23 ottobre 2017

Report – il nero nel pubblico e gli speculatori del cacao

L'anteprima della puntata – L'etilometro

Dal 1990 sulle strade per stabilire se il guidatore è in stato di ebbrezza si usa l'etilometro: quanto è attendibile?
Si rischia una multa da 500 euro per 0,5gr di alcool per litro, poi i punti della patente, poi la sospensione e così via: sanzioni severe perché in ballo, sulla strada, c'è la vita umana.
Antonella Cignarale ha indagato sull'attendibilità dell'etilometro: il servizio è cominciato dalla fila delle persone fermate per guida in stato di ebbrezza. Una lunga trafila burocratica, processi lunghi anni, file ai controlli.
E c'è anche chi, dopo anni di burocrazia, è riuscito a dimostrare che la macchinetta aveva fallito: se fai una respirazione lunga, se l'aria è fredda, si può abbattere il valore del test anche del 25%. Anche quando nel cavo orale ci sono sostanze che interferiscono: il cioccolatino col liquore, medicinali con base alcolica (come il collutorio).
Stessa cosa se inaliamo l'alcool etilico dal naso, come successo al guidatore di pulmann di persone anziane un po' alticce.

C'è un altro fattore: ogni organismo reagisce in modo diverso, con etilometri diversi, in giorni diversi. Non solo: l'etilometro calcola la concentrazione dell'alcool del sangue, misurando l'alito che viene moltiplicato per un fattore che è oggi messo in discussione dalla comunità scientifica.
Esiste uno studio italiano, condotto su 1400 guidatori: l'etilometro è fedele per soglie di alcool sopra 1gr/l, sotto inizia a dare i numeri, specie con le basse temperature.
Inoltre dopo 1 anno di attività questi strumenti andrebbero ritarati e se sballati, non vanno più usati. Ci sono guidatori che al processo sono stati assolti perché la macchina non era stata revisionata: ci sono voluti anni di processi e tanti soldi, migliaia di euro.
E nonostante l'assoluzione, la trafila burocratica di controlli e test delle urine devono andare avanti.

Esistono altri strumenti per misurare l'alcool: in Germania non si usa solo l'etilometro, si fanno anche altri test fisici. In Germania fanno anche l'analisi del sangue, fatte da un medico, c'è una differenza tra fiato e sangue – dicono.
Controlli efficaci e più prevenzione è quello che chiedono i parenti delle vittime della strada: la gente deve essere formata, si dovrebbe smettere con la pubblicità all'alcool. Nemmeno sappiamo quante sono le vittime della strada per alcool, perché l'Istat non lo rivela più.

Comunque servono almeno un paio d'ore per smaltire un bicchiere di limoncello, meglio saperlo prima.


Socialmente umiliati – di Bernardo Iovene

Ci sono lavoratori che lavorano da anni per lo Stato senza alcuna tutela o contributo: LSU, lavoratori socialmente utili si chiamano, senza loro il lavoro nei comuni, nei tribunali, si fermerebbe.
Spesso sono anche di più dei dipendenti pubblici di ruolo, fanno lavori che non toccherebbero a loro: un lavoro in nero, campano con un sussidio di disoccupazione senza che nessuno si sia mai accorto di loro.
Iovene è andato a scoprirli a Frattamaggiore, dentro il comune. Stesso discorso al comune di Marigliano, dove come LSU trovano anche un architetto che prende lo stesso sussidio degli altri, da 19 anni.

Gli LSU non hanno nessun contributo, sono entrati come disoccupati e dovevano essere impiegati per pochi mesi, un anno. E invece si ritrovano a svolgere lavori da dipendente pubblico, ma in modo abusivo e per anni. Al massimo un'integrazione da qualche centinaio di euro dal comune.
DE Magistris, sindaco di Napoli, ammette che molti servizi non andrebbero avanti senza LSU, ma essendo in pre dissesto non può assumere.
Il decreto Madia comporterebbe l'assunzione, ma le risorse le dovrebbero mettere gli enti, compresi i contributi mancanti per anni.

L'Inps paga questi lavoratori, disoccupati, ma non si è preoccupato dei mancati contributi: nemmeno la direttrice dell'Inps che gestisce gli ammortizzatori sociali non ci voleva credere: “trasecolo .. è un lavoro nero per la ppaa ..”.

In 22 anni è un po' poco trasecolare: c'è un precariato di Stato, che dura da venti anni, persone che non vedranno un briciolo di pensione. Per uno stipendio da miseria.
Con la speranza di essere regolarizzato un giorno, perché fuori non c'è altro lavoro.

In Sicilia hanno cambiato nome, in molti hanno speculato sugli ASU (i lavoratori LSU si chiamano ASU in Sicilia..): sono pagati dalla regione, per esempio per la biglietteria del tempio di Segesta, dal ministero del beni culturali.
Che ha fatto una convenzione con una cooperativa, pagata dalla regione direttamente: la cooperativa non servirebbe, una intermediazione inutile, che serve solo per fare gli accordi con gli enti pubblici.
Le cooperative sono create ad hoc dalla regione, perfino per lavorare nelle parrocchie, enti che pure loro sono proprietari di beni culturali.
Non ne avrebbero diritto, è una forzatura: perpetue pagate dalla regione per pulire le chiese.
Basta un progetto e la regione paga, che però rimane un sussidio di disoccupazione da 500 euro al mese: un bel vantaggio per i parroci.

A Taormina la coop Isvil fa lavorare 160 persone per un patronato UIL: senza farsi riprendere, qualcuno racconta dei favoritismi del presidente della cooperativa, che si fa pagare una parte delle quote dai dipendenti, circa 30 euro.
Ma alla regione Sicilia non risulta che ci siano LSU che lavorano in un sindacato: non dovrebbero lavorare da soli nel CAF, dicono.
Eppure è così.

Al museo Nello Cassato, a Barcellona Pozzo di Gotto lavorano 18 lavoratori LSU forniti dalla regione: sopravvivono con l'aiuto dei genitori.
Al comune di Palermo sono in migliaia i dipendenti LSU: non ci sono cooperative di mezzo, assicura il sindaco, spiegando come le coop servano solo a mangiarci sopra.
Ad Alcamo altri LSU senza di cui la macchina si fermerebbe.

Tutto è iniziato nel 2000 con Tiziano Treu: l'istituto nasceva per una assunzione a termine, poi è diventato un abuso, facendo lavorare queste persone per anni.
Come se ne esce? Assumendoli, quelli che servono.
Anche Treu non si è accorto, dopo anni, che gli LSU erano diventati assistenzialismo, posti di lavoro finti, clientelismo, sfruttamento.

Cosa succede al nord?
Al nord non ci sono LSU, ma tirocinanti da anni: a Milano ci sono tirocinanti fermi in Tribunale da anni, per un periodo di formazione che doveva durare solo un anno.
E invece, anno dopo anno, siamo a sei anni di tirocinio.
Gente di 50 anni che dovrebbe lavorare sotto un tutor, persone inquadrate come studenti.
In questo modo il personale del ministero della Giustizia tiene al lavoro gente gratis.

