23 febbraio 2018

Tutti i disastri di B. - il libro sul cavaliere nero per Paperfirst


Berlusconi è tornato: un pochino di Purgatorio, un po' tanto la scarsa memoria degli italiani, un governo di centro sinistra che ha portato avanti le sue riforme ed, oplà, eccolo in pista.
Candidato non candidabile (per la legge Severino ma tanto lui ha detto che se ne frega) che ogni sera va in televisione a fare campagna elettorale. Per se stesso, per i suoi interesse.

Esce domani per Paperfirst il libro di Marco Travaglio "B. come basta!", di cui Il fatto quotidiano pubblica alcuni stralci. Per non dimenticarci.

Domani esce nelle edicole e poi nelle librerie il nuovo libro di Marco Travaglio: B. come basta!
(ed. Paperfirst, pp, 389, 14 euro), sottotitolo: “Fatti e misfatti, disastri e bugie, leggi vergogna e delitti (senza castighi) dell’ometto di Stato che vuole ricomprarsi l’Italia per la quarta volta”. Anticipiamo alcuni stralci dal capitolo “Quando c’era Lui”.
La lista nera dei disastri dei tre governi Berlusconi (1994, 2001-06, 2008-11) è talmente lunga che, da sola, occuperebbe un paio di Treccani. Ma ora Silvio Berlusconi si ripresenta per la settima volta agli elettori travestito da “usato sicuro” capace, europeista e moderato contro gli “incompetenti”, gli “antieuropeisti” e gli “estremisti”, e trova persino a sinistra chi ci casca o almeno finge di cascarci. Eugenio Scalfari ha dichiarato: “Con Berlusconi al governo le cose sono andate più o meno come andavano con gli altri governi”. Quindi è il caso di riepilogare in estrema sintesi l’inventario dei danni che è riuscito a fare ogni volta che ha avuto la ventura di governarci e noi la sventura di essere governati da lui (…).
Vediamo come, negli anni delle vacche grasse, (non) approfittò della congiuntura favorevole. Salvo poi gridare al golpe e al complotto quando, nel 2011, tutti i nodi aggravati dalla crisi mondiale vennero al pettine.
Il decennio nero. Dai dati del Fondo monetario internazionale risulta che, fra il 2001 e il 2011, il nostro Pil reale pro capite, cioè la ricchezza prodotta da ogni singolo italiano tenendo conto dell’inflazione, sia crollato del 3,1%. La peggiore performance di tutta l’Eurozona, visto che nel Vecchio continente in quel periodo solo l’Italia ha avuto il segno “meno”. Nel decennio, 2001-2011, mentre noi precipitavamo, tutti gli altri Paesi crescevano: dai tedeschi (del 12,9%) ai greci, sì persino i greci. Non solo: se nel 2001 la differenza fra il nostro Pil pro capite e quello tedesco era di 1.610 euro, nel 2011 si era quadruplicata a 6.280 euro. Gli italiani in condizioni di povertà assoluta toccavano la cifra record di 3 milioni e mezzo. E l’occupazione cominciava a calare soprattutto fra i giovani, mentre il Cavaliere non trovava di meglio che produrre più precariato con la legge 30 del 2003. In quel decennio nero, Berlusconi ha governato 8 anni su 10.
La finanza pubblica. Nel 2011 l’ultima manovra della coppia B.-Tremonti lascia un’eredità pesante: misure senza copertura per 20 miliardi di euro. Soldi da trovare entro il 30 settembre 2012 con una riforma – neanche abbozzata – delle agevolazioni fiscali. In alternativa, scatteranno i tagli lineari. Il governo Monti si accolla gran parte del prezzo di impopolarità e trova poi, prelevandoli dai ceti più deboli, 13,4 di quei 20 miliardi, mentre il resto si trascinerà sui governi successivi.
Le tasse. “Meno tasse per tutti” e “Rivoluzione fiscale”. Sono questi gli slogan dominanti di tutte e sette le campagne elettorali berlusconiane. Peccato che poi, una volta al governo, il Cavaliere non sia mai riuscito a rivoluzionare né l’Irpef né tantomeno l’intero sistema tributario. Nel suo secondo governo, l’unico durato l’intera legislatura, la pressione fiscale (cioè l’incidenza delle tasse sul Pil) scende in cinque anni di un paio di decimali, senza che nessuno se ne accorga. Cioè (dati Istat) passa dal 40,1% del 2001 al 39,1 del 2005. Nei tre anni del suo terzo governo, senza una sola misura di austerità per fronteggiare la crisi finanziaria globale, la pressione fiscale aumenta addirittura: dal 41,3 del 2008 al 41,6 del 2011. Altro che “Meno tasse per tutti”: meno tasse solo per gli evasori e i frodatori, beneficati da continui condoni e “scudi fiscali”.
La spesa pubblica. La ragione del mega-flop fiscale è semplice: da quel grande populista che è sempre stato, B. non ha mai voluto ridurre la spesa corrente (come invece ha fatto Prodi), rendendo impossibile qualunque riduzione permanente del carico fiscale. Tra il 1999 e il 2005 (biennio D’Alema-Amato e quinquennio berlusconiano), la spesa per consumi finali della Pubblica amministrazione, dove si annidano i veri sprechi, è salita del 3,3% annuo. E si è fermata solo con il secondo governo Prodi (2006-2008). Vediamo il dettaglio, riassunto di recente da Sergio Rizzo su La Repubblica. La spesa pubblica nel 2001 superava di poco i 600 miliardi, mentre alla fine del 2011 sfiorava gli 800 (797.971), con un aumento monetario del 32,8 per cento e una crescita reale (detratta l’inflazione) dell’8,5: cioè di 62 miliardi. Soldi ben spesi? Vediamo. Di quei 62 miliardi, 57 sono finiti nel capitolo Welfare: per la stragrande maggioranza, pensioni. “Quel capitolo – scrive Rizzo – che assorbiva nel 2001 il 36,1% della spesa pubblica, aveva raggiunto nel 2011 il 40,4%. C’entra di sicuro l’esborso enorme per l’assistenza causato dalla crisi. Ma è incontestabile che la fetta più rilevante di quei 57 miliardi abbia a che fare con l’incremento della spesa previdenziale. Per giunta, mentre il conto per le pensioni saliva in modo inarrestabile, la spesa per l’istruzione si riduceva del 10,2%: 7 miliardi e mezzo reali svaniti. In quei dieci anni si è dunque investito sugli anziani disinteressandosi dei giovani”. Poi ci sono i soldi buttati. Per esempio in spese militari, aumentate del 35,2%, mentre quelle per la cultura scendevano del 31,7.
Debito pubblico. Il sedicente risanatore della finanza pubblica non ha fatto che aumentare vieppiù il debito pubblico: + 539 miliardi, quasi tutti merito suo. Per fortuna, il tanto deprecato euro, nello stesso periodo, faceva scendere gli interessi sui titoli di Stato di quasi 18 miliardi reali.
Sanità. Nel secondo governo Berlusconi il finanziamento al fondo sanitario nazionale esplode dai 71,3 miliardi del 2001 ai 93,2 del 2006 (da allora salirà in 10 anni di soli altri 20 miliardi). Motivo: le esigenze di rigore per l’ingresso nell’euro si sono esaurite e i bassi tassi di interesse consentono di aumentare i fondi alla sanità pubblica (e privata convenzionata, letteralmente scoppiata soprattutto nelle regioni governate dal centrodestra). Ma quella stagione, e ancor di più quella del terzo governo Berlusconi, verranno ricordate per ben altre ragioni: il fallimento del federalismo sanitario (voluto sia dal centrosinistra sia dal centrodestra), che avrebbe dovuto responsabilizzare le Regioni dando loro un budget e precisi standard da rispettare (i Lea: livelli essenziali di assistenza). Invece non funzionerà mai. Anzi – come spiega l’economista Gilberto Turati, specialista di politiche sanitarie dell’Università Cattolica di Roma – sotto Berlusconi si afferma il principio che, “per garantire i Lea, serve almeno la spesa dell’anno precedente, così le regole di fatto incentivano le Regioni a spendere sempre di più”. Così, per ingrassare le clientele e le mafie sanitarie, si taglia selvaggiamente sul sociale. Dal 2008 e al 2011 il fondo per le politiche per la famiglia passa da 346,5 milioni (2008) a 52,5 (2011), quello per le politiche giovanili da 137,4 milioni a 32,9, quello per la non autosufficienza che finanzia l’assistenza ai malati più gravi da 300 milioni a zero.
Scuola, università e grandi opere. Le “riforme” berlusconiane dell’istruzione pubblica, targate Letizia Moratti (2003) e Maria Stella Gelmini (2008), improntate a una filosofia “privatistico-confindustriale”, suscitano ostilità quasi unanimi di insegnanti, studenti e famiglie, senza risolvere i problemi principali del settore, anzi aggravandoli. Il terzo governo Berlusconi, poi, completa l’opera tagliando il fondo per il finanziamento ordinario dell’Università dai 7,4 miliardi del 2008 ai 6,9 del 2011. Tornerà sopra i 7 miliardi soltanto nel 2014.
Quanto invece alle inutili opere faraoniche, l’asso nella manica di Berlusconi, la Legge obiettivo, si è rivelata un disastro epocale per il bilancio pubblico. Avrebbe dovuto velocizzare la realizzazione delle infrastrutture garantendo prezzi certi? Ebbene, a fine 2011 risultavano ultimati appena il 10% dei lavori previsti, con i costi ovunque esplosi. Senza contare alcuni regalini maleodoranti tipo quelli gentilmente offerti dalla vicenda della corruzione al Mose di Venezia. Omaggi che, secondo uno studio del governo Monti, avrebbero fatto salire la spesa per gli appalti pubblici perfino del 40%.
Immigrazione. Il Berlusconi che oggi tuona contro l’immigrazione sparando cifre a casaccio (“È una bomba sociale: 630 mila clandestini”), è lo stesso che nel 2011 deliberò la partecipazione dell’Italia alla guerra in Libia contro il suo amico e compare Gheddafi, cedendo alle pressioni di Obama, Sarkozy e Napolitano, con il conseguente aumento esponenziale degli sbarchi. Ma non solo: porta la sua firma, oltreché i voti di FI, An e Lega Nord, la più grande sanatoria di immigrati “clandestini” o irregolari (circa 800 mila domande, di cui 694.224 accolte, nel solo 2002, in concomitanza con l’approvazione della legge Bossi-Fini). Nel 2003 è il governo Berlusconi a sottoscrivere senza batter ciglio la Convenzione europea detta “Dublino II”: chi sbarca in Italia resta in Italia. Nel 2009 il terzo governo B., sempre con i voti della Lega, vara una seconda mega-sanatoria di immigrati irregolari (294.744 domande accolte).
Le leggi vergogna.Che faceva Berlusconi mentre l’Italia andava in malora? Si occupava dei fatti suoi, con un’attenzione e una competenza davvero degni di miglior causa. Per scongiurare i due pericoli che nel 1993 l’avevano portato a creare Forza Italia: il fallimento delle sue aziende e la galera. Con una raffica di leggi vergogna da brivido. Noi qui riassumeremo soltanto le 60 che hanno portato vantaggi a lui, ai suoi cari, ai suoi amici (e amici degli amici mafiosi), ai suoi coimputati e alle sue aziende. Nei quattro settori chiave della giustizia, del fisco, della televisione e degli affari. Tutte leggi mai previste dai programmi elettorali di Forza Italia, o della Casa delle Libertà, o del Popolo delle Libertà, dunque mai votate dai cittadini. Infatti non riguardano tutti noi: riguardano soltanto lui e pochi altri fortunati vincitori.

