ultimo anno, un miliardo di euro. Questo significa soldi per le nostre pensioni. Ecco. Son diminuiti perché sono andati in altri uffici – hanno paura di guadagnare di meno con la nuova riforma – altri sono andati a finire in pensionamento, non sono stati sostituiti perché la riforma non lo prevede. Quelli rimasti dovrebbero condividere i loro formidabili archivi con chi invece non ha i mezzi per poterli utilizzare e leggerli nel migliore dei modi. Bisognerebbe assumere nuovo personale, formarlo… ma come fai se la riforma prevede che tutto questo debba avvenire a costo zero? Nel frattempo però c’è un’urgenza da sanare. La sicurezza sui posti di lavoro: nel 2017 ci sono stati 1029 morti; nei primi 3 mesi del 2018, 212. L’ultimo, pochi giorni fa in un cantiere di Fincantieri appunto. Ecco. Sono aumentati più dell’11% rispetto allo scorso anno. Se si commette un errore a volte bisogna avere il coraggio di rimediare.

Qui potete scaricare il pdf con la trascrizione della puntata 

14 maggio 2018

Mentre a Milano si discute

Mentre a Milano si discute ci sono scuole che cadono a pezzi (e non in senso figurato).
Operai che bruciano vivi per l'incidente alle Acciaierie venete, di domenica: come se fosse scoppiata una bomba dentro l'impianto, una bomba atomica.
Il responsabile per la legalità di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, è stato arrestato perché avrebbe spiato le indagini dei magistrati
Abbiamo pochi supertecnici, meno di quelli necessari alle imprese: lo racconta Milena Gabanelli nella sua rubrica online Data room.
Certo, se poi la politica e le associazioni di categoria, le stesse imprese spingono per lavoretti, da Mc Donals o da Starbucks siamo punto e a capo.

Siamo in attesa di un governo, della lista dei ministri, del Presidente del Consiglio.
Giusto per capire se veramente in questi giorni si è fatta la storia o se siamo sempre alla solita storiella.
Tante riforme di facciata (un po' di flat tax, un po' di reddito di cittadinanza) e poi la sostanza?

Di cooperative, criptovalute, volantinaggio e ticket restaurant


Le cooperative sono diventate uno strumento per imprenditori senza scrupoli, hanno messo in piedi un sistema che evade contributi e controlli. Dovrebbero vigilare gli ispettori del lavoro, ma lo fanno? Le altre inchieste: gli affari attorno al volantini pubblicitari della grande distribuzione e poi i bitcoin e le altre criptovalute: risorse o fregature?

Altra puntata ricca che tocca argomenti diversissimi, forse fuori dall'attuale discussione politica (tra l'altro di flat tax si è comunque occupata una recente puntata di Report): le finte cooperative su cui mancano i controlli, come sono nate le criptovalute, il mondo delle imprese che fanno volantinaggio e, infine, cosa non funziona nel mondo dei ticket restaurant.

L'anteprima della puntata: Buoni a nulla di Cecilia Andrea Bacci

Perché molti esercenti rifiutano i buoni pasto? Da benefit del dipendente, spesso questo ticket (il cui valore passa da 5 a 7-8 euro) si trasforma in un peso.
Un settore importante quello dei ticket restaurant: un mercato che vale 3 miliardi, per 2,5 milioni di persone, su 90 mila aziende e 120mila esercizi convenzionati.
Cosa si è inceppato in questo meccanismo?
Tempestano le vetrine di bar, ristoranti e supermercati. Sono i loghi delle società che emettono i buoni pasto che ogni anno, in Italia, smuovono tre miliardi di euro. A spenderli - quando possibile - 2,5 milioni di lavoratori, dipendenti e collaboratori, pubblici e privati. Eppure capita di vederseli rifiutare. Cosa c’è dietro al rifiuto dell’esercente? Commissioni elevate e mancati pagamenti. Ristoratori e negozianti accettano di convenzionarsi con le società emettitrici per non perdere clienti e fatturato. Consip, che con i suoi bandi di appalto copre un terzo del mercato nazionale, aggiudica i lotti secondo l’offerta economicamente più vantaggiosa. Ma alla fine, di un buono da cinque euro, cosa resta in mano? Una cosa è certa: il piatto vuoto del lavoratore che non riesce a spendere il suo ticket.

Cooperative fuori controllo

Da strumento di vera cooperazione, nato nel mondo della sinistra per dare al lavoro una forma più umana, le cooperative oggi sono diventate altro.
Da forma di lavoro in cui non ci sono dipendenti ma soci, per fare impresa senza fini di lucro e dunque potendo godere di una tassazione e di una legislazione molto favorevole, oggi sono diventate un modo per livellare al ribasso la qualità del lavoro in termini di diritti e salari.
A furia di deregolamentare, di togliere controlli (i famosi lacci e lacciuoli che tanto danno fastidio) oggi le cooperative sono esplose e ci sono settori produttivi quasi completamente fatti da cooperative. Finte.
Dalla logistica (trasporti, società di pulizie..) fino alla cantieristica.

