24 luglio 2017

L'ipocrisia dietro l'aiutiamoli a casa loro

Aiutiamoli a casa loro, dicono: basta non fare come in Libia dove il petrolio fa gola alle multinazionali che si occupano di estrazione come Eni e Total.
Già nel 2011 la guerra a Gheddafi fu usata per mettere le mani sui pozzi.
Oggi valo lo stesso per l'incontro che Macron ha fissato a Parigi tra le due fazioni in guerra, senza invitare l'Italia.

Viva l'emergenza

Se non ci fossero le emergenze bisognerebbe inventarle.
L'emergenza roghi (sempre d'estate, sempre negli stessi posti) per incentivare il business delle flotte antincendio private.
L'emergenza sicurezza per fare appalti con società di security private e mettere qualche guardia giurata sui treni.
E ora l'emergenza idrica che poi, a ben guardare non è affatto un'emergenza.

"Siccità, 10 Regioni in emergenza chiedono lo stato di calamità" titola Il Messaggero, quotidiano della famiglia Caltagirone, azionista anche di Acea la società che gestisce la distribuzione idrica a Roma.
La società che, dopo la scelta della regione Lazio di bloccare i prelievi dal lago di Bracciano, ha preventivato i blocchi del servizio, i "razionamenti" dell'acqua a Roma.

Da qui poi è partito il gioco della speculazione: dopo le olimpiadi, i ratti, la monezza, pure l'acqua ci toglie la Raggi.

Eppure era tutto previsto: i lunghi periodi di siccità, le emissioni di C02 e il cambiamento del clima, la rete idrica che è un colabrodo (e a Roma peggio che nel resto del paese), gli scarsi investimenti in manutenzione fatti dalle società pubbliche o private (solo 32 euro contro gli 80-130 del resto d'Europa).
Tutto scritto nel rapporto sui cambiamenti climatici dell'Onu del 2007.

Abbiamo troppi gestori, piccoli, distribuiti sul territorio che non possono (o non vogliono fare investimenti): Il sole 24 ore ci fa sapere che se queste piccole utility si accorpassero (o meglio se venissero accorpate ai giganti), andrebbe tutto meglio, avremmo già pronti 2 miliardi per gli investimenti.
Servono aree di gestione non solo provinciali (i 70 ambiti territoriali ottimali indicati dal regolatore, ndr) ma regionali e per un efficiente servizio idrico integrato occorre che un unico gestore presidi l’intera filiera, dalle sorgenti alla depurazione», afferma Andrea Bossola, direttore area Idrica di Acea.Risultati che portano il presidente dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico (Aeegsi) Guido Bortoni a sollecitare il passaggio «dalle campagne ideologiche sulla proprietà pubblica o privata delle società idriche alla battaglia per una gestione industriale, e quindi specializzata, del bene comune più prezioso che abbiamo, l’acqua. La regolazione non vuole mortificare le istanze del territorio ma deve favorire in modo pragmatico l’aggregazione per rafforzare il modello industriale».

Non è ideologico sostenere che, laddove esiste il privato (Acea è per il 49% privato) non si sono visti comunque investimenti e le tariffe dell'acqua sono aumentate.
E non è ideologico nemmeno sostenere che laddove si è privatizzato senza fare controlli, come nelle autostrade, la storia è sempre la stessa: investimenti pochi, tariffe ai caselli che aumentano.
Insomma, abbasso le ideologie e viva il mercato (anche se non è libero e sarà in mano a pochi gestori che detteranno le regole al pubblico e alla politica).
Il fatto che gli italiani nel 2011 si siano espressi in modo diverso col referendum poco importa.

PS: abbasso le ideologie che però vivono e lottano insieme a noi, come l'ideologia finta del finto mercato, quella sui licenziamenti facili, quella della flat tax e della ricchezza che "gocciola" dall'alto verso i poveri ..

23 luglio 2017

Sciur padron dalle belle braghe bianche - la storia della Manufat

Me lo ricordo ancora cosa si diceva in paese, quando fallì la Manufat ad inverigo, un'azienda tessile che faceva capi di qualità, con 90 dipendenti e che aveva ordini in Italia e nel mondo.
Colpa della crisi e dello Stato che strozza le aziende nel momento peggiore.
Qualcuno, in pochi in verità, raccontava dei problemi di gestione, del padrone dell'azienda: azienda che era in crisi già da anni, prima del periodo 2009-2011.

Poi è arrivato il fallimento, le dipendenti sono rimaste senza lavoro e senza stipendio, perché lo "sciur padrun" non le aveva pagate.
Nonostante l'occupazione dello stabilimento, nonostante, per far sentire meglio la loro protesta, fosser arrivate anche le telecamere di Servizio Pubblico, nel 2013:
Nella puntata di ieri si è parlato dell'emergenza in Sardegna e della crisi delle piccole imprese nel nord: il primo servizio di Giulia Innocenzi era proprio dedicato alla Manufat, un'azienda tessile di Inverigo oggi chiusa.


Per colpa delle scelte industriali fatte, dice il proprietario, che ha pagato la scelta di mantenere la produzione di capi tessili in Italia. E calando la domanda, per la crisi delle famiglie che non possono spendere, sono iniziati i problemi. Problemi accentuati da Equitalia e dalle banche che hanno chiuso i rubinetti del credito.