Il populismo pro europeista

C'era una volta il suffragio non universale: sembra l'incipit di una favoletta, ma per molti forse rappresenta un soglio.
Che belli i tempi in cui si votava per censo, per titolo nobiliare (e pure per sesso).
Questo penso quando sento parlare gente come Juncker sulle elezioni prossime, con una colpevole leggerezza.
State attenti a come votate, i mercati vi guardano.
Tutte le persone deluse della politica, arrabbiate da un sistema che si è preoccupato (giustamente) della salute delle banche e meno di chi doveva fare controlli e non il ha fatto, degli amministratori spregiudicati.
Di tutti quelli che hanno perso il lavoro perché l'azienda ha deciso di delocalizzare dove era più conveniente ovvero, tradotto in soldoni, dove si trova un governo disposto a mettere sul piatto soldi pubblici per sgravare le tasse alle imprese.
Come fatto in Italia col famoso Piano industria 4.0 e con gli sgravi del governo Renzi (ma in un mondo senza regole comuni c'è sempre qualcuno disposto a prendere un salario inferiore al tuo).

Ieri sera seguivo con interesse il confronto tra la candidata Bonino (+ Europa che diventava forza Europa) ad Otto e mezzo: serve più Europa, serve più federalismo, serve più coerenza.
Peccato sia la stessa Europa ad essere incoerente come incoerenti sono, di fatto, tutti gli europeisti (spesso col sedere degli altri).
Sono dichiarazioni come quelle di Juncker (a capo di un organo non eletto, che è pure lo Juncker dello scandalo Luxleaks) che allontanano le persone dall'Europa.

Non serve più Europa: serve un'Europa diversa, servono anche europarlamentari diversi e servono pure politici diversi.
Non si può rispondere al populismo anti europeista con un altro populismo europeista:

Centrata tuttavia anche la sua campagna, basata sull'antipopulismo estremista (viva la Ue, viva Maastricht, viva il pareggio di bilancio, viva la legge Fornero eccetera): una forma di populismo rovesciato a sua volta, populismo di minoranza che si crede migliore perché "testa non pancia", insomma esattamente il bacino della borghesia liberale e dei primi municipi. 