Anche alla corte d'Appello di Bologna altri tirocinanti: una di questa è diventata anche funzionaria. Dipendenti invisibili a 400 euro al mese.
Invisibili per il ministero ma indispensabili per la macchina della giustizia, come ammettono gli stessi dirigenti del tribunale.
Nel palazzo della giustizia, ci sono persone che non vedranno mai giustizia per il loro sfruttamento. Che vergogna.

A Roma siamo all'ottavo anno di tirocinio, la stessa situazione di Milano e Bologna: Orlando era comprensivo, una volta. Ora che è ministro non ha accettato di aprire un tavolo: per la stabilizzazione c'è solo il concorso.
Ma alla prima prova scritta la maggior parte di loro è stata bocciata: colpa della Costituzione, si difende il ministro.
Esiste una legge del 1987 che permetterebbe di far entrare questi LSU dentro la macchina pubblica – spiegano queste persone.
Ma “è il capitalismo baby” racconta Orlando: solo alcuni di questi potranno essere assunti, per gli altri si salvi chi può.
Perché queste persone provengono da aziende chiuse o aziende che li hanno lasciati a casa.

A Torino LSU trattati come studenti, come borsisti nell'istituto di zooprofilattica: personale specializzato, pagato da fondi europeii, a costo zero dallo Stato.
La precarietà ci porta ad essere ricattabili – dice uno di loro: perché senza un contratto sono le persone più deboli, perché possono dar fastidio a qualcuno, per il loro lavoro.
Ricercatori preziosi che non sono ricercatori.
Il ministro Lorenzin non ha voluto però parlare con Report di questi borsisti, assunti anche tramite le agenzie interinali.
Nonostante ci siano i centri per l'impiego, CPI, che sono nel limbo tra regioni e provincie..

La confusione istituzionale, causato dal referendum, porta ad una situazione quasi grottesca: ad un centro per l'impiego un disoccupato si trova davanti un precario. Futuro disoccupato.
Nei centri per il lavoro anziché il lavoro si trovano i tirocini: ci si ritrova tirocinante con uno stipendio da nemmeno 1000 euro a 50 anni.

Passiamo alle agenzie interinali: ad Ivrea dalla Olivetti siamo passati ai call center, con dipendenti che arrivano dalle agenzie interinali.
Assunti con contratti rinnovati ogni settimana, per un anno anche: lavori a tre giorni, prendere o lasciare.
Contratti dove firmi per tre ore al giorno, dove però lavori anche otto o dieci ore al giorno: e ore in più sono supplementari, nemmeno straordinari. I turni sono comunicati via email, alle 18: non puoi nemmeno pianificare la giornata.
Nei locali dove lavorano si aspetta, tra un turno e l'altro: una situazione di ansia, quella vissuta da queste persone, assunte da Ramstadt, per Tim.
Questa flessibilità è aumentata grazie ad una legge del governo Renzi, che ha tolto la necessità della motivazione della causale per le assunzioni a termine: la precarietà diventa così struttuale.

Nella logistica il lavoro si appalta direttamente nelle cooperative: dovevano servire a tutelare i lavoratori e invece sono strumento di sfruttamento.
E se vai dal sindacato, perché lavorano 70 ore a settimana per portare i mobili per Mondo convenienza, ti dicono che non possono fare nulla.
Una situazione di sfruttamento continua, straordinari non pagati, un crollo fisico per il lavoro, nessuna indennità.

Ogni volta che ai consorzi che vincono gli appalti con le aziende sentono odore di sindacati, le cooperative cambiano nome, spostano sede e cambiano contratto. Da settore trasporti a settore multiservizi.

L'avvocato Fuso, che assiste il consorzio ha consentito all'intervista: non risultano le 70 ore, nemmeno i premi se una persona fa 31 giorni di lavoro.
Che cooperative sono? Dovrebbero essere non a scopo di lucro, eppure...
Il cambio di contratto dentro la cooperativa? È stato votato da 200 soci, spiega l'avvocato.
Peccato che le assemblee si svolgano in video conferenze, sei costretto a firmare.

Sono coop spurie: da strumento di tutela sono diventate strumento di profitto per imprenditori con interesse a fare profitto e basta.
La CGIL ha aperto una vertenza in prefettura: ma mentre si fa vertenza, mentre forse si faranno le ispezioni, questi cambiano appalto e cooperativa e siamo punto e a capo.
Servirebbero più ispettori, peccato che nelle coop il vigilante è pagato dal vigilato.

Quale è stata la risposta della politica a questa gente sfruttata: Madia ha detto che i costi per le assunzioni sono a carico delle amministrazioni. Padoan ha scelto di non commentare. Poletti è impegnato in una partita di calcetto …

Nero come il lavoro e nero come il cioccolato



Chi specula sul lavoro?
La ricercatrice Marta Fana ha raccontato nel suo saggio “Non è lavoro, è sfruttamento” la deriva neo liberista che sta trasformando una buona parte dei luoghi di lavoro in luoghi di sfruttamento, precarietà e nuove povertà.
L'essere competitivi sui mercati si traduce in salari sempre più bassi, straordinari non pagati, turni sempre più lunghi e faticosi, meno tutele fino ad arrivare al lavoro gratis.
A questa deriva non si sottrae nemmeno il pubblico: i precari dentro la sanità col contratto rinnovato di anno in anno senza di cui si interromperebbe il servizio; gli impiegati dentro i comuni pagati coi voucher; i dipendenti della biblioteca Nazionale a Roma pagati con gli scontrini, finché, alla notizia di questa vergogna, non sono stati licenziati (con un sms).

E poi ci sono i lavoratori a nero: di loro si occuperà il primo servizio di questa nuova stagione di Report.
Si parte dal lavoro, anzi, dai lavoratori in nero. Poi gli stagisti, i rimborsati, i borsisti e i subappaltati dalle agenzie interinali.
Benvenuti nella repubblica che si fondava sul lavoro.
Lavorano “a nero” nei comuni da 22 anni. Dovevano essere di supporto, invece il blocco del turn over li ha resi indispensabili, si tratta dei lavoratori “socialmente utili”. Non hanno contributi perché percepiscono un sussidio dal ministero del Lavoro e una piccola integrazione dagli enti, anche quella priva di contributi previdenziali. All’Inps trasecolano! Non lo sapevano e manderanno un’ispezione in tutti i comuni che li utilizzano... Lavorano “a nero” per lo Stato e non sono i soli: al ministero della Giustizia con vari escamotage i “tirocinanti”, persone cinquantenni, già da otto anni sopperiscono alla carenza di personale per 400 euro lordi, anche loro senza contributi. Al ministero della Sanità sfruttano i “borsisti” per decenni senza garanzie e senza lo status di lavoratore, eppure in alcuni Istituti sono diventati indispensabili. Poi ci sono i “somministrati”, che lavorano negli uffici pubblici appaltati dalle agenzie interinali: sono diecimila. Intanto i Centri per l’Impiego dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre sono nel caos, sballottati tra province, regioni e ministero del Lavoro. Il decreto Madia ha lasciato nell’incertezza questi lavoratori, anzi alcuni sono stati espressamente esclusi dalla stabilizzazione, mentre nel settore privato lo sfruttamento avanza, peggiorano le condizioni e si calpestano i diritti sindacali: basta vedere i turni a cui sono sottoposti i lavoratori “in somministrazione” per il 187 di Tim e i trasportatori di Mondo Convenienza, anche loro inquadrati in cooperative “spurie”.