Al nipote dell'imprenditore avevano consegnato pure il drappo bianco, simbolo delle piccolo imprese messe in difficoltà dallo stato vampiro, quello di Equitalia, delle cartelle, che ti blocca i conti, che ti uccide con la burocrazia. Tutto vero, lo sappiamo.
Poi però, è emersa una verità diversa: lo ha raccontato il quotidiano La Provincia di Como
Maglieria fallita «per colpa del fisco»Ma avevano 71 milioni in Svizzera 
La Manufat Inverigo è stata travolta dai debiti, in 90 sono rimasti enza lavoro. I titolari diedero la colpa al fisco e a Equitalia. Ma la Procura accusa l’ex proprietario: nel corso degli anni avrebbe portato sui conti in Svizzera 71 milioni di euro 
Quando la maglieria Manufat, una istituzione della Brianza, 90 lavoratori rimasti a casa dalla sera al mattino, fallì nel 2013, in molti puntarono il dito contro lo Stato vampiro e il fisco assassino. I titolari ricevettero addirittura il “drappo bianco”, simbolo della ribellione civile contro la pressione fiscale. E a dispetto delle precisazioni di Equitalia («non abbiamo decretato noi il fallimento della ditta») per tutti la Manufat di Inverigo era fallita per colpa dei debiti con un fisco privo di scrupoli.
Quattro anni dopo la Procura di Como sta riscrivendo la storia di quella fine ingloriosa di un fiore all’occhiello dell’industria tessile comasca. E lo fa dopo che l’ex proprietario Angelo Baggi, ha deciso di riportare in Italia attraverso la voluntary disclosure qualcosa come 71 milioni di euro che fino allo scorso anno si trovavano al sicuro sui conti correnti svizzeri dell’imprenditore.
Quaranta milioni di euro di quel tesoretto, che sarebbe bastato più che ampiamente per risolvere i guai economici della Manufat (fallita con un passivo di circa 10 milioni), sono finiti sotto sequestro su ordine del giudice delle indagini preliminari Ferdinando Buatier de Mongeot e richiesta della Procura (che avrebbe voluto sequestrarne 60 di milioni).
Il motivo è presto detto: stando al sospetto della magistratura quei soldi sarebbero il provento di una lunga e paziente fuga di capitali in nero dalla Manufat alla Svizzera, accumulati tra il 1980 e il 2000. La Procura ha anche aperto un’inchiesta per bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio, ma delle due persone finite sotto indagine una, nel frattempo, è morta.
L’uomo infatti, si è spento all’età di 97 anni. Una morte che ha causato l’immediato ricorso della moglie contro il sequestro dei soldi del marito. La prossima settimana il caso approderà in aula, dove i giudici del Tribunale del riesame dovranno decidere se restituire - come richiesto dalla difesa - quei quaranta milioni o confermarne il sequestro, come vorrebbe invece il pubblico ministero Mariano Fadda.
 
Sotto inchiesta è finito anche l’ultimo amministratore della Manufat, prima del fallimento, Franco Di Raimondo, nipote del titolare. Era stato proprio lui, nei giorni del fallimento nel 2013, a puntare il dito contro il fisco: «Non siamo però riusciti a pagare due rate da 10mila euro con l’Inps, le banche hanno chiuso i rubinetti e ad aprile è arrivata Equitalia che ha messo in atto un pignoramento presso terzi bloccando i nostri conti correnti». 
Versione che aveva spinto Equitalia a una smentita.
Nei mesi scorsi, aveva accettato di essere interrogato in Procura per chiarire la sua posizione. Il sequestro dei 40 milioni di euro a carico del fondatore della Manufat è arrivato dopo quell’interrogatorio. E se gli ex dipendenti confidano nell’arrivo dei soldi che non hanno potuto avere a causa del dissesto (il tesoretto sequestrato finirebbe infatti nelle casse del fallimento), il decesso de fondatore potrebbe portare all’annullamento del provvedimento di sequestro del giudice.
L'ex proprietario è morto la settimana scorsa: al funerale le voci che giravano su di lui erano discordanti. Alcuni lo ricordavano come il benefattore, quello che aveva finanziato la ricostruzione della chiesa a Guiano, una frazione di Inverigo.
Altre dipendenti ricordavano del clima in cui si lavorava: quanto fosse difficile ottenere permessi, chiedere un aumento.
Con i soldi che Baggi ha portato in Svizzera si poteva affrontare la crisi, si poteva tenere in piedi l'azienda, mantenere l'occupazione, tenere attivi gli impianti.
Oggi quell'insegna, Manufat, sul portone di un'azienda chiusa, è un'emblema di una certa imprenditoria che fa male al paese. 
Certo, non tutti gli imprenditori sono così, ci sono stati anche quelli che han scelto di fare sacrifici, pur di andare avanti, ma quella della Manufat è una storia che insegna qualcosa, quando si sente dire non si può fare produzione in Italia, colpa delle tasse, etc etc.

La soluzione al problema delle pensioni - piano Annozero (da La giostra dei criceti, Antonio Manzini)

Da anni si discute di pensioni, di sistemi di riforme, di quanto il sistema pensionistico incida sui conti dell'inps e su quelli dello Stato.
Ah, se quei soldi potessero essere utilizzati meglio .. Se l'aspettativa di vita cresce, bisogna andare in pensione più tardi ..
Come risolvere il problema?
Boeri (presidente Inps), in audizione alla Camera, ha spiegato che servirebbero più immigrati (regolari), disposti a lavorare (anche a bassi salari), che versano allo Stato più di quanto prenderanno un giorno.
Di questi giorni la polemica sui pensionati che se ne vanno a godere la vecchiaia all'estero. Ingrati a cui qualcuno ha pure augurato una cattiva sorte.
Sorprende come, qualche anno fa, proprio partendo dalla questione pensioni, uno scrittore italiano, Antonio Manzini, avesse già trovato una soluzione.
Grottesca, che gronda di houmor nero, ma sempre una soluzione.

