22 gennaio 2018

La salute della sanità pubblica - la terza inchiesta di Presa diretta

Quest'anno la sanità pubblica compie isuoi 40 anni di vita: la riforma voluta dal governo DC nel 1978 (Tina Anselmi era ministro della salute) fu una grande vittoria per il paese.
Garantire livelli di cura essenziali, e si spera di buon livello, per tutti.
Ma oggi la sanità pubblica è aggredita da tagli e privatizzazioni, lo racconta l'inchieste pubblicata su l'Espresso di Gloria Riva: pezzo dopo pezzo si sta smontando la sanità pubblica, gli ospedali resistono solo grazie a medici e infermieri che per spirito di servizio colmano le lacune di mezzi e di disorganizzazione. Il livello di spesa rapportato al PIL sta scendendo sotto la soglia minima che garantisce l'accesso alle cure.
Così, per evitare le lunghe liste d'attesa, chi può, si rivolge alla sanità privata, andando a ledere uno dei principi della nostra Costituzione.
Curarsi, curarsi bene, diventa qualcosa solo per ricchi.
E gli altri si arrangino.

Dopo il tema della mobilità nelle nostre città soffocate dalle auto, di come vengono gestiti in Italia gli appalti pubblici con la tassa occulta della corruzione, la puntata di questa sera di Presa diretta si occuperà di salute.
Qual è la situazione della sanità pubblica?
Quali le differenze tra regioni e regioni e tra regioni del nord e quelle del sud?
Se per gli appalti esiste la tassa della corruzione (o delle mafie), nella sanità esiste la tassa della malasanità, che costringe chi abita al sud a dover pagare, oltre alle tasse, i costi extra per venirsi a curare al sud.
Alla giornalista di Presa diretta, la dottoressa Tommasielli, a Napoli, racconta di presidi che hanno problemi di personale e di macchinari per le visite, di code lunghissime per visite ortopediche, il consultorio che è stato depotenziato (rendendolo dunque un presidio inutile).
Il risultato è che molti anziani smettono di curarsi:
"Gli anziani vengono nel mio studio e dicono: Dottoressa, o vado in salumeria o vado in farmacia.

Si racconterà dei casi di malasanità, come l'assurda morte di Antonio Scafuri:
"Il 16 agosto del 2017 da Torre del Greco parte un'ambulanza del 118, dentro c'è Antonio Scafuri,un giovane barbiere, quella sera doveva andare a vedere Napoli-Nizza partita valida per la Champions League ma ha un incidente in motorino e viene portato all'ospedale Loreto Mare".

Da mezzanotte fino alle 4 di mattina i genitori si sono alternati accanto al figlio, ancora in barella, anche se era arrivato in codice rosso.
Finché è successo che Antonio è morto: una morte senza perché, su cui ancora si interrogano i genitori chiedendo una risposta all'ospedale e allo Stato.
"Me l'hanno ammazzato tutti, tutto il sistema me l'ha ammazzato" - racconta il padre: Antonio non è stato assistito, non è stato mandato in un'altra unità, a fare controlli.
Perché era il 16 agosto? Perché giocava il Napoli?
"Siamo stato trattati come se noi eravamo niente".

La sanità pubblica in Italia costituisce una parte consistente della spesa pubblica: come per gli appalti, parlare di sanità significa parlare anche di sprechi, di storie di corruzione, disorganizzazione.
Le inchieste sulla sanità al nord, qui in Lombardia, regione considerata il fiore all'occhiello per il livello di assistenza ma dove l'ex presidente Formigoni è stato costretto (di fatto) alle dimissioni dopo gli scandali che l'hanno coinvolto.
Ci sono le storie di malasanità al sud, di cui Presa diretta si era già occupata (gli ospedali in Calabria e nel Lazio).

Ma ci sono anche storie che fanno ben sperare: sono le storie dei medici che, nonostante tagli, sprechi, compiono il loro dovere tutti i giorni, per dare un servizio migliore possibile al malato:
Al Nuovo Ospedale di Prato Santo Stefano grazie alle attività di addestramento di emergenza in sala parto, che si tengono ogni settimana, sono riusciti a ridurre le lesioni per distocia di spalla da 7 casi ogni 1.000 parti all'anno a un caso solo.