22 febbraio 2018

Di forma e di sostanza

I Report di Transparency international non vanno presi come la Bibbia: la "percezione" della trasparenza o della corruzione è "solo" un indicatore indiretto del livello di corruzione, e la percezione può dipendere da quanto le persone sono bombardate da messaggi su corruzione, tangenti, malaffare. Come succede con gli immigrati e la percezione di una invasione che non esiste. 
Quello che ci dice il rapporto, però è che, nonostante siamo migliorati nel ranking mondiale, abbiamo ancora zone d'ombra su cui lavorare.
I passi avanti negli ultimi anni sono stati tanti, eppure rimangono ancora diversi angoli bui. In primis dovremmo parlare dai finanziamenti alla politica. Se da una parte infatti abbiamo una maggiore trasparenza sul fronte dei finanziamenti ai partiti, dall’altra ci sono soggetti che vengono usati per canalizzare le risorse e che non hanno gli stessi obblighi di trasparenza e rendicontazione. Su tutti, le fondazioni e le associazioni politiche.A breve, andremo alle urne per le prime elezioni dopo l’abolizione totale del finanziamento ai partiti. Eppure, commenta il Direttore Davide Del Monte: “Siamo chiamati a votare dei candidati di cui non possiamo conoscere i reali finanziatori e, quindi, gli interessi particolari che li sostengono“.

Parliamo delle fondazioni dei politici, per esempio: ricevono flussi di denaro, senza alcun vincolo di trasparenza, con la scusa della privacy.
L'abolizione del finanziamento pubblico ha costretto i partiti a trovare altre forme per finanziare la loro attività: il servizio di Millenium (il mensile del Fatto Quotidiano) ha raccontato quanto sia forte la tentazione di prendere soldi da finti lobbisti che poi saranno pronti a chiedere un favore.

Ma forse il punto è un altro: i partiti, le istituzioni, soffrono di un problema di forma e di sostanza.
Un governo a scadenza che si permette di nominare i verti dei servizi.
Un ministro dell'Economia, Padoan, che spiega che ad aprile sarà lui a stilare il DEF, il documento di previsione della spesa pubblica.
I continui richiami alle larghe intese, per proseguire quelle riforme (magari quelle bocciate dagli elettori), in barba ai finti programmi.

Si contesta l'inchiesta di Fanpage, sullo smaltimento di rifiuti in Campania, perché fatta con un agente provocatore che è un ex camorrista: mio Dio, e di questo passo dove finiremo? 
Le stesse persone che poi esultano guardandosi il film di Spielberg, Il Post, dove si racconta di come i giornalisti del W. Post si siano procurati i Pentagon Papers (documenti protetti), fotocopiandoli di nascosto.

Ben Bradlee ad un certo punto del film dice: “Stiamo dalle parte di chi è governato, non di chi governa”.
Non esiste ragione di Stato, non esiste questione di forma: la notizia va data nell'interesse pubblico, perché questa è l'informazione.
Ma questo va bene solo in America.
Un po' come l'Europa: va bene quando si tratta di pareggio di bilancio, di politica economica. In Europa si va a protestare quando le aziende si spostano in Slovacchia. 
Va male quando ci chiede conto dei rifiuti, della qualità dell'aria, della qualità di vita nelle carceri. 

E questa è la forma. La sostanza dietro è pure peggio.
Dobbiamo veramente commentare questa campagna elettorale, i programmi presentati, questi candidati?
Una campagna elettorale basata sulla paura degli immigrati, sui rimborsi non rimborsi dei 5 stelle, sulla flat tax, sulla migliore squadra possibile di Renzi che non perde occasione per attaccare i grillini.
Una campagna elettorale con la paracadutata Boschi che spacca il PD a Bolzano, con un ottantenne ancora in giro a raccontar barzellette.
Una campagna elettorale che si è completamente dimenticata della mafia, del sud, delle disuguaglianze.

21 febbraio 2018

Statisti che non lo sono

Immagino che in molti abbiano seguito l'intervista di Renzi a Di Martedì, ieri sera.
Come in molti abbiano sentito Berlusconi in una delle sue recenti interviste: da Fazio, da Belpietro.

Entrambi contrari, a parole alle larghe intese (loro, non i loro alleati). Entrambi contrari ad ogni alleanza con gli estremisti.
Così lontani e così vicini, non solo per il patto del nazareno (pure rivendicato): se li avete sentiti parlare avrete notato che entrambi non parlano al paese, a tutti gli elettori.
Nemmeno quando entrambi erano presidenti del Consiglio: Renzi e Berlusconi si assomigliano perché tutti e due parlano ai loro elettori. Anzi, ai loro fan, ai loro tifosi, alla claque.
Quando parlano dei numeri dell'occupazione (e un commento sul servizio di Presa diretta di sabato sera?), quando parlano delle tasse da abbassare (e chi ha evaso le tasse dovrebbe avere il pudore di starsene zitto). Quando parlano di etica, competenza (quando entrambi, una volta varcato Palazzo Chigi si sono circondati di amici, signorsi, finanziatori o avvocati).
Non sono statisti, almeno non nel senso che intendo io.
Nemmeno il Renzi che rinfaccia agli avversari gli scandali (quello che i giornali chiamano rimborsopoli, parlamentari del M5S che non hanno rispettato un accordo interno, non hanno rubato nulla) mentre si trincera dietro le inchieste dei magistrati per i suoi (per le spese pazze in regione, per l'ultimo scandalo che coinvolge i De Lucas in Campania).

Non ce ne sono molti di statisti attorno.
Nemmeno tra i leader costruiti a tavolino dai giornali italiani, come Calenda e Bonino.
Entrambi convinti europeisti che oggi si accorgono che nell'Europa le aziende possono spostarsi dove conviene.

20 febbraio 2018

L'uomo che molti anni prima era stato italiano

L'uomo che molti anni prima era stato italiano, ma poi non era stato più niente, si asciugò la fronte con un fazzoletto bianco, di un cotone morbidissimo.
Li acquistava in un negozio di Vienna, a due passi dalla storica pasticceria Demel, e ne portava in tasca almeno tre. Odiava il sudore, odiava il caldo, odiava lavorare d'estate. Per fortuna quello era il lavoro di un'ora, forse meno.
Non esente da rischi. Anzi, ce n'erano molti. Bisognava solo non concedersi distrazioni.
Benché l'avesse organizzato in pochi giorni, aveva curato ogni dettaglio. Era un grosso contratto. avrebbe fatto rumore, avrebbe provocato scalpore, avrebbe scatenato l'inferno, e non era una metafora. Dopo, pensò.
Quando lui sarebbe stato molto lontano, al sicuro, al fresco - in senso buono, mormorò tra sé, sorridendo - nel suo chalet sulle Alpi bavaresi, nei dintorni di Berchtesgaden, a pochi chilometri da dove sorgeva il Nido dell'Aquila, il famoso rifugio di Adolf Hitler. 
 
L'estate degli inganni, di Roberto Perrone - Rizzoli
Un uomo, vestito in modo da non attirare l'attenzione, che si porta dietro una borsa, che abbandonerà sul luogo obiettivo.
Che esploderà dopo qualche minuto, causando la più grande strage in territorio italiano dal dopo guerra. Nemmeno troppo velato il riferimento alla bomba alla stazione di Bologna.
Chi è quell'uomo e perché quella bomba?