Ci troviamo in un ristorante di quelli nemmeno di lusso, esclusivi.
Attorno ad un tavolo il ministro del Tesoro, un dirigente e il il direttore generale dell'Inps, un generale dell'esercito. E un uomo, chiamato l'Innominato.
Come i gerarchi nazisti riuniti a Wansee, anche loro sono pronti a mettere nero su bianco la "soluzione finale" al problema dei pensionati.
- La popolazione sta invecchiando. I pensionati di questo paese superano i lavoratori. Lo Stato non riesce più a colmare questa disparità. Quindi non rimane che una soluzione. Diminuire i pensionati.Toti non aveva capito. Non si poteva diminuire il numero dei pensionati. La pensione era un diritto.- Come facciamo a diminuirli? I sindacati ci saranno a pezzi.- Prego, dottor Rispoli, faccia proseguire il nostro amico. L'Innominato prosegui. - I sindacati, le commissioni parlamentari e sottocommissioni, i Tribunali, i datori di lavoro, la Confindustria, le parti sociali .. sono finiti. Via! - e con un gesto della mano spazzò l'aria. - Fanno parte di una politica che non deve più esistere. Sono freni inibitori dell'economia. Sono cancri avviluppati intorno al corpo dello Stato e lo succhiano quotidianamente senza restituire nulla. Tutto questo va aggirato. Aggirato! Il silenzio nella sala era rotto solo dal leggero ronzio del condizionatore. L'uomo girava i suoi occhietti freddi passandoli sui volti dei presenti. Erano fissi, non batteva le palpebre, come uno squalo che guarda la preda, il suo prossimo pasto, la cosa che gli avrebbe garantito la sopravvivenza. [..]
Rispoli aveva la fronte imperlata di sudore. Solo il generale Mochi se ne stava tranquillo. La sapeva più lunga degli altri. Toti guardo di nuovo il ministro che aveva ripreso la parola.- E' inutile che vi dica che se l'esperimento riuscirà noi tutti passeremo alla storia. Prima ci daranno addosso, ci diranno che siamo dei pazzi. Poi capiranno. Quando il benessere entrerà dritto dritto nelle tasche della popolazione attiva, allora capiranno. E ci faranno santi, eroi, e i nostri busti li metteranno nella Promototeca del Campidoglio. Protomoteca, c****!, lo corresse mentalmente Toti. - Noi siamo il secondo Risorgimento! Iacobazzi aveva gli occhi iniettati. Si capiva che il progetto era suo. E man mano che si eccitava la cadenza dialettale stava prendendo il sopravvento. - Abbiamo fin troppi pinsionati. Gente che grazie alle passate amministrazioni se ne andava a casa a 48 anni nel pieno delle forze, a vivere sulle spalle dello Stato. Finti invalidi, finti malati. E che Madonna! Basta tutto questo deve finì. Volete che i vostri figli arrivino all'età della pinsione senza percepire quello che gli è dovuto? Todi era frastornato. Si sentiva nel mezzo di una riunione di una loggia massonica deviata. Roba da galera. Aspettava la soluzione del problema come una bomba lanciata dall'Enola Gay. - La soluzione del problema non è economica, non è finanziaria. E' strutturale! - sentenziò l'Innominato.Poi continuò: - Daremo il via all'esperimento che chiameremo «Annozero». E' semplice. Niente cartelle, fogli, ricorsi. Ci serve solo gente motivata che vada fino in fondo. E questa gente per la ricollocata nell'esercito, nelle Forze Speciali. Di qui la presenza del generale. Questa è gente che lei recluterà. 
Mocchi annuì, con uno strano sorriso sulle labbra. Impercettibile a un occhio poco attento, ma sorrideva.Poi l'Innominato di scatto indicò Toti e Rispoli che se ne stavano accucciati sulle poltrone uno accanto all'altro. Appena tolti vide l'indice dell'Innominato puntato verso di lui, sobbalzò.- Signori! Da voi abbiamo bisogno di impiegati giovani, volenterosi e pronti a tutto. Davanti a loro si aprirà una carriera sfolgorante- Ma che devono fare? - disse Toti con una voce fessa è rotta.- I vostri impiegati dovranno scegliere fisicamente gli individui più adatti ai nostri pensionati.- Mi scusi, - intervenne timidamente Rispoli, - adatti a fare cosa?- Ad essere eliminati. Fisicamente.Cadde un silenzio astrale. La giostra dei criceti, Antonio Manzini (Sellerio Editore)

Antonio Manzini è uno scrittore italiano capace di coniugare nei suoi libri houmor nero e thriller. Capace di raccontare il mondo degli outsider, del popolo delle periferie, del mondo criminale. Anche quello degli alti burocrati dello stato che portano avanti questo complotto inverosimile.
Portando il lettore in una sorta di terra di mezzo, dove osservare il mondo che sta sotto e quello che sta sopra.
Questo libro era uscito nel 2007 per Einaudi, ora è stato ripubblicato per Sellerio.

22 luglio 2017

Maigret perde le staffe di Georges Simenon

Incipit
Era mezzogiorno quando Maigret varcò l'ingresso a volta sempre fresco e il portone fiancheggiato da due agenti in uniforme che se ne stavano attaccati al muro per godere di un po' di ombra. Li salutò con un cenno della mano e per un istante rimase immobile, indeciso, guardando verso il cortile, poi verso place Dauphine, poi di nuovo verso il cortile. Su, nel corridoio, e poi sulla scala polverosa si era fermato due o tre volte, facendo finta di riaccendere la pipa, con la speranza di vedere spuntare fuori un collega o un ispettore.
Non accadeva quasi mai che la scala fosse deserta a quell'ora, ma il 12 giugno di quell'anno la polizia giudiziaria e la già immersa in un'atmosfera di vacanza.

Maigret, oltreché perdere le staffe (forse per la prima volta) si annoia: lo vediamo ad inizio romanzo indeciso, quasi perso nei corridoi vuoti del palazzo al Quai de Orfevres, per la partenza per le vacanze dei colleghi. Così, sceglie di recarsi alla brasserie Dauphine, a bersi un pernod, sperando di incontrare qualche volto amico:
"Erano settimane che faceva il bravo, accontentandosi di un bicchiere di vino ai pasti e, le sere che era uscito con la moglie, di un bicchiere di birra."

Qui incontra Lucas, assieme ad un signore italiano, Antonio Farano, gestore di uno dei locali del cognato Emile Boulay, sparito da tre giorni. Emile Boulay era stato chiamato come testimone dalla polizia giudiziaria per la morte di un piccolo criminale corso, Mazotti.
Quest'ultimo gestiva il racket dei locali notturni (con tanto di streap tease), come quelli di cui Boulay era proprietario a Montmartre: mandava i suoi uomini prima a chiedere una tangente per avere protezione poi, in caso di diniego, inscenava delle risse nei locali per far allontanare la clientela.
Ma questo trucco non aveva funzionato: Boulay aveva chiamato dal suo paese, Le Havre, degli scaricatori di porto che avevano dato una lezione agli scagnozzi del criminale, poi ammazzato a colpi di pistola.

Un caso che generalmente non interessa la polizia giudiziaria e nemmeno i magistrati, usi a pensare che se si ammazzano tra di loro non c'è nulla di male. Ma è un caso che incuriosisce Maigret, forse anche per scappare dalla noia e dalle pratiche di burocrazia cui è costretto.
Così, quando viene avvisato del ritrovamento di un cadavere, strangolato, corrispondente proprio a Emile Boulay. Ucciso e scaricato dopo tre giorni, come dirà poi il medico legale, su quella strada vicino al cimitero.
Ogni quartiere di Parigi, ogni classe sociale ha, per così dire, il proprio modo di uccidere – così come ha il proprio modo di suicidarsi. In alcune strade ci si butta dalla finestra, in altre ci si uccide con le esalazioni della stufa o con il gas, in altre ancora ci si avvelena con i barbiturici.Ci sono quartieri in cui ci si accoltella, altri dove si usa una spranga e altri ancora, come Montmartre, in cui dominano le armi da fuoco.Il piccolo proprietario di night non solo era stato strangolato, ma per due giorni e tre notti l'assassino non si era sbarazzato del corpo.Maigret aprì l'armadio e prese giacca e cappello.«Andiamo!» borbottò.Aveva finalmente una scusa per abbandonare le sue incombenze burocratiche.