Su raiplay trovate la consueta anteprima del servizio: gli ispettori del ministero del lavoro, le persone che dovrebbero vigilare sui posti di lavoro, sono solo 2100, di questi 290 sono ingegneri tecnici e si occupano della sicurezza. Pochi, tanti? In Veneto ci sono due province scoperte, tra cui quella di Venezia Mestre, dove ci sono industrie grandi come quelle a porto Marghera.
Senza ispettori, la situazione che si presenta agli occhi del giornalista è sufficientemente eloquente: operai della cantieristica che si vestono in macchina (niente spogliatoi),operai che fanno la pausa pranzo fuori, al freddo, mangiando un panino in fretta.
In condizioni igieniche che non hanno bisogno di ulteriori commenti, le immagini parlano da sole.


Fincantieri non da a queste persone nemmeno i servizi minimi, siccome sono lavoratori (spesso stranieri) di ditte in subappalto.
Da Marghera a Fiano Romano, ai magazzini dove parte la merce per i supermercati Conad del centro Italia: qui lavorano 400 persone di cui 380 attraverso cooperative esterne, in subappalto prese da un consorzio.
Cooperative che periodicamente chiudono e poi riaprono, con altri nomi.
A quanti hanno chiesto l'applicazione del contratto collettivo del lavoro, è successo di aver perso il lavoro, finendo cacciato via dalla cooperativa.
Tutto è cominciato quando nel 2017 la maggior parte di questi lavoratori ha lasciato la CGIL, da cui non si sentivano più tutelati, per entrare dentro ai COBAS: le testimonianze di queste persone raccontano dell'atteggiamento ostile dei sindacati “o ti sta bene così o te ne vai”, così in molti hanno scelto di andarsene e chiedere ai COBAS e chiedere loro se ci fosse modo di veder riconosciuto qualche diritto in più.

Erano tutti CGIL: quando si firmava il contratto, quasi obbligatoriamente c'era anche la firma per aderire a questo sindacato confederale.
Iovene è andato a chiedere conto al segretario della Filt-CGIL regionale, che ha negato quanto raccontato prima: dammi il nome che lo denuncio alla procura della Repubblica.
Vedremo come andrà a finire.

Gli ispettori del lavoro dovrebbero, secondo le leggi del Ministero, secondo le indicazioni del governo, fare una lotta al lavoro nero e all'evasione contributiva: cose banali nel senso che sono presenti nei piccoli esercizi.
Significa lasciar perdere i grandi appalti, le cooperative in subappalto: sono le direttive del capo dell'ispettorato al lavoro, a Roma, Paolo Pennesi.
L'idea di Poletti e Pennesi è quella di spostare gli ispettori dell'Inps dell'Inail e del ministero sotto una sola struttura: la direzione unica è stata fatta ma gli ispettori non si sono spostati, ognuno è rimasto nel proprio ente.
Gli attuali ispettori dell'Inps sono in presidio, contro questa riforma perché, sostengono, in questo modo, senza ispettori, l'inps cessa di esistere.
Tra l'altro, non sono previsti inserimenti, quando una di queste figure andrà in pensione.
Non solo, c'è una strana difficoltà a far dialogare questi enti tra loro, far parlare le banche dati, per un controllo più efficace.
Il capo dell'ispettorato al lavoro parla di “gelosia del dato” da parte degli enti della ppaa: nel frattempo però, nel mondo reale, si va avanti con sfruttamento, assenza di diritti, tensioni sociali.
Un brutto clima che poi porta all'avanzata delle destre populiste e xenofobe, come successo in Friuli alle elezioni regionali.

Come funzionano oggi i controlli sul lavoro? Cosa è cambiato col jobsact, quanta evasione contributiva sono riusciti a recuperare gli ispettori dopo la riforma?