Il noir del giornalista Roberto Perrone parte da questo tragico episodio della nostra storia per imbastire una storia di inganni, spie, menzogne e depistaggi.
Su cui dovrà indagare l'ex colonnello dei carabinieri, una volta all'antiterrorismo, Annibale Canessa.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli (qui potete leggere le prime pagine):
La Storia si scrive con il sangue.Il ritorno di Annibale Canessa. 
Rischiare la pelle non è mai stato un problema per l’ex colonnello dei carabinieri Annibale Canessa, fin dai tempi in cui era ai vertici del Nucleo antiterrorismo, durante gli anni di piombo. Sguardo obliquo che incenerisce o seduce, implacabile charme da eroe solitario, “Carrarmato Canessa” sembra cambiato, adesso che divide la sua vita con Carla Trovati, la giovane, irresistibile giornalista capace di stregargli il cuore. Ma per chi, malgrado tutto, continua a credere nella giustizia, niente può cambiare davvero. E quando il Mossad gli fornisce la prova per riaprire il caso dell’attentato alla stazione, la strage consumata in una torrida estate d’inizio anni Ottanta, Canessa decide d’investigare. In principio con ritrosia, poi con la testarda determinazione che l’ha reso una leggenda. Oscure presenze del passato stanno tornando per ingaggiare una partita letale. Così Annibale si lascia coinvolgere in un intrigo che rimanda ai segreti della guerra fredda e al conflitto invisibile combattuto, tre decenni prima, dalle grandi potenze nei cieli del Mediterraneo. Al suo fianco, i “soci” di sempre: il fidato maresciallo Ivan Repetto, l’eccentrico miliardario Piercarlo Rossi, detto “il Vampa”, e il prefetto Calandra, dirigente dei Servizi con la passione per la buona cucina e le belle donne. Mentre indaga sugli enigmi dell’estate di sangue, stagione d’inganni, depistaggi e tradimenti che ha spazzato via l’ultimo resto di innocenza in Italia, Canessa finirà per mettere in gioco ciò che gli è più caro in nome della verità.

Sceneggiate

I nostri servizi ci stanno avvisando: attenzione ai cyber attacchi che potrebbero influenzare il voto.
Ma i cyber attacchi sono già in corso, perché ci sono notizie che non possono essere fake.

Calenda sul caso Embraco (che non è un caso, ma un dumping salariale bello e buono): "Non voglio più parlare con questa gentaglia".

Calenda è il ministro che probabilmente voterà +Europa, il partitino della Bonino che chiede più liberismo e più Europa. La stessa Europa cui PD e Berlusconi sono argine dei populisti anti sistema. La stessa Europa che consente il dumping salariale da aziende che vengono, prendono contributi dai governi nazionali e alla fine se ne vanno senza pagare il conto.

Napoli, Vincenzo De Luca al giornalista di Fanpage: “Via, via la camorra da qui”.
De Luca, padre e figlio, anzi figli.
De Luca che attacca i giornalisti che fanno inchieste (le inchieste le fanno solo i magistrati, a meno che si chiamino Woodcock e si permettano di indagare sugli affari nostri) e che fanno domande scomode.
Ma non era Grillo quello che attaccava i giornalisti?
L'appello di Renzi: “Turate il naso, votate Pd: molti candidati ottimi”. 
Insomma, come per il referendum, fa schifo ma questo passa il convento. Convento non a caso, perché nella casa PD trova spazio anche gente come Lorenzin e Casini.
Più li senti parlare, Renzi e Berlusconi, più ti rendi conto di quanto siano prossime le larghe intese (tra moderati).
Coi voti dei grillini che verranno eletti ma che dovrebbero essere espulsi.
Coi voti dei leghisti di corrente maroniana.
Magari anche coi voti di qualcuno di Liberi e Uguali.

19 febbraio 2018

Il vecchio che avanza



Il vecchio che avanza: I fatti, le storie, i protagonisti. Guida informata per un voto consapevole
Incipit:
Scegliere le persone giuste.Questo libro non vuole convincervi a votare per questo o quel partito. Solo il cittadino deve decidere su chi mettere la croce. Questo libro, però, vuole offrire una serie di elementi utili perché la vostra scelta sia ponderata e consapevole.Nelle prossime pagine leggerete molti fatti e molte biografie di candidati vecchi e nuovi. Poco spazio verrà invece dato ai programmi e alle promesse. Chi come me è andato a votare per la prima volta negli anni 80 ha sperimentato sulla propria pelle quanto poco conti ciò che viene detto in campagna elettorale.Col tempo ho invece capito ce le idee cono certamente importanti, ma che esse camminano sulle gambe degli uomini e delle donne.Scegliere le persone giuste è importante, anzi è spesso decisivo.

Andate a votare, perché votare è un diritto importante: il voto è l'unico momento (oltre ai referendum) in cui l'elettore viene chiamato ad esprimere una sua scelta, dare la fiducia a questo o quel candidato.
Andate a votare, ma andate a votare informati: questo l'obiettivo del saggio di Peter Gomez, una guida per l'elettore che vuole essere informato sui candidati alle prossime elezioni.
Perché in tempo di campagna elettorale l'elettore è bombardato di promesse, di proclami: i programmi dei partiti diventano la panacea per tutti i mali del paese (e come mai non ci avete pensato prima? - verrebbe da chiedere loro).
Quello che manca è però qualcuno che ti racconti chi, cosa e come (dove e quando non pervenuti): chi sono i candidati, cosa avevano promesso alle scorse elezioni e cosa hanno realmente fatto poi.
E come, ovvero come si andrà a votare col Rosatellum il 4 marzo: in appendice al libro è presente infatti una piccola ma utile guida.

Il libro, dopo una breve introduzione sulla rottamazione che non c'è stata (e il ritorno di tanti vecchi personaggi), si divide in tre parti.
Il voto utile, ovvero per quale motivo si deve andare a votare. Non si vota solo per vincere a tutti i costi (a prescindere dalle idee, dai programmi, dalle persone): è utile anche il voto dato ad un partito che si sa che andrà all'opposizione, ma che si è certi che farà una buona opposizione al governo.

Questo paese ha bisogno sia di governi stabili, che facciano le riforme realmente utili al paese (e non per fare qualche slide o tirar fuori i soliti numeri sull'occupazione), ma anche di una opposizione non consociativa che sia da cane da guardia dell'esecutivo.
Di un Parlamento composto da persone competenti, capaci, fuori da conflitti di interesse e onesti.
L'appello al voto utile viene usato sia dal centrodestra che dalla coalizione del PD: chi vota LEU vota per Berlusconi/Il voto a sinistra è un voto perso - sono gli slogan ripetuti da PD e FI.

Ma un elettore poi dovrebbe chiedersi in cosa si distinguono centrodestra e centrosinistra: anni di larghe intese, di deputati passati da una parte all'altra, il programma di Berlusconi in larga parte realizzato da Renzi (per non parlare della riforma costituzionale) ci dicono solo una cosa.
Che ogni voto è utile se espresso in base a dei principi, delle idee, dei valori.