L'inchiesta di Maigret, assieme al suo ispettore Lucas, svolge interamente nel mondo dei locali notturni che il commissario aveva ben conosciuto nel passato, per motivi professionali.
Ma il morto non era un criminale o un impresario con pochi scrupoli: era felicemente sposato con una ragazza italiana; la sorella della moglie gli faceva da segretaria e il cognato gestiva uno di questi locali.
Una vita tranquilla, si direbbe, da normale imprenditore.
Uno che non si approfittava della situazione.
Non solo le note del jazz che filtravano dalle porte dei night davano all'aria una vibrazione diversa, ma anche i passanti erano diversi e i taxi notturni cominciavano a riversare la loro clientela mentre una nuova fauna passava e ripassava dall'ombra alla luce.

Di locale in locale, Maigret cerca di ripercorrere la vita del morto, in particolare le sue ultime azioni compiute l'ultima sera. Che ci sia qualcosa che non torna, lo capisce subito: il modo in cui è morto, il rischio che ha avuto l'assassino a tenersi il corpo. E poi quella sera, il suo passeggiare nervoso, quelle telefonate che aveva fatto, cercando di parlare con una persona, senza riuscire subito a rintracciarla (come racconta al commissario un suo confidente, “Topolino”.
Detestava non capire, ne faceva una questione personale. Gli ritornavano in mente sempre le stesse immagini: Emile Boulay, con il vestito blu, che se ne andava al Lotus, poi entrava, faceva una telefonata, non otteneva la risposta, gironzolava un po', provava a chiamare un'altra volta, e un'altra ancora, sotto lo sguardo indifferente della guardarobiera.

Il classico vicolo cieco dell'investigatore: ma a furia di continuar e continuare a ripetere gli stessi gesti del morto, a risentire tutte le persone che lo conoscevano, riesce a trovare una pista. Uno spiraglio. Un'idea che si forma in mente.
E allora il commissario diventa il Maigret implacabile, che come una goccia insistente, ostinata, a furia di battere sulla roccia, ne lascia il segno.
Aveva gli occhi spalancati, come persi nel nulla, la schiena curva e il passo lento e pigro.In quei momenti, le persone intorno a lui e soprattutto i suoi collaboratori pensavano che si stesse concentrando. Niente di più falso. Maigret aveva un bel dire, ma nessuno gli credeva. In realtà, ciò che faceva era un po' ridicolo, addirittura infantile. Prendeva un briciolo d'idea, un pezzettino di frase e se lo ripeteva come uno scolaro che cerca di farsi entrare in testa la lezione. Gli capitava anche di muovere le labbra, di parlare a bassa voce, da solo nel bel mezzo dell'ufficio, sul marciapiede, dovunque.E quello che diceva non sempre aveva senso. A volte sembrava una battuta.«Ci sono stati casi di avvocati uccisi da un cliente, ma non ho mai sentito parlare di clienti uccisi dal loro avvocato...».

Cosa porterà Maigret a “perdere le staffe”?
Quando scoprirà che l'assassino aveva usato il suo nome, per infangarlo e trascinarlo in una storia di corruzione, di processi aggiustati.
No, nessuno si deve permettere di tirare in ballo il suo onore di uomo e di poliziotto.
Maigret non era mai stato così pallido in vita sua. Il suo viso, inespressivo, sembrava un blocco di pietra. Con voce neutra, impressionante, ordinò: 
«Ripeti!..». 
«I..i..mi fa male ...». 
«Ripeti!».«I centomila franchi ..». 
«Quali centomila franchi?». 
«Mi lasci .. Le dirò tutto ..». 
Maigret lasciò la presa ma aveva la faccia livida,e a un certo punto si mise la mano sul petto e sentì il cuore battere all'impazzata.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

21 luglio 2017

(Ex) mafia capitale




Non avevo mai visto tanti giornalisti, tanti garantisti, tanta gente esultare per una condanna dai tempi dei cannoli di Totò Cuffaro, quando nel 2008 fu condannato a 5 per favoreggiamento "semplice" (a Cosa nostra).
Ieri la corte del Tribunale di Roma ha condannato Buzzi, Carminati e gli altri imputati nel processo "Mafia capitale" (compresi i politici Gramazio, Odevaine, Coratti) per corruzione ma negando l'associazione mafiosa.
Evviva, a Roma la mafia non c'è, non eiste, tutto un teorema ..

Come nella Sicilia degli anni sessanta e settanta. Come nella Palermo dove il 21 luglio 1979 il boss Leoluca Bagarella ammazzò sparandogli alle spalle il vicequestore Boris Giuliano, vice di Contrada alla Mobile.
La sua colpa essersi messo sulle tracce di denaro, i profitti miliardari che le famiglie mafiose facevano col traffico della droga e che portavano in America, per l'eroina. E anche nelle banche siciliane.

Ci sono voluti tanti, troppi cadaveri eccellenti in Sicilia, per dire che la mafia esisteva e che era una struttura verticistica e unitaria, come sentenziò una volta per tutte la Cassazione nel gennaio 1992.
La mafia esisteva. Ed esisteva anche a Roma, dove aveva casa lo zio Carlo di "Romanzo criminale" ovvero Pippo Calò.
C'era la mafia, c'era la Camorra, così come oggi ci sono le ndrine.
Traffico di droga, estorsioni, controllo del territorio. 
Minacce verbali a chi si mette di mezzo.

Ma niente coppole o lupare. Niente "viddani coi peri ncritati".

"A Roma la mafia è un bluff. Lezione per i pappagalli delle procure"
La Corleone dei “cravattari” 
Mafia chi? L’unica cupola che esiste a Roma è quella di San Pietro

Solo i titoli che trovate in gome page sul sito de Il foglio.

Dopo la sentenza sul maxi processo si è ammessa l'esistenza di quella associazione criminale Cosa nostra, che legava assieme criminalità, controllo del territorio, omertà e che deve la sua forza ai legami con massoneria, con la politica, col mondo economico e finanziario.
Poi, a malincuore per i garantisti all'italiana, si è ammesso anche la presenza mafiosa al nord, a Milano.
Verrà il tempo anche per Roma.

PS: consiglio la lettura di quanto scritto da Gilioli sulla sentenza di ieri

4. Una buona parte della manovalanza della banda di Carminati e Buzzi è uscita ieri dal carcere; gli stessi due capi potrebbero uscire a breve, e pure con l'alone di "martiri di una montatura", quindi sentendosi molto forti. Tutto sicuramente corretto, in termini giudiziari, fino a sentenza definitiva. Qualcuno ieri in aula sghignazzava. Invece altri - che in questi anni hanno scritto di Carminati e soci - forse adesso hanno paura per la propria vita.5. Siamo davvero sicuri - e sia detto con il massimo rispetto del tribunale di Roma - che le stesse azioni e gli stessi delitti se fossero avvenuti in Sicilia o in Calabria sarebbero stati derubricati da mafiosi a non mafiosi? Chissà. Questo è solo un dubbio culturale, relativo alla lenta e difficile crescita civile di questo Paese, alla lenta e difficile presa di coscienza dei fenomeni criminali organizzati. Insomma il dubbio di uno che avendo 55 anni si ricorda bene di quando tanti dicevano, anche in Sicilia, che «la mafia non esiste».