Per la cronaca, quello dei controlli è un problema diffuso in tutto il paese: bit 
Ispettorato del Lavoro di Foggia: report 2017 controlli nelle aziende foggianeL'Ispettorato del lavoro tira fuori numeri 'allarmanti': irregolarità nel 67% delle aziende foggianeIl report ha interessato strutture di riposo per anziani nonché tutti i settori merceologici. Nell’anno 2017 ispezionate n. 2.924 aziende delle quali n. 1.633 sono risultate irregolari

La scheda del servizio: Fuori controllo di Bernardo Iovene
Nel magazzino Conad del centro Italia su 400 lavoratori 380 sono forniti da una cooperativa esterna, che periodicamente cambia limitando i diritti dei lavoratori. Nei cantieri navali della Fincantieri a Porto Marghera, su cinquemila lavoratori, quattromila sono forniti da 300 società esterne. Lavorano per 3-4 euro l’ora senza alcun diritto. Un sistema definito “paga globale”, un’illegalità di massa che gli organi preposti al controllo non riescono a regolarizzare.
La vigilanza degli ispettorati del lavoro vive un momento di transizione che ne diminuisce l’efficacia: dal primo gennaio 2017, infatti, gli ispettori del ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail sono stati unificati nell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), ma i dipendenti di Inps e Inail non sono confluiti nel nuovo ente. Si è creato quindi un corto circuito, prendono le direttive dall’INL ma resteranno dipendenti dei propri enti fino alla pensione con un “ruolo a esaurimento”. La riforma, prevista dal Jobs Act e approvata a costo zero, fino a oggi avrebbe determinato incertezza, rallentamento dell’attività ispettiva e minori introiti dal recupero dei contributi previdenziali evasi.


Cosa sono le criptovalute

Di moneta virtuale si sente parlare da tanto tempo, ma penso che siano veramente in pochi quelli che saprebbero descriverle o raccontarne la loro origine.


L'anteprima del servizio su Raiplay: si parte dalla guerra in Iraq, con le immagini dei morti di civili per strada, scambiati per potenziali assassini.
Sono le immagini che sono state diffuse da Wikileaks (altrimenti di questa guerra sporca cosa avremmo saputo dalle fonti tradizionali o dal Pentagono?): nel 2011 Wikileaks e Assange svela gli Agfan paper e i cable gate, la più grande fuga di notizie della storia.
Per arginare questa fuga, i circuiti Visa, Mastercard e Paypal fermano il servizio per le donazioni, causando un buco per Wikileaks di 15 ml di dollari.
Un pugno di società finanziarie statunitensi ha deciso, su pressioni dall'alto, cosa i cittadini dovessero vedere e sapere, bloccando le donazioni che consentono a Wikileaks di fare il suo lavoro.
Assange si è salvato grazie a Bitcoin, la moneta virtuale, utilizzata fino a quel momento solo da pochi smanettoni e dai criminali del deep web.


Il valore del Bitcoin è così schizzato verso l'alto con un ritorno del 50000%.

Sette anni fa il Bitcoin valeva 80 centesimi, a dicembre valeva 16mila euro: in questi anni sono nate altre 1500 criptovalute. Tutte assieme a gennaio valevano 665 miliardi, oggi il loro valore è crollato a 270.
La domanda cui cercherà di dare una risposta il servizio di Marrucci è, cosa ne sarà domani di queste criptovalute domani? Sono destinate a durare, dunque siamo di fronte ad una rivoluzione tecnologica, o è solo una bolla?

La scheda del servizio: Le criptovalute di Giuliano Marrucci

Nate appena tre settimane dopo il crollo di Lehman Brothers, da un’idea di un personaggio rimasto anonimo, le criptovalute a gennaio sono arrivate a capitalizzare oltre 600 miliardi di euro, dieci volte il valore di aziende come Eni, Enel o Intesa Sanpaolo. Pochi giorni dopo però il mercato è crollato, e nel giro di pochi giorni si è ridotto a poco più di un terzo. È la fine delle criptovalute? O dietro la bolla speculativa c'è qualcosa destinato a durare?

Le imprese di volantinaggio

I volantini delle grandi catene commerciali, dei supermercati, riempiono le nostre cassette delle lettere.
Oramai, a parte qualche bolletta, dentro la cassetta troviamo solo questi pezzi di carta, distribuiti da ragazzi (spesso di origine straniera) che girano per le strade con zaini pieni zeppi di materiale, per conto di aziende di distribuzione.
Report col servizio di Francesca Ronchin cercherà di fare luce su chi sono queste aziende del settore, come lavorano, quali i problemi.

La scheda del servizio: Scripta volant di Francesca Ronchin

Cosa gira intorno ai volantini pubblicitari? Quelli che vediamo nella cassetta delle lettere sono solo una parte, molti non vengono distribuiti ma venduti come carta da macero. Una pratica che danneggia i marchi della grande distribuzione: continuano a stampare in eccesso e spesso non sono al corrente delle irregolarità. Dal canto loro, le aziende incaricate del recapito spiegano che i prezzi sono troppo bassi per riuscire a consegnare tutto. Il mondo del volantino è un business che vale circa 200 milioni di euro, le società che operano nel settore sono 450, ma sono solo due o tre quelle che si dividono la gran parte del mercato.