La seconda parte è dedicata ai protagonisti di queste elezioni: la coalizione di centro sinistra (più centro che sinistra), i due partiti a sinistra, Liberi e Uguali e Potere al Popolo.
E poi la coalizione di centrodestra, con lo scalpitante Salvini con velleità da premier (il politico che non ha mai lavorato) e il rassicurante Berlusconi.
Rassicurante per chi? Per l'establishment, a quanto pare. Per l'Europa. Per il Partito Popolare europeo.
Per arginare i populisti, i partiti antisistema..
Ma evidentemente questo establishment (che hanno fallito miseramente nel governare l'Europa) si sente rassicurato da un anziano imprenditore prestato alla politica e mai restituito, condannato per frode che aveva come braccio destro una persona condannata per mafia.
Questo spiega perché temono il successo del M5S alle elezioni – scrive Gomez: “a parere di chi scrive, nell’establishment italiano a far davvero paura sono le idee sulla lotta alla corruzione e ai privilegi della Casta”.

Meglio Berlusconi.
Votatemi, sono l'usato sicuro.
Di sicuro c'è che non ha rispettato il patto con gli italiani, che negli anni di governo ha pensato alle sue aziende, che mentre il resto dell'Europa cresceva (in termini di PIL, di ricerca, di innovazione) noi eravamo bloccati dai processi dell'ex cavaliere.
A proposito di promesse non mantenute:

“La flat tax di cui parla di nuovo Forza Italia (e la Lega) è stata proposta per la prima volta nel lontano 1994. Fallito l’obiettivo nel 2001, Berlusconi ci ha poi riprovato promettendo un sistema a due sole aliquote..”

Dice Gomez, forse con un eccesso di bontà, che in fondo il centrodestra ha governato bene nelle regioni del nord, perché anche la Lega conosce la differenza tra il populismo alla Salvini e il difficile mestiere di governare una regione come la Lombardia.
Eppure gli scandali della Sanità, le infiltrazioni della mafia (non viste), la crisi della piccola industria nel nordest (e la crisi delle banche) dicono il contrario.
Ma loro sono i competenti, sempre che uno voglia credergli.

Dopo la cacciata dal Senato, ci ha pensato Renzi a tenere Berlusconi in vita: prima il patto del nazareno, poi le riforme nel solco tracciato da Berlusconi.
Riforma del lavoro, riforma sulle intercettazioni, riforma sulla custodia cautelare – sono tre delle leggi renziane citate nel libro di Gomez.
E la rottamazione?
Beh, quella si è fermata ai vecchi esponenti della ditta, del PD: Bersani, D'Alema, Errani ..

Anche i rapporti opachi tra politica, banche e finanza sono proseguiti e anzi sono diventati palesi quando è stato rivelato che Renzi faceva abitualmente colazione con Carlo De Benedetti.

Al sud nulla è stato toccato, dal clientelismo come Dio comanda di Alfieri e De Luca in Campania, ai candidati presi dal centrodestra lombardiano (nel senso dell'ex governatore Lombardo) e cuffariano in Sicilia, dove il PD è sinonimo di “partito acchiappavoti” (come ha raccontato un servizio di Presa diretta di due anni fa).

Votare Pd in queste elezioni significa scegliere una formazione destinata a perdere e che ha come unico obiettivo quello di tentare di entrare a far parte di un governo con il teorico avversario di centrodestra,”

Alle elezioni si presenta, per la seconda volta, il movimento di Grillo, anzi non più di Grillo, il M5S, che in questi 5 anni di opposizione ha avuto modo di constatare con mano quanto sia difficile fare politica, altro che aprire il Parlamento con un apriscatole.
Questa legge elettorale era stata pensata proprio per frenare il loro ingresso al governo: il m5 è considerato infatti una sorta di intruso.
Sono loro il vero nemico di Renzi e Berlusconi: incapaci, incompetenti, pericolosi, pauperisti, peggio dei comunisti (non come l'amico Putin).
Ecco spiegato il giro delle sette chiese di Di Maio, candidato alla Presidenza del Consiglio, per farsi conoscere dai poteri forti ancora rimasti. Le associazioni di impresa, la borsa a Londra ..
Il M5S ha dovuto cambiare, darsi delle regole, uno statuto, trasformarsi in qualcosa di più simile ad un partito. Cambiare per essere credibili, cambiare per non affondare, per non sparire come il partito di Giannini, dell'uomo qualunque.

Infine a sinistra si presenta anche Liberi e Uguali, che dovrebbe prendere i voti dei delusi del PD.
Ma possiamo credere a Grasso e alle sue promesse (come l'università gratis)? I numeri previsti per LEU dai sondaggi credo siano poco credibili, sebbene difficilmente potrà aspirare ad un risultato a doppia cifra.

la forza e la debolezza della formazione è rappresentata dai leader più vecchi: Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema,

Sempre a sinistra troviamo due formazioni: La mossa del cavallo, dell'ex magistrato Ingroia e del giornalista Chiesa, e Potere al Popolo.


La terza parte si intitola “la cattiva politica”: cose che non vorremmo più vedere dagli eletti del futuro Parlamento.
I furbi e i disonesti prima di tutto:

Forza Italia, per esempio, scrive la parola «onestà» sui suoi manifesti elettorali, ma il suo leader Silvio Berlusconi si è rifiutato di firmare l’impegno, proposto da «l’Espresso» a tutti i partiti, affinché venissero candidate solo persone al di sopra di ogni sospetto.

I finti tagli ai costi della politica, poi. I finanziamenti pubblici cancellati per far posto a finanziamenti provati e non tracciati (né consultabili) da nessuna parte.
Le impunità degli eletti, che si trincerano dietro l'articolo 68 della Costituzione (per salvarsi dalle indagini) senza però rispettare l'altro articolo, il 54, che chiede di onorare il Parlamento con disciplina e onore.
La questione morale, questa sconosciuta, come sconosciute anche le promesse di tenere i partiti fuori dalle società pubbliche (dalla Rai all'Enel fino alle partecipate pubbliche).

La fine della partigianeria, delle strumentalizzazioni, dei benaltrismi, di quelli che dicono “e allora il PD?”, “e allora la Raggi?”

Il nostro, però, è un paese di tifosi. Di Guelfi e Ghibellini. L’abitudine di guardare prima in casa propria e poi in quella altrui non è molto diffusa.

Chiude il capitolo un esaustivo elenco degli “impresentabili” di tutte le coalizioni, ovvero i candidati in lista sotto processo o indagati (per reati contro la pubblica amministrazione o reati gravi) o perfino condannati.
Scrive l'autore che occorre:
“Escludere dalle liste un imputato, un prescritto, un condannato non definitivo o anche chi, senza essere nemmeno sotto inchiesta, ha frequentazioni abituali con esponenti della criminalità organizzata non è una decisione giustizialista che va a ledere un diritto del candidato”.