La simulazione ha un grande significato per noi, serve per creare un affiatamento - racconta un infermiera - per risolvere quei problemi post parto che vanno affrontati in pochi minuti, per questo è importante che ognuno sappia quello che deve fare.

L'anticipazione su La Stampa, sugli infermieri costretti ad emigrare all'estero:


Presadiretta con “Medici in prima linea” di Sabrina Carreras torna a parlare di sanità lunedì 22 gennaio alle 21.20 su rai3. Un viaggio sulle “montagne russe” della sanità pubblica, tra sprechi, disorganizzazione ed eccellenze. E anche di precariato. Come mai gli ospedali inglesi sono pieni di infermieri italiani? Secondo i dati pubblicati dall’Ocse nel nostro Paese mancano circa 60mila infermieri e al tempo stesso sono ben 25mila i neolaureati in scienze infermieristiche che non riescono a trovare lavoro. Molti di loro per poter lavorare sono stati costretti ad andare all’estero. La meta più ambita è il Regno Unito. Per l’organizzazione “Nursing Council” negli ultimi quattro anni il loro numero è aumentato del 70%. Da quando sono iniziati i tagli emigrare è diventata non più una scelta ma una necessità. Le telecamere di Presadiretta sono andate a Preston, cittadina inglese di 130mila abitanti, dove c’è la più grande comunità di infermieri italiani in trasferta permanente.Loretta, 25 anni e Laura, 27, entrambe friulane, lavorano al Royal Hospital di Preston, 800 posti letto e 1.800 infermieri. È l’ospedale del Regno Unito con più infermieri italiani. Da quando nel 2015 è partita la collaborazione tra l’ospedale e l’ordine degli infermieri di Venezia, nelle corsie di questi reparti sono arrivati circa 170 infermieri italiani ma sono 80 quelli rimasti al Royal Hospital perché molti hanno fatto carriera e si sono spostati in ospedali inglesi più grandi. Tutti neolaureati in scienze infermieristiche che ora lavorano con un contratto a tempo indeterminato. I giovani italiani sono stati assunti grazie ad un colloquio con Mrs. Mandy Barcker, la responsabile del reclutamento infermieri dell’ospedale di Preston e per sostenere questo colloquio i ragazzi non sono dovuti volare in Inghilterra. Per l’ospedale di Preston erano così preziosi che è stata Mrs Mandy ad andare a Venezia: “Gli infermieri italiani sono grandi lavoratori, sono gentili e soprattutto hanno delle ottime competenze universitarie. La comunità italiana è la più numerosa nel nostro ospedale”.

La scheda della puntata: Medici in prima linea

Lunedì 22 gennaio ore 21.20 su Rai3 torna PresaDiretta con uno dei suoi cavalli di battaglia, la sanità pubblica.Un’inchiesta per capire cosa c’è dietro gli errori medici e le cosiddette “morti evitabili” in ospedale. Un viaggio sulle “montagne russe” della sanità pubblica, tra sprechi, disorganizzazione ed eccellenze. E poi il cronico problema del nostro Servizio Sanitario Nazionale che viaggia a due velocità. Il Nord che garantisce le cure e l’efficienza, il Sud che arranca tra commissariamenti e medici eroici.
PresaDiretta è andata in Sicilia e in Campania. Quest’ultima è in fondo alla classifica tra tutte le regioni italiane per i Livelli Essenziali di Assistenza (icosiddetti LEA) stabiliti dal Ministero della Salute, ma è prima nella drammatica graduatoria delle morti evitabili, cioè quelle che si potrebbero evitare con cure appropriate e tempestive. Un viaggio drammatico e in presa diretta nel “Sud della salute”, con medici e infermieri del 118 allo stremo, medici di base in prima linea, le liste di attesa infinite, tagli ai fondi regionali e cronica carenza di organico.Il divario tra nord e sud anche nell'aspettativa media di vita. “Oggi la peggiore zona in cui nascere è l’area metropolitana di Napoli. Nei confronti dell’Europa, dell’europeo medio, ha un gap di aspettativa di vita che arriva quasi a otto anni” spiega Walter Ricciardi, medico, scienziato e presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, in una intervista a tutto campo concessa a Riccardo Iacona.
A PresaDiretta parla per la prima volta il padre di Antonio Scafuri, il ragazzo di 23 anni morto questa estate dopo aver aspettato per ore e ore di essere curato al Pronto Soccorso dell’ospedale Loreto Mare di Napoli. Il suo dolore e la sua richiesta di giustizia.