Che specula sul cioccolato?

Non sapevo che il cioccolato, il cibo degli dei secondo i Maya, fosse quotato in borsa.
Invece è così: il prezzo del cacao è stabilito dalla borsa di Londra e NY e, come un titolo azionario, può subire tutte le oscillazioni speculative del caso.
Cioè esistono persone che, pur non partecipando alla coltivazione, produzione, commercializzazione del cacao, ricavano grossi guadagni giocando in borsa.
Sulla pelle dei produttori africani, che essendo in fondo alla filiera, prendono solo le briciole di quanto noi paghiamo del prodotto finito.
Ancora una volta, li stiamo derubando a casa loro (anziché aiutarli..).

La scheda del servizio: CIOCCOLATO AMARO DI Emanuele Bellano

Il cioccolato è così: una voglia improvvisa e non si può fare a meno di scartare la stagnola, scrocchiarlo e lasciarlo sciogliere in bocca. A soddisfare il nostro impulso ci pensa un settore industriale che nel mondo fattura ogni anno più di 100 miliardi di dollari. Si dividono il mercato una decina di grandi gruppi, multinazionali del cioccolato. Il prezzo del cacao, l'ingrediente primario, è stabilito nelle borse di Londra e New York attraverso strumenti finanziari trattati non solo dai produttori di cioccolato ma anche da fondi speculativi che acquistano e vendono enormi quantità di materia prima, allo scopo di ottenere plusvalenze finanziarie. Alla fine la speculazione incide per circa il 30% sul prezzo finale del cacao. Le grandi piantagioni invece si trovano in paesi poveri dell'Africa Occidentale e del Sudamerica. E qui entrano in campo tre grandi gruppi internazionali di certificazione etica, che dovrebbero garantire a noi consumatori occidentali che il nostro cioccolatino non sia stato prodotto facendo lavorare i bambini o distruggendo l'ambiente. È vero? Abbiamo ricostruito il percorso del cioccolato dalla piantagione alla fabbrica, per capire quanto c'è di vero in quello che leggiamo sulla confezione e che cosa ci mettiamo in bocca.

L'inchiesta sull'etilometro

La scheda del servizio: PER UN SOFFIO DI Antonella Cignarale


Abbiamo mangiato e bevuto, è ora di tornare a casa, ci si mette al volante e dietro l’angolo… ecco la pattuglia che alza la paletta. A questo punto il nostro futuro prossimo (con o senza patente, con o senza ripetuti esami delle urine e del sangue e ammende fino a 6mila euro…) dipende solo da lui: l’etilometro. In Italia dal 1990 affidiamo la verifica dello stato di ebbrezza del conducente esclusivamente a questo strumento. Si soffia nel tubo. L’etilometro rileva la concentrazione di alcol nell’aria espirata e fa i suoi calcoli per arrivare a dire quanto ne sta scorrendo nelle vene. Ma siamo sicuri che questi calcoli siano sempre da prendere per oro colato? Nel mondo scientifico si avanzano dubbi. Intanto nel 2016 in Italia sono stati sanzionati quarantamila conducenti perché non avevano rispettato le soglie alcolemiche stabilite per legge. È giusto che la sanzione sia la più severa possibile, ma si scopre che parecchi automobilisti vengono assolti in giudizio o la fanno franca perché l’etilometro, al momento del test, non era stato utilizzato in maniera corretta. Quali sono allora le avvertenze? E come fa un guidatore ad accertarsi che il test a cui lo stanno sottoponendo sia svolto in maniera adeguata? Perché, attenzione: mettersi alla guida dopo aver bevuto può aumentare il rischio di incidenti ed è una violenza a cui possiamo andare incontro a scapito nostro e di altri, ma affidandoci solo all’etilometro per i controlli e le sanzioni, “per un soffio”… può anche cominciare una storia senza fine.

Gli astuti strateghi dell'astensionismo



Quando sento parlare qualcuno che invita ad andare al mare, metto mano alla tessera elettorale.
Mi tocca parafrasare Goebbels per commentare i risultati del referendum di ieri in Lombardia (e in Veneto).
Il Pd ha lasciato libertà di scelta, si dice: in pratica ha scelto di non scegliere, ha scelto di non fare campagna elettorale per il NO, consentendo a suoi esponenti o amministratori (Maran, Gori) di votare si.
Come la lega di Maroni e Zaia che useranno questo risultato per la prossima campagna regionale.
Quali altri risultati pratici avrà di questo voto? Nessuno.
A pochi mesi dal voto in regione e per le politiche, pensate veramente che si apra un tavolo per modificare la parte fiscale, le competenze su sicurezza e immigrati?

Complimenti signori della tattica.

22 ottobre 2017

Perché voto NO al referendum sull'autonomia

Sono rimasto combattuto fino all'ultimo, se andare a votare (NO) a questo referendum sull'autonomia o rimanere a casa: non andare al voto significa non esprimersi, scegliere di rimanere fuori e non partecipare alla vita politica.
In questa campagna elettorale si è sentita quasi solo la voce del si (campagna pagata tra l'altro coi soldi pubblici): tra questi anche esponenti del Partito democratico che evidentemente, in questo caso, non hanno problemi a votare come Salvini.
Chi era per il no, come me, chiedeva agli altri di non andarci proprio a votare: facciamolo fallire così.
Come successo al referendum sulle trivelle: ma in quel caso c'era un quorum e si trattava di un referendum con una scelta vera.
Questa domenica si vota per un referendum finto, che chiede ai cittadini lombardi (e Veneti) di esprimersi su qualcosa che la politica non può ottenere.
Stiamo parlando della maggiore autonomia fiscale e “della più ampia competenza in materia di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico”.
In base alla Costituzione vigente, tutto questo Maroni e Zaia non lo possono chiedere: potevano chiedere invece maggiore autonomia aprendo una trattativa col governo come ha fatto l'Emilia Romagna.

Siccome io sono una persona che decide con la propria testa e che intende la partecipazione politica come un qualcosa di serio, ho deciso che andrò a votare e voterò NO.
Poi dopo mi sorbirò tutti i sermoni di quelli che oggi sono rimasti a casa e commenteranno poi l'esito del voto. Io non mi sottraggo alla scelta anche perché, anche in caso di flop, i 50 o 70 milioni spesi non torneranno indietro.

Questi i motivi della mia scelta.
A questa classe politica, i Maroni, i Salvini, gli ex formigoniani rimasti in sella dopo la fine del celeste, non voglio proprio dare alcuna maggiore economia.
Troppi scandali nella sanità, nelle opere pubbliche (le autostrade nel nulla che dovevano essere ripagate dal privato), nella sicurezza (le mafie che sono entrate nell'economia, nella politica, nella società).
La Lega al nord ha fallito i suoi obiettivi in termini di autonomia, sicurezza, buona politica.

Consiglio, a chi vuole approfondire meglio il tema del fallimento politico della Lega il libro di Filippo Astone “La disfatta del nord”:
in vent’anni di vita parlamentare e dieci di governo in una posizione di forza, la Lega non ha portato a casa neanche uno degli obiettivi che rappresentano la sua ragion d’essere” [..]
né provvedimenti a favore delle piccole imprese e delle partite iva, né un miglior accesso al credito, né la semplificazione burocratica”.