Gli impresentabili vanno di moda

PD: la migliore squadra di Renzi

Fernando Aiello
Francesco Alfieri
Paolo Alli
Bruno Astorre
Eva Avossa
Maurizio Bernardo
Micaela Campana
Angelo Capelli
Daniela Cardinale
Pier Ferdinando Casini
Brunello Censore
Angelo D'Agostino
Nicola D'Agostino
Nico D'Ascola
Umberto Del Basso De Caro
Pietro De Luca
Piero Fassino
Silvio Lai
Gianfranco Librandi
Salvo Lo Giudice
Luca Lotti
Carlo Lucherini
Gavino Manca
Claudio Mancini
Giacomo Mancini
Nicola Marrazzo
Claudio Moscardelli
Pietro Navarra
Giuseppe Piccolo
Francesca Raciti
Paolo Ruggirello
Luca Sammartino
Franco Scalia
Antonello Scalzo
Giuseppe Sodano
Valeria Sudano
Vito Vattuone

La banda di Berlusconi

Antonio Angelucci
Antonello Antinoro
Flora Beneduce
Anna Cinzia Bonfrisco
Umberto Bossi
Francesco Cannizzaro
Luigi Cesaro
Domenico De Siano
Claudio Fazzone
Luigi Fedele
Roberto Formigoni
Massimo Garavaglia
Andrea Gentile
Michele Iorio
Sandra Lonardo
Lucrezia Mantovani
Antonino Minardo
Andrea Mineo
Urania Papatheu
Massimo Ripepi
Marco Siclari
Mimmo Tallini

I candidati del M5S

Nicola Cecchi
Emanuele Dessì
Vincenzo Spadafora
Rinaldo Veri

I candidati di Liberi e uguali

Non ci sono impresentabili, sebbene nelle liste siano presenti vecchi notabili del PD, come Massimo D'Alema, Bersani, Vasco Errani e gli ex sottosegretari Filippo Bubbico, Cristiana Coviello.

Qui l'introduzione del libro

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

C'è un equivoco di fondo

C'è un equivoco di fondo (prendo a prestito le parole di Paolo Borsellino): c'è chi pensa che fascismo e antifascismo siano due facce della stessa medaglia.
Persone che citano a casaccio le parole di Ennio Flaiano, senza sapere chi fosse Flaiano.
In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti. Ennio Flaiano
Oppure tirano fuori un lettera tra Pasolini e Moravia, estrapolata dal contesto, fuorviandone anche il senso, in cui il poeta si interrogava sulla natura di certi antifascisti:
Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda
Ecco, chiariamo una cosa: l'antifascismo non è di destra né di sinistra. L'antifascismo è un principio alla base della nostra democrazia, delle nostre istituzioni: coloro i quali esprimono sofferenza per tutti questi antifascisti che si permettono pure di manifestare nelle piazze questa loro appartenenza, si stanno mettendo fuori dalla democrazia e dalla Costituzione.
Lo stesso vale per quelli che mettono tutto sullo stesso piano, rossi e neri (come se l'antifascismo fosse appannaggio della sinistra e basta).

Se nelle manifestazioni si trovano quelli (pochissimi e isolati) inneggiano alle foibe, i violenti, persone che cercano lo scontro con le forze dell'ordine, il discorso non cambia.
L'antifascismo da salotto, di quanti si ricordano solo il 25 aprile che c'era un prima, la dittatura che aveva cancellato le libertà (di espressione, di associazione..) è un antifascismo di facciata.
Come quello di Berlusconi che aveva disertato tutti i 25 aprile, quando era presidente del Consiglio, poi nel 2009 si era presentato ad Onna col fazzoletto da partigiano al collo.

Tutto questo preambolo per arrivare ai commentatori indignati delle violenze, degli scontri, che escono fuori come le lumache dopo la pioggia, ad ogni manifestazione contro, da Macerata a Bologna.
Quelli che non se ne può più.
Quelli che basta con questo fascismo degli antifascisti.

Ecco, cari signori che non vi indigna il fascismo, non vi indigna il livello di corruzione di questo paese, il livello di mafiosità raggiunto in certe regioni d'Italia, la permeabilità alle mafie da parte del ceto politico e industriale.
Cari signori democratici a giorni alterni, sappiate che la democrazia è un processo cui si è arrivati anche con la lotta, anche clandestina,  contro il governo legittimamente eletto (direbbero loro) Mussolini e contro il governo fantoccio di Salò.
Che strumentalizzare gli scontri, slogan violenti (di pochi e isolati), la violenza (che c'è e che nessuno nega ma nessuno giustifica quando accade) è un giochetto vecchio che ha stancato.
Come hanno stancato quelli che difendono la libertà di stampa quando conviene (per esempio per attaccare Grillo e i grillini) salvi dimenticarsene quando i giornalisti fanno domande scomode.

A proposito di citazioni, tra quelle a lui riferite, questa è quella che preferisco

Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di cultura, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre. Le madri sono generalmente fasciste.
E Pasolini, nella sua lettera, intendeva puntare il dito contro l'antifascismo di facciata, come quello della DC e i suoi alleati, contro la Rai che censurava Pannellla e il suo sciopero della fame (si legga il thread su Wu Ming).


Ma per saperlo bisognerebbe aver letto Moravia, Pasolini e Flaiano.

17 febbraio 2018

Lavoratori alla spina – Presa diretta e il mondo del lavoro

Il reportage di Lisa Iotti per Presa diretta ha attraversato il mondo del lavoro, dalla commessa all'insegnante universitario, ricostruendo la guerra che è oggi il mondo del lavoro.
Mostrando il paradosso italiano: abbiamo recuperato 300 mila posti di lavoro ma meno ore di lavoro, è il lavoro precario, a giorni. Sono i lavoratori alla spina, pagati a ore.

Come Francesco Garofalo che prende 800 euro al mese e che per sopravvivere deve insegnare in tre università spostandosi in treno.
Elisabetta Barona magistrato onorario, pagata 98 euro ad udienza: senza malattia né previdenza.
C'è l'avvocato sfruttato in uno studio, senza essere pagata, solo provvigioni e rimborsi.
La commessa part time, Vanessa, trasferita a 150km di distanza per aver chiesto una domenica libera al mese.
Il rider che deve farsi intervistare senza mostrare il volto, per non essere licenziato: viene pagato a ore e la sua vita è gestita da un algoritmo.

È la nuova frontiera del lavoro? È questo il futuro? A me sembra tanto un passato di sfruttamento, dove le persone devono andare avanti di settimana in settimana.
Tutto questo farà bene alle persone? E all'economia?

C'è un giudice a Londra.
Un giudice a Londra ha stabilito che le persone non devono essere pagate a cottimo: Uber sfruttava i suoi dipendenti come nell'epoca vittoriana, ci stanno prendendo in giro – racconta l'avvocato che ha portato avanti la causa contro Uber.
Questa è una decisione importante anche per l'Italia: le aziende della gig economy possono essere sfidate e si può vincere, per avere più diritti.
Gli autisti non sono liberi professionisti, ma dipendenti che hanno diritto a pause, tutele e tutto il resto.
Non siamo schiavi di Uber – parla un autista che lavora con Uber Pop.

In 6 anni Uber è passata a 70mld di capitalizzazione, un boom che si basa su un algoritmo e sullo sfruttamento dei guidatori: Uber non ha mezzi, non spende nulla per la loro manutenzione. Tutto è a carico dei guidatori, costretti a lavorare a cottimo per guadagnare a sufficienza per sopravvive a Londra.
Anche al rating per le votazioni delle persone che portano in giro per la città: più si abbassa il rating, più alto è il rischio di perdere il lavoro.