21 gennaio 2018

Il tasto rosso

Un clic sul tasto rosso e via, verrà segnalato all'apposita unità della polizia la fake news appena letta su quel blob, su Facebook o su Twitter.
Sui giornali o sui TG no, notoriamente l'informazione dei TG è super partes, schiena dritta, che non guarda in faccia a nessuno, come i giornalisti del Post.

Un clic e si segnalerà il tweet in cui Renzi sbugiarda Travaglio usando un post di Burioni: Renzi che, per carità, non sta facendo campagna elettorale sui vaccini usando un post di un candidato di un suo partito.
Almeno Burioni è medico e saprà spiegare, dati alla mano, come mai si è scelto di introdurre la vaccinazione obbligatoria di altre 6 vaccini, quando in altri paesi si sono scelte altre strade per favorire la vaccinazione dei bambini (Francia a parte), che nessuno mette in discussione.
Saprà anche rassicurare gli italiani sui controlli per le reazioni allergiche di questi vaccini.

Un clic e si segnaleranno anche alcuni articoli relativi della strage (che di strage si tratta) di Milano, i 4 operai morti dentro una camera piena di gas azoto.
Era già successo anni fa in Sardegna, in uno stabilimento dei Moratti: l'azoto è un gas inodore, se supera una certa soglia di concentrazione provoca l'asfissia.
Sbagliato scrivere gas killer, esalazioni killer, sbagliato parlare di imprudenza, casualità.
Sarebbe bastato che indossassero, prima di entrare in un ambiente potenzialmente a rischio, delle mascherine e non avremmo avuto quelle morti.
Ma l'obbligo delle mascherine non vale l'obbligo dei vaccini e non ci sarà alcun post di Burioni (né di Renzi) a riguardo.

Un clic e segnaleremo l'uscita di ieri di Berlusconi, riportata da tutti i TG Rai senza alcun commento: non sono candidabile per una sentenza basata su una legge criminale.
Peccato che quella legge l'abbia votata anche lui e che, prima della sua condanna, andava anche bene.

Un clic e segnaleremo anche l'uscita sugli Stati Uniti d'Europa, fortissimamente voluti da Renzi: in che modo arriveremo a questi stati uniti? Togliendo la bandiera dell'Europa dalle spalle quando non fa comodo?
Minacciando di non votare in sede europea i trattati?
Quale percorso ci porterà a questi (al momento utopistici) Stati Uniti d'Europa? Report in un servizio di Michele Buono ne aveva parlato, alcuni mesi fa e non mi risultano commenti a favore da parte del PD all'epoca.

Un clic e si segnala anche il post su Facebook di Di Maio dall'imprenditore marchigiano Brancalente (ripreso poi dai giornali), che ha appena fatto un endorsemente al M5S, il “solo in grado di smantellare il sistema”.
L'imprenditore è passato, in pochi anni, da Berlusconi a Tremonti, alla Lega di Belsito (“mi impegnerò affinché la Lega possa vincere fra cinque anni la sfida nelle Marche” dichiarava ad Affariitaliani nel 2010).
Eccoli qua i duri e puri.

Infine un clic e segnaleremo, questa volta sul serio, tutti i commenti idioti,inutilmente critici alla nomina a senatrice a vita di Liliana Segre.
Un senatore in più..
Basta con questa storia degli ebrei
E le vittime del comunismo? E le foibe?
C'è stato qualcuno su Twitter che mi ha pure rinfacciato il genocidio dei nativi americani.
Sterminati dai bianchi invasori, quelli come noi.
Non mi pare molto coerente con chi denuncia l'invasione dei migranti e dei musulmani.

PS: oggi Zucconi ha twittato sulleprossime elezioni, scrivendo che c'è il rischio di consegnare il paese ad un pregiudicato, ad un razzista da bar e ad uno steward da tribuna.
Fa effetto certo, ma un giornalista dovrebbe chiedersi come mai siamo arrivati a questo.
Certo costa fatica, tocca guardarsi indietro e rimettere in discussione scelte ed errori.