Il fallimento della Credieuronord, il sogno della prima banca padana
Sogno che si è rapidamente trasformato in incubo per i circa quattromila soci, la più parte di essi accorsi a sborsar denari sin dal 1998, privati poi dei risparmi a opera dal management della banca scelto dalla Lega”.

La questione delle multe europee per le quote latte sei miliardi, solo 4 miliardi e 400 milioni sono stati pagati dal contribuenti italiano:
il latte padano è già costato agli italiani quattro miliardi e quattrocento milioni di euro sonanti,[..]In sostanza: il debito dei produttori fu scaricato in toto sui contribuenti italiani sotto forma di maggiore pressione fiscale.[..]La prima tranche, pari a un miliardo e novecento milioni di euro, l’ha sfilata Tremonti, facendo pagare interamente alle casse dello Stato l’accordo Ecofin del 1994”.

La sede ministeriale aperta per pochi mesi alla reggia di Monza.
Il nepotismo della Lega:
Per quanto riguarda il nepotismo, è noto a tutti il caso di Renzo Bossi detto il Trota,Friuli, dove due importanti leader politici leghisti si sono scambiati le assunzioni delle reciproche mogli:[..]l’ex presidente del consiglio regionale Edouard Ballaman assunse Laura Pace, moglie dell’allora sottosegretario agli Interni nonché tesoriere della Lega Maurizio Balocchi[..]Il caso più noto alle cronache è quello di Manuela Bossi,
[..]La signora è stata fatta sedere per cinque anni nel consiglio provinciale di Varese,ha ricevuto generosi finanziamenti pubblici per la sua scuola privata, la scuola Bosina,[..]Calderoli ha imposto la compagna, Gianna Gancia, come candidata presidente della provincia di Cuneo[..]Giorgetti ha introdotto la moglie, Laura Ferrari, nel mondo dei corsi di formazione finanziati dalla Regione Lombardia. [..]Infine Flavio Tosi: sua moglie Stefania Villanova, non laureata, è stata promossa da impiegata a dirigente nella sanità”.

Lo scandalo della Banca Popolare di Milano, di Ponzellini
Se la disfatta del Nord potesse avere un volto, sarebbe quello pingue e con gli occhiali alla Onassis di Massimo Ponzellini, l’ex presidente della Banca popolare di Milano”.
Una storia di “mazzette in cambio prestiti a società contigue a esponenti della criminalità organizzata”, di “familismo, la mancanza di meritocrazia, i sistemi chiusi, la corruzione, l’intrusione della politica nelle aziende”.


Dunque oggi andrò a votare lo stesso, anche se è un finto referendum, sapendo che non è la cosa più giusta (ma almeno è quella meno sbagliata). Sperando che sia l'ultima volta in cui si vota per niente o, meglio, per consentire ad un partito di fare campagna elettorale.

21 ottobre 2017

Giovani non siate choosy – da Non è lavoro, è sfruttamento

Un estratto dal libro della ricercatrice Marta Fana "Non è lavoro, è sfruttamento" Laterza editore:

Quando scoppiò la crisi del 2008, le massicce dosi di flessibilità, introdotte fino a quel momento nel mercato del lavoro, mostrarono in modo eloquente il loro vero volto. La politica aveva però un compito: negare, negare sempre, negare soprattutto di fronte ai giovani: quelli maggiormente coinvolti dai lavori precari e che presto furono espulsi in massa dai processi produttivi insieme ai propri genitori; quelli che un lavoro non riuscivano proprio a trovarlo, indipendentemente dal titolo di studio. La disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni è cresciuta dal 18,3% del 2009 al 30,3% del 2016 (37,7% se si considera la fascia 15-24 anni). Nell'ultimo trimestre del 2016 il tasso di occupazione dello stesso gruppo anagrafico rimane al 29,5%, contro il 39% del 2009.Alle scelte politiche, ostinate sulla via delle riforme strutturali, serviva rafforzare la narrazione e trovare dei responsabili. Primi tra tutti i giovani stessi, quelli che non ce la fanno neppure a trovare un lavoro sottopagato, sottoinquadrato, quelli che non possono permettersi di lasciare casa dei genitori perché né loro né i genitori hanno i soldi per pagare una stanza in affitto altrove, quelli che si laureano in ritardo e a nessuno importa perché.
Nel 2012 essere «bamboccioni», termine coniato dal fu ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, era ormai un complimento: stavano per arrivare gli «sfigati» e gli «schizzinosi».«Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare istituto tecnico professionale, sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa»: parola di Michel Martone, vicemisnistro del lavoro del governo Monti (gennaio 2012).
Rincara la dose la ministra Elsa Fornero (ottobre 2012): «Non bisogna mai essere troppo choosy [schizzinosi], meglio prendere la prima offerta e poi vedere dentro. Non aspettare il posto ideale. Bisogna entrare subito nel mercato del lavoro».Così come ha fatto Chiara, che per due anni ha lavorato come cassiera a chiamata all’ipermercato Martinelli di Mantova.Alla cassa tutti i week-end da venerdì a domenica e poi anche un turno durante la settimana. Per gli infrasettimanali la chiamavano il giorno prima per avere conferma. No ferie, no malattia. Il turno era di dodici ore, con un'ora e mezza di pausa pranzo. La pausa pranzo era il solo momento in cui Chiara aveva diritto a bere. In cassa era vietato bere, ma anche sedersi.Così le sue colleghe erano costrette a tenere nascoste le bottigliette e a scomparire sotto la cassa per qualche istante. Essere sorridenti sempre, anche quando ti arrivava un'infezione urinaria, perché pure se bevi poco al bagno devi andare, ma quando chiami il cambio la collega non arriva a tamburo battente. Aspetti, anche mezz'ora, quaranta minuti.
A fine turno, nonostante nel contratto ci fosse scritto «cassiera», Chiara e le sue colleghe dovevano pulire i bagni, tutti. Chiara è riuscita a trovare un lavoro subito e a farsi sfruttare come si deve; le dichiarazioni della Fornero però rimangono non solo offensive, ma anche fuorvianti. Per la legge della domanda e dell'offerta, se tre milioni di persone sono disoccupate e altrettante scoraggiate – cioè non lavorano e si sono stancate di cercare – significa che la prima offerta neppure esiste. Lo dimostra il numero di posti vacanti, cioè disponibili, rispetto al totale dei posti di lavoro esistenti. Un indicatore che misura la domanda di lavoro da parte delle imprese, a ben vedere fanalino di coda europeo tra il 2009 e il 2016.
Ma perché i giovani? Perché se avessero preso coscienza di non essere sfigati – cioè di aver fatto tutto quello che veniva loro richiesto – avrebbero potuto rievocare uno spettro pericoloso: il conflitto.
Così i giovani avevano bisogno di una dose, più massiccia, di distrazioni di massa, che dirottasse la frustrazione ed evitasse ad ogni costo che questa si tramutasse in voglia di riscatto. Andava alimentata una guerra tra poveri e diseredati, mascherata da guerra intergenerazionale: padri contro figli, prima di tutto. Poi è arrivato il tempo degli immigrati, che però nel frattempo erano costretti a lavorare gratis.Senza girarci attorno, ciò che emerge dalle parole di chi è stato chiamato (dall'allora presidente Giorgio Napolitano, con la fiducia in primis del PD) s governare il paese all'esplodere della crisi è un profondo disprezzo nei confronti dei lavoratori e dei disoccupati, chiamati solo a sacrificarsi sull'altare della competitività e dei profitti delle imprese finanziarie e non.