Gig economy = lavoro a singhiozzo.
Con la Gig economy lavora 1 ml di persone in Inghilterra: sullo smartphone puoi trovare tutto, gente che ti lava la macchina per Go wash my car.
La parola Gig è nuova, significa che tu metti la manodopera, metti i mezzi, la manutenzione e qualcun altro che fa da intermediario per i clienti, si prende la commissione.
Senza fare altro.
C'è una app per trovare la manodopera per i lavoretti in casa, come Taskrabbit.
C'è una applicazione di bellezza, che ti manda una persona per farti le unghie, ad esempio.
C'è il fattorino che ti fa la commissione, il massaggiatore a casa, i designer a tua disposizione..

Gente che lavora come fosse un libero professionista, senza orari: sono più di 1 ml, ma il loro numero cresce di giorno in giorno, perché le piattaforme stanno crescendo.
È il sogno dei capitalisti dell'800: niente fabbrica, niente dipendenti. Tutti liberi professionisti, con la spada di Damocle del rating. Niente obblighi per i lavoratori, niente paghe, niente pensioni, niente contributi.
Tu, cliente, scegli il prezzo, che però a furia di concorrenza, sono paghe più basse.

L'ultima frontiera della ristorazione sono le dark kitchen: strutture chiuse con dentro i cuochi che cucinano per te, qualcuno porterà il cibo cucinato a casa.

In Italia sono arrivate Deliveroo, Foodora, Just eat, Sgnam: un rider viene pagato 3,6 euro fino a 5 euro a consegna. Più consegni, più prendi: sempre con l'algoritmo che decide cosa, quando e dove.
È il nuovo capo del personale.
Come Frank, l'algoritmo di Deliveroo: ogni rider è geolocalizzato e sa a chi affidare la consegna in un dato posto.
Lavoratori prenotati tutto il giorno ma che possono fare consegne solo in pochi slot, nel giorno.
Niente ferie, tanta disponibilità, nessun contratto: i lavoratori di Foodora lavorano perfino a cottimo, come nell'antico 800.

Il salario è stato il superamento del cottimo – spiega un professore della Ca Foscari: è un modello che destabilizza il modello sociale perché toglie la possibilità di pianificare un futuro.

Il manager di Deliveroo, Matteo Sarzana
Il loro è un lavoro, dice il manager, però non può assumerli perché non esiste contratto per il tipo di lavoro: ma tutta la flessibilità rivendicata, nella realtà mostrata dal servizio non esiste.
E poi c'è il ranking, c'è l'algoritmo che misura l'efficienza il che può voler dire dover correre sulle due ruote.
Non il massimo per la sicurezza: esiste una polizza, è vero, ma i massimali sono stati cancellati, prima di darli alla giornalista.

Il kit consegnato ai dipendenti comprende anche il casco (comprato su Amazon): nel contratto del 2018 è prevista tutta l'attrezzatura standard, per lavorare in sicurezza.
Non tutti i rider intervistati lo indossavano.

Il casco di Deliveroo però, non ha la conformità per la normativa UE, le prove fatte dalla giornalista hanno poi avuto esito negativo: non sono caschi che passerebbero le normative UE.

Il processo di Torino.
A Torino sei rider hanno fatto causa a Foodora per essere assunti (e non essere considerati liberi professionisti): sono difesi dall'avvocato Sergio Bonetto, esperto in diritto sul lavoro.
La nostra normativa ha un buco: che differenza c'è tra i rider e i postini che consegnano le lettere via bici?

Deliveroo Italia ha però scritto a Presa diretta dicendo che ha cambiato modello di casco, che verrà messo nel nuovo kit.

L'incontro col giornalista Staglianò: la gig economy vale miliardi di dollari, nel mondo – spiega il giornalista.
Un modello di lavoro che cresce ad un ritmo elevato e che coinvolge milioni di persone: queste piattaforme funzionano per tutti i tipi di lavoro, introduce una concorrenza spietata, porta la concorrenza e il dumping sotto casa. Il programmatore italiano deve confrontarsi col programmatore indiano, che prende molti meno soldi.

Ma non è colpa dell'evoluzione tecnologica.

Ci sono aziende che usano queste tecnologie ma che non sfruttano i propri dipendenti: come Laudrapp, che assume i propri lavoratori, anche i fattorini.
E con un salario dignitoso, con ferie e malattie.
Se si tagliano troppo i costi, si taglia la vita: il CEO dell'azienda ha deciso di assumere i lavoratori e ora la sua azienda si sta espandendo nel mondo, anche in Italia sta arrivando.
Quando vi dicono che non si può fare altrimenti, che è il progresso, vi stanno mentendo: esiste un modo onesto di fare le cose. La tecnologia è neutra, tutto dipende dalla politica, dalla coscienza delle persone.

La crescita di queste imprese si è sviluppata dopo la crisi in America: tante persone hanno perso il lavoro, creando un bacino di persone disposte a tutto.

L'intervista a Marta Fana.
Dal pacchetto Treu al Jobs Act: tutta una serie di riforme sulla stessa linea, stravolgono il sistema delle relazioni nel lavoro.
È il frutto di una scelta politica ben precisa: abbiamo recuperato 1 ml di lavoratori, ma con molte meno ore, significa che lavoriamo meno, con meno stipendi.
Sono aumentati i lavoretti: il 65% dei nuovi occupati sono a termine con un contratto che dura meno di 1 mese.
I salari sono diminuiti: è il grande ricatto della flessibilità, se non ti sta bene questo lavoro ci sono altre persone dietro che prenderanno il tuo posto.
Il risultato? Nuovi poveri, anche tra chi lavora.
Stiamo tornando indietro, anche nella concezione del lavoro: ti pago solo nel minuto in cui sei produttivo, nei tempi morti non ti pago.

Nella Gig economy rischiano di finirci tutti.

Tribunale di Salerno: i processi li fanno anche magistrati onorari, come Elisabetta Barone.
Fa tutto il lavoro di un magistrato, ma non è un magistrato ordinario, perché per la legge italiana il suo non è nemmeno un lavoro. È un lavoro temporaneo, un lavoretto, un'esperienza che dura da 20 anni.
Anche per reati non minori come un omicidio colposo: senza i magistrati onorari la giustizia ordinaria non andrebbe avanti.
Sono oltre la metà dei magistrati in servizio: pm e giudici pagati a gettone, 98 euro a giornata, indipendentemente da quanti processi hai fatto.
Niente malattia, previdenza. Niente.
Non sono pagati per studiare a casa, per fare formazione.

Nemmeno Giusi è pagata il giusto, nello studio di avvocato dove lavora: corre nelle aule dove ha udienza, finché non crolli. Ma non te lo puoi permettere: perché nello studio dove torna, deve scrivere gli appelli, studiare le carte.
Pagata poco:550 euro al mese. Niente contratto, niente di stabilito. Nemmeno quante ore lavorare in un giorno.
E cosa dice l'ordine degli avvocati?