20 luglio 2017

La mafia non esiste

C'era così tanta voglia di minimizzare la portata del processo di mafia capitale, che lo hanno scritto anche nel titolo: "Mafia Capitale non esiste".
Esistono i gruppi criminali, esiste la Camorra, la ndrangheta, i gruppi sciolti, la criminalità legata all'estrema destra.
Da oggi esistono anche le condanne, quanto meno in primo grado.
Esistono le minacce, i delitti, lo spaccio della droga, il controllo del territorio, i politici a libro paga.
Ma mafia capitale non esiste.

Così a Il Foglio di Cerasa e Ferrara possono pure dormire sonni tranquilli.
Quanta sofferenza devono provare ogni volta che leggono la parola mafia ...

C'è un equivoco di fondo

C'è un equivoco di fondo nel parlato politico.
A proposito delle prime indagini sulla morte di Paolo Borsellino si parla delle troppe "incertezze e degli errori" (parole del presidente Mattarella): parafrasi per non dire chiaramente, di fronte al paese del depistaggio da parte di un pezzo dello stato che hanno indirizzato le indagini verso una direzione precisa. Responsabili della strage erano solo ed esclusivamente i mafiosi, non i Graviano, quelli che avevano detto di aver il paese in mano grazie a quello delle televisioni. L'amico del paesano Dell'Utri.

E ci sono anche altri equivoci.
Si sbandierano cifre iperboliche per miliardi, 9,5 miliardi per la precisione, per la ricostruzione delle scuole pubbliche.
Tanto nessuno controlla o smentisce. E spiega che le cifre veramente impiegate, che vengono da fondi europei, sono solo 450 ml.

C'è l'equivoco di chi confonde i bonus a pioggia (bonus asili, bonus diciottenni) come misure di sostegno.
Quando sono per lo più strumenti elettorali, che non spostano il pil, le soglie della povertà, il benessere reale del paese ma creano solo altro deficit.
Ma riempiono così bene le slide.

Oggi, 20 luglio, ne dobbiamo registrare altri di equivoci.
Il capo della polizia che, 16 anni dopo, presenta le scuse sulle torture e sulle violenze della polizia al G8 di Genova del 2001.
"Se fossi stato De Gennaro mi sarei dimesso per il bene della Polizia".
Ricordiamo allora che la polizia non collaborò pienamente coi magistrati, per individuare i colpevoli.
Che abbiamo dovuto aspettare anni per avere il reato di tortura (senza il quale molti indagati sono usciti dal processo), che forse nemmeno coprirebbe le vergogne compiute da uomini dello stato a Genova, nella notte cilena.

Il governo di sinistra perde dei pezzi.
"Silvio ricordati degli amici" - diceva il Guzzanti-Rutelli nel 2001, alla vigilia delle elezioni che avrebbero riportato in sella l'ex cavaliere.
Ecco, Silvio ricordati degli ex berlusconiani che sono andati a sinistra in cerca di fortuna, come i migranti economici che però hanno trovato migliore accoglienza delle persone che sfuggono da miseria e carestie in Africa.
Ieri il ministro Costa ha lasciato.
Altri lo hanno anticipato e altri lo seguiranno.
Ricordati degli amici Silvio, di chi ti ha voluto bene e che ha portato avanti le tue battaglie in questi anni, con la bandiera del centro sinistra.

19 luglio 2017

Via D'Amelio - l'ultimo giorno di Paolo Borsellino


Se questa storia fosse un romanzo, o un film, questa scena si aprirebbe con un rumore, il rumore di un antifurto, un antifurto da macchina. Un suono acuto che si alza su tutti gli altri rumori che ci sono, le grida della gente, i passi di corsa, il crepitare delle fiamme. Che cosa è successo? Il 19 luglio 1992, poco prima delle 5 del pomeriggio, le auto blindate di Paolo Borsellino e della sua scorta si infilano in via D'Amelio dove vive la madre del magistrato. E' domenica e Paolo Borsellino ha deciso di andarla a trovare. Il primo giorno di vacanza che si è preso dopo settimane di lavoro. Dall'auto scendono due agenti, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli, per controllare che tutto sia a posto. Bonifica si chiama, in gergo tecnico. Poi scendono altri due agenti, Agostino Catalano ed Emanuela Loi, assieme a Paolo Borsellino. Un altro agente, Walter Cusina è rimasto indietro, mentre un altro, Antonio Vullo, è nell'auto blindata che ha riportato in fondo alla strada.
Da lì, dall'auto, Vullo osserva il magistrato che si avvicina alla casa della madre assieme agli agenti. Pensa che quella non è una bella situazione. Via D'Amelio è un budello, bisogna entrare in fila indiana e fare marcia indietro per uscire, e ci sono tantissime auto parcheggiate. Ore 16:58. Antonio Vullo sta guardando il procuratore Borsellino che suona il campanello della madre. Poi non vede nient'altro, perché viene sbalzato all'indietro dentro l'auto blindata da una nube d'aria caldissima.
La mattanza - dal silenzio sulla mafia, al silenzio della mafia - Carlo Lucarelli

La strage di via D'Amelio: una 126 imbottita di esplosivo esplode davanti casa della madre del magistrato Paolo Borsellino. Era stata rubata da Gaspare Spatuzza pochi giorni prima e preparato poi per la strage, sistemando perfino la frizione, in un garage dove - è sempre Spatuzza a raccontarlo - erano presente persone estranee alla mafia.
Dei servizi? Di altri corpi segreti dello stato?
Come il pizzono ritrovato a Capaci, con un numero che risale ad una società del Sisde (i servizi interni, oggi Aisi), anche nell'attentato a Borsellino si segnalano strani segnali.
Come depistaggio ad opera del gruppo di super poliziotti agli ordini di Arnaldo La Barbera che fabbrica il falso pentito Scarantino, le cui false accuse passeranno pure tre gradi di giudizio.

Una seconda strage, fatta così, in pieno centro a Palermo, a soli 55 giorni da quella di Capaci, non è solo cosa di mafia.
Non è la mafia classica, che sa come dosare i colpi e che sapeva che, dopo via D'Amelio, sarebbe arrivata la risposta dello stato.
Il decreto Falcone che dormiva in Parlamento (come anche oggi, il codice antimafia per gli appalti) con l'introduzione del 41 bis, lo spostamento dei mafiosi nelle supercarceri di Pianosa e l'Asinara (non l'hotel l'Ucciardone).