Non è lavoro, è sfruttamento – Marta Fana, Laterza editore

Non è lavoro, è sfruttamento – Marta Fana



«Io non ho tradito, io mi sento tradito» sono le parole di un ragazzo, appena trentenne, che decide di abbandonarsi al suicidio denunciando una condizione di precarietà, un sentimento di estrema frustrazione. Non è l’urlo di chi si ferma al primo ostacolo, di chi capricciosamente non vede riconosciuta la propria ‘specialità’. È l’urlo di chi è rimasto solo. Di precariato si muore.Tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società, a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità e dalla solidarietà negate. Quelle cose che si è deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perché derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce.Di precariato si muore. E non è un caso. Il precariato è la risposta feroce contro la classe lavoratrice, il tentativo più riuscito di distruzione di una comunità che aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina si sveglia e coltiva il culto dell’insaziabilità, dell’avidità che si fa potere. Il potere di sfruttare, di dileggiare tutti quelli che contribuiscono a creare le fortune dei pochi che se le accaparrano.Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo.

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro – così recita il primo articolo della Costituzione, ancora in vigore nonostante i vari (e malriusciti) tentativi di riforma. Nel 2011 il centro destra berlusconiano aveva anche pensato di modificarlo quell'articolo, aggiungendo anche un altro pezzo in cui si ribadiva “.. la centralità del parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica”.
Era chiaramente un pretesto, dubito che ci ha proposto quella modifica abbia capito cosa intendessero i padri costituenti con la formula “centralità del lavoro”.
Tanto è vero che tutte le volte in cui il centro destra ha cercato di modificare le leggi sul lavoro l'obiettivo era sempre lo stesso: eliminare i diritti che i lavoratori hanno conquistato nel corso di anni; disintermediare i rapporti tra datore di lavoro (le imprese) e i dipendenti; rendere quest'ultimi sempre più ricattabili, livellando verso il basso salari, ore di lavoro, competenze non riconosciute, mortificazioni, pena il licenziamento.
L'obiettivo, leggendo le pagine del saggio di Marta Fana è stato finalmente raggiunto, grazie anche ai governo tecnici della larghe intese (leggi Monti e riforma Fornero) e ai governi targati PD.

Ma cosa è diventato oggi il lavoro, in Italia? La risposta a questa domanda è complessa poiché è esso stesso complesso, articolato, il mondo del lavoro, subordinato o da free lance (partite iva, liberi professionisti, finti o veri), nelle sue mille articolazioni contrattuali, per il fatto che in Italia le imprese siano piccole e sfuggenti alle categorizzazioni.
È complesso anche perché spesso si parla di lavoro guardandone solo alcuni aspetti: su Facebook l'ex presidente del Consiglio Renzi aveva celebrato i successi della sua riforma del lavoro vantandosi del milione di posti creati, dal 2014 (un deja vu del Berlusconi e del suo contratto con gli italiani).
Dati ISTAT: +918MILA posti lavoro da feb 2014 (inizio #millegiorni) a oggi. Il milione di posti di lavoro lo fa il #JobAct, adesso #avantiMatteo Renzi (@matteorenzi) 31 agosto 2017

Due anni fa, in piena sbornia riformista (pre referendaria), era stato il ministro Poletti a tirar fuori i numeri (che gli interessavano) per glorificare il jobs act: numeri smentiti da Marta Fana, che aveva corretto i dati su attivazioni e cessazioni nei primi mesi del 2015 e raffreddando l'entusiasmo dei tifosi del jobs act: come hanno dimostrato i dati del 2016, la crescita delle nuove attivazioni di contratti era legata agli sgravi alle imprese, 20 miliardi di soldi pubblici spostati dalla fiscalità generale verso le imprese.
Si fa in fretta a gonfiare i numeri, specie se non ti interessa creare vera occupazione, stabile, qualificata.
In questa settimana sono usciti altri dati sul lavoro: giovedì 19 ottobre Repubblica titola “Lavoro, nel 2017 quasi un milione di assunti in più, ma cresce il turnover”.
Se uno si fermasse al titolo non capirebbe quello che poi, leggendo bene l'articolo spiega: crescono i contratti, ma sono contratti a termine.
Vi ricordate quando Renzi ci diceva che la sua riforma vole togliere di mezzo le mille forme di precariato, verso il nuovo contratto “a tutele crescenti” (che però non avendo l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rimane di fatto un contratto a termine)?
Noi siamo preoccupati non di Margaret Thatcher, siamo preoccupati di Marta, 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino ma, a differenza delle sue amiche, che sono dipendenti pubbliche, non ha nessuna garanzia, perché in questi anni si è fatto cittadini di serie A e di serie B”.

Marta la precaria può stare tranquilla, lei e tutte le altre assunte (o fintamente assunte) con contratti ad un anno, a sei mesi. Lei e tutte le persone pagate coi voucher (ora rinominati PrestO, si cambia il nome per non cambiare niente), coi rimborsi spese. Lei e tutte le persone cui non è riconosciuta la maternità, le ferie, gli straordinari.
Lei e tutte le persone che oggi, in questa Repubblica che rimane ancora sulla carta una Repubblica fondata sul lavoro (ma la cui attuazione rimane sulla carta), nemmeno sono pagate per un lavoro.
Perché la deriva al ribasso, nel mondo del lavoro, sta portando anche a questo: dopo i co.co.pro., i jobs on call, le persone chiamate (o licenziate) via whatsapp, anche questo abbiamo dovuto vedere. La glorificazione del lavoro gratis.

Cos'è il lavoro oggi?
La risposta a questa domanda la da Marta Fana nel suo libro “Non è lavoro, è sfruttamento” che è anche un'indicazione sullo stato di salute del nostro paese, della nostra società: parafrasando un celebre titolo de l'Espresso, lavoro corrotto, nazione malata.

Il libro racconta di quel mondo che in pochi raccontano, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, perché cozza contro la narrazione favolistica che dice che le aziende per essere competitive devono essere flessibili, dunque flessibili devono essere solo i suoi dipendenti.
Come la storia dei riders di foodora, pagati a cottimo, che svolgono mansioni routinarie, sempre le stesse, sostituibili in qualsiasi momento. Quello che oggi è spacciato per modernità (i lavoretti creati grazie agli smartphone e alla rete) è in realtà – ci dice la ricercatrice – un ritorno al taylorismo: “benvenuti nella gig economy, l’economia del lavoretto”, ovvero “un’organizzazione del lavoro funzionale alla massimizzazione dei profitti attraverso la riduzione delle retribuzioni e dei diritti e l’intensificarsi dei turni di lavoro.”