Quante storie ha raccolto Lisa Iotti, da avvocati in tutta Italia.
Gente mortificata dallo sfruttamento, dalla fatica, dall'impossibilità di vedere un futuro diverso.
La legge del libero mercato anche qua: non esistono tariffe minime dal 2006, dalla riforma Bersani.

I tirocinanti: i tirocinanti devono lavorare gratis, perché inesperti, per i magistrati.
Lavorano e non sono pagati.
E' nato nel 2013, col decreto Del Fare, di Letta: serviva a velocizzare le pratiche e serviva ai tirocinanti per avere formazione.
Ma è diventato un lavoro non retribuito: non prendono nemmeno i 400 euro, stabiliti per legge, perché i soldi del Ministero non bastano.

Ogni giorno aumentano i tirocinanti nei Tribunali: anche questa è una nuova frontiera del lavoro. Persone che lavorano senza stipendio: non manca il lavoro in Italia, manca la voglia di pagarlo il lavoro.

Docenti o pendolari?
Domenico Garofalo è un professore a contratto: deve lavorare in tre università, per poter guadagnare abbastanza per vivere.
Pordenone, Bolzano e Milano: avanti e indietro per il nord del paese, 1281 km alla settimana, per arrivare a guadagnare 13mila euro in un anno.
Domenico fa questa vita da 15 anni: viene pagato ad ore, come le colf. Non viene pagato per le tesi di laurea, per gli esami da seguire. Solo per le lezioni.
Nonostante abbia alle spalle pubblicazioni anche in riviste internazionali. Che non ha copiato come alcuni ministri.

“Arrivi alla sera con una disperazione addosso, perché sai che domani sarà uguale”: sono 25mila i professori a contratto, inventati dalla riforma Gelmini, servivano solo per tappare i buchi, come i tirocinanti e i magistrati ordinari.
E invece ….

Maria Grazia Turri è un'altra docente a contratto: dallo Stato prende 3000 euro circa l'anno, sono 3 euro abbondanti all'anno.
Una vergogna.
Stanno distruggendo la dignità del lavoro.

Mondo Convenienza ha battuto persino Ikea, nella vendita dei mobili: va bene grazie al lavoro degli addetti alle vendite, che hanno obiettivi giorno per giorno, sulla merce da vendere.
Ogni addetto è dentro una classifica, con tanto di commenti, sia per chi sta in cima che per chi sta in fondo alle classifiche.
Nelle sale relax, i dipendenti a termine devono vedere questa classifica: nemmeno in pausa pranzo possono sottrarsi dallo stress.
Se sei in basso nelle vendite sei a rischio licenziamento: se sei produttivo, bene. Altrimenti il contratto non è rinnovato.

E non si può dire di no nemmeno nel giorno di pausa.
C'è un gioco, il Master Seller: è una scalata in cima ad una montagna, calcolata in base alla produttività dei venditori, con premi in denaro o in tempo libero.
Perché queste persone, tutte, lavorano anche il sabato.
Sempre: il sabato libero è un premio.

A Prato due anni fa una venditrice di Mondo Convenienza ha chiesto alla Inail di vedersi riconosciuta la malattia, per lo stress accumulato dentro l'azienda.
Per la competizione, per il forte oppressione da parte della dirigenza.

Il direttore delle risorse umane parla di gamification, che chi sta in fondo alle classifiche non è licenziato, che hanno dei valori come lealtà e spirito d'iniziativa.
E che non è colpa loro se il business si fa nel fine settimana.

Nell'outlet fuori Roma: nel negozio di Kalvin Klein si trovano solo part time, che lavorano sei giorni su sette, per 24 ore.
Qui lavorava Valeria Ferrara: è stata allontanata dall'azienda (un punto vendita lontano di 50 km) perché ha chiesto una domenica libera al mese. Per stare a fianco al bimbo, che ha meno di tre anni, come spetterebbe per legge.
Per aver rivendicato un diritto, sente di essere stata punita, Valeria: oggi si viene puniti per aver chiesto una domenica al mese.
Un lavoro senza diritti.

L'udienza per la causa è fissata per marzo 2019.

Tutto è nato con le liberalizzazione di Monti: le aziende possono tenere aperti tutti i giorni, anche nei festivi.
Una volta c'erano le domeniche di dicembre, che erano pagate lautamente: oggi le domeniche sono giorni come gli altri.
Contratti part time, con ore sparse nella giornata, con orari stabiliti all'ultimo minuto, rendendo difficile alle persone organizzarsi su più lavori.
“Siamo tornati dietro di un secolo” racconta un sindacalista della USB “sono condizioni simili alla schiavitù”: come al Carrefour, di notte, dove lavorano gli scaffalisti delle cooperative.
Qui trovi lavoratori sotto tutela e lavoratori stranieri in fondo alla catena.
Carrefour paga una miseria per queste persone che, lavorando di notte, dovrebbero prendere una maggiorazione notturna.

Perché Carrefour è aperta anche di notte: il fatturato è aumentato del 10-15%.
Ma paga gli scaffalisti 4-5 euro l'ora, tutta la notte, alle cooperative.

Ti dicono che se non lavori è colpa tua.
Che se non accetti un lavoro per pochi euro l'ora, non ha veramente bisogno di lavoro.
Mi fa paura questa crudeltà..

Sono le parole di una ragazza, di 30 anni, ancora in cerca di un lavoro.

I posti di lavoro si pesano, dice Staglianò: i lavoratori a termine guadagnano di meno, hanno meno tutele, non possiamo considerare il lavoro solo un numero.
Come fanno i signori del jobs act: ha creato occupazione solo per i sussidi, finiti i quali sono cresciuti solo i contratti a termine.

Ma tutto questo non vale per i difensori della flessibilità, come Sacconi.
Sono i tempi, serve la flessibilità, finché c'è insicurezza nel futuro, finché l'economia non tira ..
Per finire con una frase incredibile: meglio seicento euro che niente.

Sbaglia Sacconi e sbagliano i talebani della flessibilità: impoverendo il lavoro si impoverisce la società, la classe media in particolare.
Si inceppa l'economia, perché la gente non può spendere.

L'economia robotizzata di Amazon.
Lisa Iotti ha intervistato Roy Perticucci, vice presidente di Amazon.
In Amazon ci sono i robot per fare i magazzinieri, nei magazzini: il braccialetto brevettato dall'azienda servirebbe a minimizzare le inefficienze, i secondi persi per completare gli ordini.
Ogni secondo deve essere profittevole.
Ma Amazon crea posti di lavoro, dicono.
Ma quanti posti di lavoro si sono persi?
E quante tasse non pagate, per gli accordi particolari stipulati con paesi come il Lussemburgo?
AirBNB paga 83mila euro di tasse in Francia.
Apple in Irlanda paga tasse in termini di decimali.

C'è ancora, nelle idee di Amazon, spazio per gli umani (intendo, non consumatori)?
Cosa condividono Uber, Amazon, Airbnb col resto del mondo? – Staglianò a Iacona.
Un mondo di salari bassi, che durerà per quanti anni ancora?