E, come conseguenza, nuovi pentiti della mafia, pronti a collaborare con lo Stato.
Se fosse solo mafia perché questa fretta nell'ammazzare Borsellino (che aveva chiesto di essere ascoltato dai colleghi di Caltanisetta, invano)?
Se fosse solo mafia, perché quel depistaggio da parte di uomini dello stato?

A 25 anni da via D'Amelio siamo stanchi di sentir ripetere le solite frasi di circostanza.
Vorremmo sapere tutta la verità sulle stragi e sulla trattativa. O sulle trattative. E su come è nata la seconda Repubblica, su quali ricatti.
Vorremmo che, un giorno, spuntasse fuori l'agenda rossa di Borsellino dove appuntava le cose più importanti. Agenda sparita dal luogo della strage.
Vorremmo che le parole di Falcone e Borsellino fossero finalmente ascoltate: la correntocrazia dentro il CSM, i politici che non vogliono fare pulizia al loro interno e si nascondono dietro un finto garantismo. 

"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la magistratura non l'ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto... ma dimmi un poco... tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perché non ci sono le prove per condannarla? C'è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquietanti...". 



Lo Stato che, al sud e anche al nord, non sempre è capace di presentarsi con la sua faccia pulita, credibile.
"... lo Stato non si presenta con la faccia pulita [...] Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni e comunque dappertutto in Italia, un'immagine credibile? [...] la vera soluzione sta nell'invocare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni."Paolo Borsellino nel discorso tenuto agli studenti di Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989.

E così le imprese, le persone preferiscono affidarsi ai servizi di mafia spa, convenienti nel breve periodo, ma che alla lunga portano alla morte dell'impresa, di quel diritto che lo Stato doveva garantire.

Oggi la parola mafia è uscita dall'agenda della politica: troppo impegnati sull'emergenza immigrazione, sull'emergenza sicurezza i nostri politici per ricordarsi come intere regioni siano controllate dalle mafie.
E' quello che ha raccontato in Parlamento il super procuratore antimafia.
La mafia oggi spaventa di meno, perché non spara come ai tempi del golpe dei corleonesi, con la Mattanza.
La mafia offre servizi, offre pacchetti di voti, prestiti alle imprese che non possono o non vogliono rivolgersi agli istituti di credito.
"Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici...; collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia... dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo."Paolo Borsellino alla veglia per Giovanni Falcone, 23 giugno 1992.


Oggi, 19 aprile 2017, 25 esimo anniversario della strage di via D'Amelio, verrà raccontato che lo Stato ha sconfitto Cosa nostra, con gli arresti dei boss stragisti. Tutti dietro le sbarre eccetto la primula rossa Messina Denaro, cui ancora le forze dell'ordine stanno dando la caccia, a lui, ai suoi prestanome e ai suoi tesori.
Ma non possiamo dimenticarci delle troppe ambiguità ancora presenti nella legislazione antimafia, il voto di scambio e il concorso esterno in mafia: ancora oggi considerati un vulnus giudiziario, sempre da quei garantisti di cui sopra.
Quelli che han brindato dopo la sentenza della CEDU, la corte europea dei diritti dell'uomo e la Cassazione hanno annullato gli effetti della condanna a Bruno Contrada.
Quelli che oggi sperano che lo stesso accada a Marcello Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia, maggior partito del centro destra.
Partito fondato da una persona che ha pagato la mafia per anni.

Capite allora quanta ipocrisia ci sia, attorno alle celebrazioni, attorno ai discorsi pieni di retorica che sentiremo?
Parlano di mafia e si riferiscono solo alle coppole storte e alle lupare.
Parlano di mafiosi e intendono quel contadino rozzo di Riina. 

Dimenticandosi, volutamente o meno, come se mafia sia criminalità, più intelligenza, più omerta. Sono parole di Buscetta, il pentito che proprio a Falcone e Borsellino insegnò la mafia, il linguaggio, il pensiero.
Penso che sera un corso di ripasso, oggi.
La mafia si è fatta impresa, presenta suoi candidati, diventa perfino banca.

Falcone, Chinnici, Cassarà, Borsellino (e tutte le altre vittime della mafia), eroi che non avrebbero voluto esserlo, ci hanno insegnato due cose.
La prima è combattere la rassegnazione alla mafia: la mafia è un fatto umano - le parole di Giovanni Falcone - e come tale ha un inizio e una fine. Combattere la mafia e l'assuefazione alla mafia nel senso di applicare quella legge uguale per tutti: sia per il ladro di polli che per il politico "in concorso esterno" con la mafia. Che si chiami Ciancimino, Ignazio Salvo o Michele Greco. Non esistevano più santuari intoccabili, non era più tabù indagare e processare i colletti bianchi.

E un'altra cosa hanno insegnato: che lo Stato, in Sicilia e nel sud del paese sapeva presentarsi anche con facce presentabili, pulite, oneste.
Non c'era solo lo stato di Contrada, di Salvo Lima, di Andreotti.

Altri post dedicati a questi 25 esimo anniversario

18 luglio 2017

L'ultimo discorso di Paolo Borsellino


In occasione dell'anniversario della strage in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino, Il Fatto Quotidiano pubblica l'ultimo suo discorso pubblico tenuto, a Palermo, il 25 giugno 1992.
Un omaggio all'amico Falcone.
Una denuncia ai troppi giuda presenti nella magistratura e nelle istituzioni.

Paolo Borsellino: “Quando denunciai i Giuda di Falcone e volevano farmela pagare”L’ultimo discorso - Alla vigilia dell’anniversario dell’attentato di via D’Amelio, ecco le parole del giudice all’incontro che celebrava l’amico
di Paolo Borsellino | 18 luglio 2017
 
In occasione del 25° anniversario della strage di via D’Amelio pubblichiamo l’ultimo discorso pubblico che Borsellino tenne il 25 giugno 1992 durante un dibattito organizzato dalla rivista Micromega nell’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo
 
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte.
 
Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi ci accorgiamo come lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera che bollava me come un professionista dell’antimafia.
Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a Palermo. Ma (poi) si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
 
Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni (…) cominciò a lavorare con Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Csm, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io (…) mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. (…) Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Csm immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, il pool antimafia non deve morire in silenzio. (…) Giovanni Falcone, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. 
Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne (…) di non poter più continuare ad operare al meglio. Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti e di Claudio Martelli, ma perché ritenne di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. (…) Una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa (…).
E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, per ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque – quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Csm, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
 
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Falcone in questa sua brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

Borsellino e la trattativa (il peccato originale della seconda Repubblica)

Roma giugno 1992L'intraprendente capitano De Donno
E soprattutto Paolo Borsellino non sa che qualcuno sta trattando direttamente con Cosa Nostra. E' di nuovo l'intraprendente capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, quello che ha stilato il rapporto «mafia appalti» sul grande business tra Cosa Nostra, la Confindustria siciliana e le oneste industrie del nord.
Per lui non è difficile arrivare ai vertici di Cosa Nostra. Sul volo Alitalia Palermo-Roma aggancia Massimo Ciancimino:«Toh anche lei qui? Hostess, per favore ci può mettere vicini?».
Massimo è nato ricco, potente e viziato. E' il più giovane dei figli di Vito Ciancimino - il padre era il barbiere di Corleone - che Liggio e Riina avevano fatto diventare sindaco di Palermo e che ora sta agli arresti domiciliari nella sua bella casa a Roma.
Tutte queste vicende di mafia le vive come una persecuzione nei confronti della sua famiglia. Amministra il patrimonio del padre salvatosi da sequestri e confische, scorrazza in Ferrari, non si nasconde. Anzi è piuttosto arrogante.
De Donno viene subito al dunque: «Noi vogliamo far finire le stragi e vogliamo prendere i latitanti. Fateci sapere che cosa volete in cambio». Massimo Ciancimino: «Avverto mio padre e le farò sapere».
Se c'è una cosa che in Sicilia funziona bene da mezzo secolo, e il rapporto di fiducia tra Cosa Nostra e carabinieri. Nel 1950, per esempio, quando si trattò di consegnare l'imprendibile bandito Salvatore Giuliano contro cui lo Stato aveva mandato l'esercito, non riuscendo a venire a capo di niente e perdenti in attentati decine di uomini, fu la mafia a dare una mano.
Giuliano fece avere le sue richieste, il famoso «papello», in pratica una via di fuga per una per la banda verso gli Stati Uniti e assicurazioni per i familiari, e ottenne due effetti: la sua eliminazione a opera dell'amico luogotenente Gaspare Pisciotta e decenni di impunità per se stesso.Adesso nonostante De Donno sia un semplice capitano, Vito Ciancimino capisce che l'affare è serio. Salvatore Riina viene facilmente convinto a scrivere il nuovo «papello» e lo fa di persona: un foglio protocollo sgrammaticato in cui indica i suoi punti irrinunciabili: fine del 41-bis, abolizione degli ergastoli, abolizione della legge la torre Rognoni, una nuova legge che la faccia finita con i pentiti.
Tra giugno e luglio la trattativa è avviata. Il capitano De Donno, accompagnato questa volta dal suo superiore, il colonnello Mario Mori, siede nel salotto della bella casa di Vito Ciancimino in via Sebastianello a Roma per parlare.
Quest'ultimo, un uomo gentile e riservato, non ha nulla di guerresco e indossa raramente la divisa. Ancora più riservato è il fratello Alberto che la Fininvest ha assunto per dare una mano a gestire la vigilanza del gruppo.
I tre parlano per ore, il figlio Massimo aspetta in una stanza attigua. Il papello non ricomparirà più. Né in originale, né in fotocopia. Peccato perché è un documento storico e ci avrebbe fatto vedere per esempio come Riina teneva la penna in mano.
Patria 1978 - 2008 di Enrico Deaglio

Il libro di Deaglio, puntuale nella ricostruzione degli eventi della nostra storia recente, è del 2009: ancora non si sapevano molte cose sulla trattativa stato mafia, emerse in seguito, grazie alle rivelazioni del pentito Spatuzza e di Massimo Ciancimino. La presunta trattativa, come la chiamano i giornali garantisti.
Il Foglio addirittura arriva a scrivere la "sedicente" trattativa.
Puerile tentativo di nascondere la realtà dei fatti che dice, in modo chiaro, che una trattativa tra esponenti dello stato e della mafia c'è stata.
Lo stabilisce, per esempio, la sentenza di condanna del boss Tagliavia, a Firenze.
Lo dicono le testimonianze, come quella tardiva di Liliana Ferraro, che lavorava all'ufficio Affari Penali assieme a Falcone: seppe da De Donno e Moro della loro iniziativa e ne parlò con Borsellino.
Che ebbe in seguito un colloquio coi due carabinieri.

Carabinieri che volevano avere le spalle coperte per questa trattativa di cui non avevano informato la magistratura. Trattativa a cui sicuramente Borsellino si sarebbe opposto (e che forse ha cercato di fermare, accelerando così la sua fine).
Non è un caso che una delle sue ultime frasi è stata "La mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno".
Altri chi?

I poliziotti come La Barbera che hanno costruito la falsa pista Scarantino, per arrivare a delle condanne per la strage di via D'Amelio. Falsa pista per un falso pentito che però fu ritenuto credibile dai magistrati di Caltanisetta (tra cui Tinebra, ma non Ilda Boccassini, che dopo la morte di Falcone era scesa in Sicilia per aiutare i colleghi).

Altri come l'ex ministro Mancino, che non si ricordava dell'incontro avuto a luglio con Borsellino (quando chiesti si trovò di fronte Contrada) e nemmeno che Martelli l'aveva avvisato della trattativa del Ros (per tramite della Ferraro).

Altri come gli uomini dello Stato che hanno revocato nel 1993 il 41 bis a centinaia di mafiosi, come segnale distensivo, forse.
Nonostante la nota della Dia di De Gennaro (era uno dei punti del Papello):
È chiaro che l’eventuale revoca, anche solo parziale, dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41 bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe. (Nota Dia al ministro dell’Interno, 10 agosto 1993, classificazione: RISERVATO)

Altri come le persone che probabilmente hanno suicidato in carcere Nino Gioè, uno degli stragisti di Capaci, custode di segreti che non dovevano essere rivelati.
D’AMBROSIO: Allora questa storia del suicidio di Gioè… Secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso, non è mica chiara questa cosa.

Quali sono gli indicibili accordi di cui parla in una intercettazione, Loris D'Ambrosio, pure lui all'Ufficio Affari Penali con Falcone e poi al Quirinale con Napolitano?

Cosa intendeva, in un'altra intercettazione, l'ex ministro Mancino, quando chiede di essere tutelato?

Insomma: o tuteliamo lo Stato oppure, se qualcuno ha fatto qualcosa, poteva anche dire: ma io debbo avere tutte le garanzie, anche per quanto riguarda la rilevanza statuale delle cose che sto facendo.