Come i volontari di Expo, splendida occasione per fare esperienza, a gratis ovviamente.
Come il pizzaiolo Mario pagato 500 euro al mese, 240 glieli danno in voucher, il resto in nero; la cassiera “a chiamata” che lavorava nei fine settimana ad un supermercato senza potersi sedere o mettesi a bere. I lavoratori della logistica, assunti in cooperative fittizie create ad hoc per strappare appalti vinti al ribasso. Dove la competitività si basa solo sull'abbassamento dei salati. Come il ventitreenne saldatore pagato coi voucher che un giorno ha perso tre dita e che per questo ha perso il lavoro, senza nemmeno il fastidio di doverlo licenziare.
I dipendenti della FCA di Melfi e Pomigliano, che hanno votato il finto referendum sul contratto di lavoro, in deroga a quelli nazionali, per poter mantenere il posto. Altrimenti Marchionne non avrebbe portato in Italia i 10 miliardi di investimento.

Come gli studenti dell'alternanza scuola lavoro che imparano che a scuola non si si studia, per arricchire il proprio bagaglio culturale, ma ci si deve subito mettere a profitto per le imprese. Dunque anche pulire i cessi fa bene.
Nel paese che meno investe in istruzione (il 4,2% del Pil nel 2013 contro una media europea del 5,3%), anziché passare più ore a scuola, si sottraggono ore all'insegnamento per pulire i giardinetti degli ospedali.

Un mondo del lavoro in cui il profitto viene prima di tutto: prima dei principi della Costituzione, sicuramente. In questa nuova concezione del lavoro si perde di vista la progressività nella tassazione, il salario minimo per avere una vita dignitosa, i servizi minimi e i diritti per tutti. Scuola, salute, sicurezza.
Ci stiamo trasformando in un paese dove vige un merito finto: chi è figlio di operai sempre con meno facilità potrà accedere a studi superiori, migliorare la propria esistenza. Perché mentre con una mano lo Stato sposta soldi per sgravi alle imprese per le assunzioni, per pagare la formazione (visto che le imprese non hanno soldi per farlo), per fare investimenti, sempre lo Stato con un'altra mano taglia soldi alla sanità, al welfare, alle borse di studio per accedere agli studi superiori.

Il racconto di Marta Fana è una carrellata di enormi ingiustizie, a cominciare dal furto di un futuro per i ragazzi di almeno due generazioni, costretti a dover rinunciare a qualsiasi progetto per un futuro, come fare una famiglia, sapendo che un giorno, forse, avranno una pensione da fame.
Un furto che non è capitato per caso, che non è colpa degli immigrati che ci rubano il lavoro, che non è colpa della crisi o dei padri che hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi.
È un furto a cui si è arrivati per precise scelte politiche: scelte politiche in nome di una visione ideologica del lavoro e della democrazia.
Meno diritti per tutti, più profitti per pochi, meno stato (che ha solo il compito di avallare le scelte di altri), meno servizi per la collettività: questo spiega i 20 miliardi spostati dal pubblico alle aziende private per assumere persone, non necessariamente per creare nuovi posti di lavoro.
La precarizzazione oltre ad essere un fattore di instabilità economica – fette sempre più ampie della popolazione stanno sprofondando nella povertà, ma anche lo strumento in cui si allontana una fetta di paese dalla partecipazione allo sviluppo economico del paese.

Ma non erano crollate le ideologie? A quanto pare, a quanto racconta Marta Fana, sono vive e lottano contro di noi, portate avanti da una minoranza del paese.
Quella che non può nascondere i soldi nei paradisi fiscali.
Quella che non può evadere, che subisce la tassazione alla fonte.
Quella costretta a vivere col ricatto del posto di lavoro.
Quella costretta a chiedere come fosse un'elemosina qualcosa che invece è un diritto.
Uno stipendio, gli straordinari pagati, le malattie e magari pure le ferie, perché no.
E invece niente: ci raccontano che è colpa del debito, che è colpa dell'Euro, che ce lo chiede l'Europa, che dobbiamo essere flessibili e dunque dobbiamo abbassare diritti e salari. Metterci in concorrenza coi paesi dell'est o del terzo mondo.
Ci raccontano che dobbiamo attrarre capitali stranieri, con le riforme strombazzate da giornali e politici. Gli stessi stranieri che poi portano via brevetti e produzione. Che delocalizzano e che poi, come Almaviva, vincono pure degli appalti con aziende dello Stato.

Sono tutte balle. Quello che insegna questo libro è che se vogliamo uscire da questa deriva al ribasso, se non vogliamo diventare veramente “i camerieri d'Europa” (l'accusa che l'autrice rivolge al ministro del lavoro per le imprese, Poletti), il primo passo è consapevoli del mondo in cui viviamo.
Consapevoli delle bugie dietro i tormentoni su competitività, dietro la guerra tra poveri che tende a distogliere l'attenzione dalle vere cause dello sfruttamento (non sono gli immigrati che ci rubano il lavoro, ma chi fa dumping). Prendere coscienza che dobbiamo riprenderci i nostri diritti sul lavoro, perché non sono una gentile concessione del principe, ma qualcosa che ci spetta.

Capitoli del libro
Miserie e splendori del lavoro: un immaginario da ricostruire
Dal lavoro a chiamata ai voucher, andata e ritorno
La chiamavano modernità (è il cottimo)
Logistica
Precarietà e sfruttamento nei servizi pubblici
Lavoro gratuito
Il merito dell’alternanza scuola-lavoro
Abbiamo fatto il possibile... per le imprese
Fedeli alla linea: flessibilità!
La flessibilità è di destra
Conclusioni
Appendice
Caro Poletti, avete fatto di noi i camerieri d’Europa

alcune recensioni

La scheda del libro sul sito dell'editore Laterza (indice), qui il programma completo degli incontri con l’autrice, in costante aggiornamento.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 ottobre 2017

Contro l'interesse pubblico

Anche Bankitalia e la crisi delle banche popolari è entrata in campagna elettorale: come Ciaula che, nel racconto di Pirandello una notte scopre la luna splendente in cielo, anche Renzi e la sua corrente scoprono la cattiva vigilanza di Bankitalia degli anni passati.
Il sistema bancario che era solido è stato mal gestito, avevano ragione i risparmiatori delle popolari quando andavano a protestare sotto le sedi delle banche, gli sportellisti di MPS contro i tagli delle filiali (ma MPS non era un affare?). E allora come mai si è dovuto aspettare tanto tempo per chiedere la testa di Visco? Per esempio, Report aveva fatto un bel servizio sulle popolari nell'aprile 2016, ma forse prima del referendum era meglio non scoperchiare la pentola..

La questione Visco ci dice quanto il palazzo e i suoi abitanti siano distanti dall'interesse pubblico (i risparmiatori, la vera solidità del sistema bancario) e invece quanto siano interessati al proprio "particulare".
Come la manovra light che il governo si appresta a far votare alle Camere: il bonus da 500 euro per i giovani, gli sgravi alle imprese che assumono giovani: i primi sono soldi presi dalle regioni che si scaricheranno in parte sui fondi sociali e in parte sulla sanità.
500 euro anche a chi non ne ha bisogno e meno fondi e servizi per chi ne avrebbe bisogno per curarsi.
Anche i soldi per gli sgravi alle imprese che assumono giovani fino a 35 anni (solo da noi si è giovani fin sulla soglia dei 40 anni) sono soldi spostati dal pubblico verso il privato che potrà assumere, anche con contratti a termine che gonfieranno i numeri da usare per la perenne campagna elettorale.
Senza alcuna assicurazione su stipendi, diritti, tutele e quanto altro stiamo sacrificando, nel mondo del lavoro, per essere competitivi.
Creando una generazione di sfruttati.
Contro l'interesse nazionale.

19 ottobre 2017

Di precariato si muore - da Non è lavoro, è sfruttamento (Marta Fana)

Dal sito dell'editore Laterza, l'introduzione del libro di Marta Fana "Non è lavoro, è sfruttamento"

«Io non ho tradito, io mi sento tradito» sono le parole di un ragazzo, appena trentenne, che decide di abbandonarsi al suicidio denunciando una condizione di precarietà, un sentimento di estrema frustrazione. Non è l’urlo di chi si ferma al primo ostacolo, di chi capricciosamente non vede riconosciuta la propria ‘specialità’. 
È l’urlo di chi è rimasto solo. Di precariato si muore.
Tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società, a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità e dalla solidarietà negate. Quelle cose che si è deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perché derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce.
Di precariato si muore. E non è un caso. Il precariato è la risposta feroce contro la classe lavoratrice, il tentativo più riuscito di distruzione di una comunità che aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina si sveglia e coltiva il culto dell’insaziabilità, dell’avidità che si fa potere. Il potere di sfruttare, di dileggiare tutti quelli che contribuiscono a creare le fortune dei pochi che se le accaparrano.
 
Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo.
Ed è esattamente ciò che è stato fatto dalla Thatcher e da Reagan in poi, quello che hanno fatto tutti i governi che hanno tradito i lavoratori, dalla fine degli anni Settanta fino alle più recenti riforme del mercato del lavoro. È stato un impegno quotidiano. Costanza e tenacia. Le hanno provate tutte e ci sono riusciti perché sono rimasti coerenti con la loro idea e ogni giorno e ogni notte hanno lottato per raggiungere quell’obiettivo. Uniti. Loro hanno vinto nel momento in cui sono rimasti uniti perseverando nel disaggregare i lavoratori in quanto corpo sociale. Per farlo hanno avuto bisogno di molta creatività, di imporre, con una buona dose di maquillage, un nuovo volto al lavoro: eliminando dall’immaginario i bassifondi, gli operai; escludendo dal racconto quotidiano la fatica dello sfruttamento; mascherando l’impoverimento dietro l’obbligo di un dress code.
Come scrive Owen Jones a proposito del ‘thatcherismo’: «L’obiettivo era quello di cancellare la classe operaia come forza politica ed economica della società, rimpiazzandola con una collezione di individui, o imprenditori, che competono gli uni contro gli altri per i propri interessi. [...] Tutti avrebbero aspirato a rimontare la scala [sociale] e coloro che non l’avessero fatto sarebbero stati responsabili del loro stesso fallimento».
Né sulla Manica né sul Tirreno è bastata la poesia a fermare questa deriva. Nostalgicamente ascoltiamo ancora De André, capace come pochi di riflettere su un’umanità che sembra persa, spiegarci che esiste «ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore».
 
Così, negli ultimi decenni, è andata diffondendosi sempre più la figura del giovane con la partita Iva: libero di solcare i contratti a progetto, le prestazioni occasionali, di non arrivare a fine mese e di non avere diritto al reddito nei periodi di non lavoro. Non vincolato da un contratto, libero di esser pagato quanto e quando vuole l’azienda e di non avere alcun potere negoziale. Nel frattempo, il giovane precario poteva consolarsi e crogiolarsi del racconto della sua specificità, di essere unico, di non essere uguale a ‘quegli altri’, quelli impiegati da più di vent’anni con gravi lacune nell’utilizzo di Microsoft Office o, peggio ancora, quelli vestiti male, un po’ sporchi di polvere, di grasso e vernice. Nei cinque minuti tra il parcheggio e la porta d’ingresso, o tra la caffettiera e la piccola scrivania, separate dal lungo corridoio di una casa in affitto, il giovane precario pensa di essere indispensabile. Pensa che tutto andrà meglio, che questo contratto è solo l’inizio, potrà rivendicarlo al prossimo colloquio, quello che non esiste, perché il curriculum lo mandi a un indirizzo di posta elettronica. Lui è solo e a volte pensa che in fondo è l’unico uomo al comando. Di cosa non gli è ben chiaro. Però i sindacati mai. 
E del resto, per molti anni, i sindacati non si sono accorti che questi avevano la partita Iva ma erano degli sfruttati e quando se ne sono accorti hanno procrastinato. Un circolo vizioso che ha portato alla sconfitta. Era in atto la trasformazione antropologica e culturale del lavoro subordinato, mascherato dalle collaborazioni. All’inizio degli anni Duemila chiunque poteva essere un lavoratore a termine. Una generazione in fin dei conti abituata dai tempi della scuola: le verifiche a crocette, i quiz ogni quindici giorni erano già l’emblema del ‘mordi e fuggi’. Al diavolo il diritto a una conoscenza lenta, approfondita, critica. Gratta e vinci. Usa e getta. Come quei gadget che, ora, soddisfano gli attacchi di consumismo bulimico, mentre un operaio muore sotto un camion durante un picchetto. È il momento in cui, controllando il codice a barre che traccia la spedizione, il giovane collaboratore inveisce contro Poste Italiane perché non ha consegnato il gadget in tempo. Ma Poste Italiane è stata privatizzata, i postini sono sempre meno e quelli che son rimasti lavorano dieci ore al giorno, le spedizioni sono state appaltate a un corriere esterno, gli sportelli chiudono perché i cittadini sono stati trasformati in clienti. E vanno su internet, le filiali non servono più.
Sono gli anni in cui molti più giovani potevano dirsi liberi dal lavoro subordinato, lo dicevano alla televisione, lo dicevano i giornali. Purtroppo continuano a dirlo. I costi del lavoro diminuiscono, le imprese non devono pagare i contributi, ma non devono pagare neppure la formazione ai propri collaboratori. E i giornali tornano a titolare che le imprese non trovano giovani adatti a ricoprire le mansioni cercate. La colpa della disoccupazione e della precarietà è stata accollata alla scuola, che non prepara al mercato del lavoro. Devono uscire precisi e perfetti per il prossimo annuncio. Ma guai a investire nella formazione: meglio pretendere che sia la scuola, e quindi lo Stato, a pagare, anche per far lavorare gratis nelle aziende i propri studenti.
 