Ecco, quale Stato scenderà in piazza a celebrare Paolo Borsellino a Palermo e nelle altre piazze? Con che faccia certi personaggi delle istituzioni celebreranno il magistrato eroe?
Finché non si farà luce sui segreti delle stragi, sui mandanti a volto coperto, su chi a tirato le fila delle trattative con la mafia, non saremo mai una Repubblica dove i cittadini godono del “fresco profumo di libertà”. Finché rimarranno questi segreti, per cui Borsellino è morto, saremo sempre un paese governato dai ricatti e dai ricattatori.

Altri post dedicati a questo 25 esimo anniversario della morte dei magistrati Falcone e Borsellino, assieme alle loro scorte:

Altre letture consigliate:
L'agenda ritrovata - sette racconti per Paolo Borsellino (a cura di Gianni Biondillo e Marco Balzano)
- Il filo dei giorni, di Maurizio Torrealta
- Stragi di Rita di Giovacchino
Collusi – di Nino di Matteo e Salvo Palazzolo
- E' stato la mafia di Marco Travaglio
- Protocollo fantasma Walter Molino


17 luglio 2017

Lo smantellamento del Pool - chi era Paolo Borsellino


Un altro passo nel racconto di chi fosse realmente il giudice Paolo Borsellino (visto che ci avviciniamo all'anniversario dei 25 anni dalla sua morte): siamo nel 1988, è appena celebrato il maxi processo in prima grado.
I "giuda" dentro il CSM bocciano la nomina di Giovanni Falcone a capo Ufficio Istruzione (oggi i garantisti esulterebbero per la bocciatura di un giudice comunista), al suo posto viene nominato per anzianità Antonino Meli, senza alcuna competenza specifica sulla mafia. Falcone è iniziato morire quel giorno - dirà più tardi Borsellino, commemorando l'amico ucciso nella strage di Capaci (e che tanti avevano ucciso moralmente nel corso della sua carriera - come racconta Giovanni Bianconi nel libro "L'assedio").
Di certo il pool antimafia voluto da Caponnetto inizia a morire, per l'opera di smantellamento di Meli: tutti i giudici (compreso Falcone, l'eroe Falcone) devono saper fare di tutto, anche i processetti.

Paolo Borsellino non ha paura di denunciare questo smantellamento in un intervista prima ad Attilio Bolzoni e poi a Saverio Lodato:
Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, intervista Paolo Borsellino"Lo Stato si è arreso: del pool antimafia sono rimaste macerie"
Signor procuratore, perché questo sfogo, 
perché ha deciso di uscire allo scoperto su un tema così scottante? 
"P
erché dopo tanti anni di lavoro, prigioniero nel bunker di Palermo, sento il dovere di denunciare certe cose. E anche perché non sono venuto qui a Marsala per isolarmi. Io sono venuto a fare il procuratore della Repubblica a Marsala per continuare ad occuparmi di mafia, per lavorare qui ma lavorare contemporaneamente anche con Falcone a Palermo, con il giudice ad Agrigento, con altri magistrati a Catania o a Trapani. E invece tutto questo non sembra possibile. Le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata,come prima, più di prima". 
Saverio Lodato, giornalista de "L'Unità", intervista Paolo Borsellino"Vogliono smantellare il pool antimafia"
Dottor Borsellino, tutti conoscono il clima di polemiche che ha preceduto e seguito la nomina del nuovo capo dell'Ufficio istruzione. Falcone non ce l'ha fatta. Non c'è il rischio di riaprire antiche polemiche?"Sono fra quelli che non hanno ami pensato che si dovesse dare un "premio" particolare a Falcone. Si trattava semmai di tutelare la continuità con le direzioni di Chinnici e Caponnetto. Si trattava cioè di garantire una soluzione interna all'Ufficio, senza pause o pericolose soluzioni di continuità in certe indagini".Lei è procuratore capo a Marsala. Vuol dire che con l'Ufficio istruzioni si sono "rotti i telefoni"?"Qui, a Marsala, ho avuto modo di occuparmi di una potente cosca di Mazara del Vallo sulla quale indagano anche i giudici palermitani. Mi sembrava quindi di fare la cosa più normale rivolgendomi all'Ufficio istruzione: non ho avuto alcuna risposta. Strano, davvero molto strano".Qualche giorno fa, ad Agrigento, durante la presentazione di un libro sulla mafia in quella città, curato da Giuseppe Arnone, lei si è detto molto preoccupato anche della situazione delle forze di Polizia."Bene: l'ultimo rapporto di Polizia degno di questo nome risale al 1982. Era il dossier intitolato Michele Greco più 161. Da allora ad oggi non è stato presentato più alcun rapporto complessivo sulla mafia nel Palermitano. Se si escludono alcuni contributi del reparto anticrimine dei carabinieri, il vuoto è assoluto: nessuno, per esempio, che si sia posto il problema di capire quali effetti ha provocato negli equilibri fra le famiglie di Cosa Nostra la sentenza del maxi-processo. Recentemente, invece, il dottor Nicchi, capo della squadra mobile di Palermo, ha dichiarato pubblicamente che lui "lavora per la normalizzazione". Francamente non capisco una frase del genere detta da un funzionario di polizia."Il capo della sezione omicidi della Squadra Mobile, Francesco Accordino, è stato trasferito a Reggio Calabria e da qualche mese si occupa di raccomandate rubate, presso la polizia postale. E' un caso?"So solo che la Squadra Mobile, dai tempi delle uccisioni dei poliziotti Cassarà e Montana, era rimasta decapitata. Lo staff investigativo è a zero".Qualche giorno fa il giudice Falcone ha affermato che non esistono prove dell'esistenza di un "terzo livello", inteso come superdirezione politica della "cupola" militare della mafia; ha aggiunto che molti uomini politici siciliani erano e sono adepti di Cosa Nostra. Che ne pensa?"Sull'inesistenza del terzo livello concordo con lui. Per la seconda parte del ragionamento non dispongo di informazioni particolari, poiché da due anni vivo a Marsala, ma è risaputo che esiste un'area di reticenza dichiarata, da parte di Buscetta, proprio nelle sue confessioni".Perchè lancia oggi questo grido d'allarme?"Il momento mi sembra delicato. Avendo trascorso tanti anni negli uffici-bunker di Palermo sento il dovere morale, anche verso i miei colleghi, di denunciare certe cose".

Ecco, era questo il giudice Paolo Borsellino, un magistrato che non aveva timore delle sue denunce anche alla stampa, per far sapere alla pubblica opinione i problemi della lotta alla mafia.
Chissà che ne pensano quelli secondo cui i magistrati dovrebbero parlare solo con le sentenze.