È così che nasce l’alternanza scuola-lavoro, i cui protocolli d’intesa del Ministero del Lavoro e di quello dell’Istruzione e della Ricerca danno il diritto a grandi multinazionali di impiegare migliaia di studenti nei propri locali, per fare i commessi. Una velocità che lascia interdetti. È stato un attimo, dal susseguirsi di stage umilianti o inutili al dovere del lavoro gratuito. Sarà un’esperienza fantastica, recitavano le pubblicità dell’Expo 2015 a Milano. Vedrete cose, conoscerete gente, gratuitamente. Lavorerete gratis finché altri vorranno. Poi il nulla. Anzi no, poi Garanzia Giovani, il progetto europeo per l’inserimento lavorativo dei Neet (Not in Education, Employment, Training), cioè per coloro che non studiano, non lavorano e non sono coinvolti in programmi di formazione. Più di un milione di persone tra i 15 e i 29 anni si sono presentati ai centri per l’impiego o strutture convenzionate, con la speranza di trovare un lavoro. L’ha detto la pubblicità, il Ministero del Lavoro non fa che vantarsi di questo programma. E allora proviamoci, come in un reality, sia mai che ci dice bene. Altri ci sono arrivati celando l’umiliazione, mettendo da parte l’orgoglio della laurea, dei master da fuori sede. Tirocini come se non ci fosse un domani, per tutti!
Masse di lavoratori che la sera tornano a casa con le proprie storie personali, alcuni aprono un blog e si raccontano. Una questione privata. Nessuno ha inventato il sito di incontri per partite Iva, un mega raduno di chi ha partecipato al grande show di Garanzia Giovani. Lo sciopero generale dei tirocinanti. Ognuno a pregare che quella promessa di assunzione possa un giorno farsi realtà.
Loro, i potenti, gli avidi, gli sfruttatori, hanno vinto perché sono stati coerenti, uniti, perché sono stati più forti nel ‘tutti contro tutti’, dove i morti li abbiamo contati solo noi. Hanno vinto quando ci hanno chiamati «bamboccioni», imponendoci una partita Iva, e siamo stati educati, silenti, accondiscendenti. Hanno vinto quando ci hanno detto che eravamo «choosy» e abbiamo porto l’altra guancia. Hanno vinto quando abbiamo smesso di credere che, uniti, si vince anche noi.
Indagare sulle condizioni di lavoro e non lavoro in Italia è una vera e propria discesa agli inferi. Il dilagare del lavoro povero, spesso gratuito, la totale assenza di tutele e stabilità lavorativa sono fenomeni all’ordine del giorno, che si abbattono su più di una generazione, costretta a lavorare di più ma a guadagnare sempre di meno, nonostante viviamo in una società il cui potenziale produttivo già permetterebbe di ridurre e distribuire il tempo di lavoro mantenendo e/o raggiungendo un tenore di vita più che dignitoso. È la realtà contro cui si infrange la narrazione dominante sulla ‘generazione Erasmus’ e sui Millennials, la stessa che con facilità dichiara che coloro che sono nati negli anni Ottanta dovranno lavorare fino a 75 anni per avere una misera pensione. Come se fosse un fatto naturale, inevitabile, ma soprattutto irreversibile, e non invece il risultato di scelte politiche ben precise, che hanno precarizzato il lavoro, la possibilità di soddisfare bisogni che dovrebbero essere considerati universali, come l’istruzione, la sanità, la casa, il trasporto pubblico. Le stesse politiche che hanno provocato l’inasprirsi delle diseguaglianze sociali spostando reddito e ricchezza dai lavoratori, che li producono, alle imprese, che a loro volta hanno scelto di trasformarli in vere e proprie rendite. Il furto quotidiano operato a danno dei lavoratori, di oggi e domani, è stato sostenuto dall’ideologia del merito, imposta per mascherare un inevitabile conflitto tra chi sfrutta e chi è sfruttato. Ma soprattutto per negare la matrice collettiva dei rapporti di lavoro, dei rapporti di forza in gioco: è la retorica per cui ognuno è unico artefice del proprio destino.
 
Il risultato è l’avanzare di forme di sfruttamento sempre più rapaci che pervadono ogni settore economico, con labili differenze tra lavoro manuale e cognitivo: dai giornalisti pagati due euro ad articolo ai commessi con turni di dodici ore, dagli operai in somministrazione nelle fabbriche della Fca ai facchini di Amazon.
Sono questi gli argomenti trattati in questo libro in cui l’analisi delle trasformazioni economiche e sociali che hanno attraversato i diversi settori si intreccia con le storie di quanti vivono quei luoghi – e non luoghi – di lavoro. Per ragioni oggettive e soggettive, ho scelto di analizzare e descrivere solo alcuni settori economici e forme di lavoro, in particolare la logistica, la grande distribuzione e i servizi pubblici, ma anche i lavoretti dietro la gig economy, le forme di lavoro gratuito, il lavoro a chiamata e il sistema dei buoni lavoro (i voucher). È una scelta dettata da poche ragioni di fondo, tra loro collegate. Primo, essi costituiscono gli esempi più significativi della ristrutturazione del capitalismo, dove la frammentazione del lavoro segue la frammentazione del processo produttivo. Secondo, sono la più nitida rappresentazione di come la valorizzazione del capitale necessiti la creazione di vere e proprie avanguardie dello sfruttamento, che coinvolgono sia i lavoratori immigrati della logistica, sia quelli italiani della grande distribuzione o dei servizi pubblici. La matrice di classe che opera in questi settori è la medesima, nonostante la narrazione dominante tenda a separare e a diversificare una soggettività, quella del nuovo e trasversale proletariato, con espedienti retorici e di facciata. Terzo, il riemergere dei conflitti che popolano questi settori e le modalità con cui le lotte si affermano son spesso taciuti o relegati a meri fatti di cronaca locale quando, invece, sono espressione di un mondo affatto pacificato. D’altra parte, frontiere del precariato come il lavoro a chiamata e il lavoro gratuito si configurano non soltanto come forme di totale estrazione del valore prodotto dai lavoratori che ingrassa solo gli utili d’impresa, ma agiscono come strumenti di estremo ricatto: la promessa di un futuro migliore se si è disposti a farsi sfruttare senza mai alzare la testa.

L'emergenza strutturale dello smog

C'è voluta l'immagine dall'alto dei cieli, anzi dallo spazio, postata dall'astronauta Paolo Nespoli: è nebbia o smog, si chiedeva ironicamente, commentando la macchia bianca sulla pianura padana.
Ad ogni inverno (o in generale, ogni volta che ci sono lunghi periodi di assenza di pioggia) si torna a parlare di inquinamento e smog nella zona padana.
E, con colpevole distrazione, ci si ricorda delle procedure di infrazione contro l'Italia relativi ai giorni di sforamento dei livelli di inquinanti in Italia, del report dell'Agenzia europea dell'ambiente che parla di 66 mila morti premature.
Sempre legate all'inquinamento dell'aria.

In Italia l'inquinamento da PM10 è causato principalmente da emissioni connesse al consumo di energia elettrica e al riscaldamento, ai trasporti, all'industria e all'agricoltura.Ogni anno l'inquinamento da polveri sottili provoca nel paese più di 66 000 morti premature, rendendo l'Italia lo Stato membro più colpito in termini di mortalità connessa al particolato, secondo le stime dell'Agenzia europea dell'ambiente (AEA).

Parlare di emergenza o allarme smog, come forse si farà oggi, è quasi ridicolo: sono anni che si le regioni del nord hanno puntato sulla gomma pianificando e finanziando nuove autostrade. Dell'inchiesta sul dieselgate non ne parla più nessuno.
Un piano nazionale (o almeno regionale) per ristrutturare le case, per cambiare i sistemi di riscaldamento, è ancora da venire, a parte le promesse del ministro Galletti.

Insomma, sembra la solita emergenza di giornata (non preoccupante come l'invasione degli immigrati o la questione dei vaccini).