A scrivere cose scomode, fastidiose, si rischia grosso, come racconterà stasera la fiction sul giornalista Mario Francese, ucciso dalla mafia perché voleva scrivere degli affari di Totò Riina e delle sue imprese.

20 gennaio 2018

Follia maggiore di Alessandro Robecchi



Da un certo punto in là non c'è più ritorno. E' questo il punto da raggiungereF. KAFKA

Ouverture
La macchina fa il suo rombo continuo e tranquillo, il buio le sfreccia intorno, l’autostrada è quasi sgombra, i camion scorrono via come i grani di un rosario, come i piattini di sushi sui nastri trasportatori al bancone. Autotreni quanti ne vuoi, all you can eat. È notte tardi, o mattina prestissimo.
Carlo Monterossi guida tranquillo, rilassato, il vecchio è seduto accanto a lui, elegante, perfetto, sono in viaggio da quasi quattro ore e non si è allentato la cravatta né tolto la giacca, né lamentato di nulla. Oscar sta sui sedili dietro, mezzo sdraiato, forse sonnecchia un po', ora lo svegliano le curve dell'Appennino, pensa Carlo.Hanno passato Firenze e tobogano giù verso Bologna e la pianura, poi è un filo dritto fino a Milano e sono arrivati.

Ma certe storie vanno raccontate dall'inizio, e l'inizio è questo.

Non si dà follia maggiore/dell'amare un solo oggetto – così canta Fiorilla ne “Il turco in Italia”, un'opera musicata da Rossini.
E un pizzico di follia è presente in questo ultimo romanzo di Alessandro Robecchi, tra Milano e la Svizzera, che definire giallo è poco.
Perché sì, c'è un delitto e c'è la coppia di segugi della polizia, Carella e Ghezzi, due «due cani da polpaccio» che si compensano a vicenda coi loro caratteri e coi loro modi diversi di vedere i casi che devono risolvere.
C'è un delitto – una signora non più giovane, uccisa forse dopo uno scippo, sotto casa, in via Torelli Villier, zona Zara, a metà tra la Milano ancora borghese delle ville e la Milano dei palazzoni coi bar cinesi, le slot machine che succhiano soldi alle persone in cerca del colpo di fortuna. Si chiamava Giulia Zerbi.

C'è un delitto ma c'è anche un melodramma, che ci fa compiere un viaggio indietro nel tempo, accompagnati dalla musica di Rossini e del maestro Pergolesi.
Una giovane promessa del canto Sonia Zerbi, figlia della vittima del delitto di cui sopra, che viene aiutata nello studio, in vista di un'importante gara canora internazionale, da un vecchio mecenate che, tanti anni prima, venticinque per l'esattezza, era stato molto amico della madre.
E cosa c'entrano in questo melodramma il nostro Carlo Monterossi e il suo amico detective Oscar Falcone?
Sono loro che vengono incaricati dal figlio del finanziare Umberto Serrani, di andare a recuperare il padre. Non una preoccupazione di natura filiale, per la salute del padre.
Così, sono le prime righe del libro, troviamo Carlo e Oscar in auto ritornare da Napoli, dove Umberto, che nella vita fa di mestiere quello che fa sparire i soldi, nasconderli nei paradisi fiscali, si era rifugiato.
Per “coltivare le mie ossessioni in santa pace” - così si giustifica ai due estranei, Carlo e Oscar, quandoo lo sorprendono in una camera d'albergo a farsi leggere Zolà da una bella ragazza.
Arrivato alle settanta primavere, è arrivato il momento di pensare alle occasioni mancate, alle storie che si è perso alle spalle e che non torneranno più, perché sono poche le “settimane” che gli rimangono davanti.
A turbare ulteriormente Umberto arriva la notizia della morte di Giulia Zerbi: erano qualcosa di più che due amanti, non era solo un'affinità fisica o intellettuale

Diversissimi. Lei intellettuale ironica, i corsi di sceneggiatura in Francia, l'insegnamento, le traduzioni. Madame engagée, la chiamava lui per prenderla in giro. Lui chirurgicamente razionale, veloce nelle risposte, misterioso perché non poteva dirle che di mestiere nascondeva i soldi dei ricchi. Ma avrebbe anche potuto dirglielo, non era su quello che potevano incontrarsi o scontrarsi.C'era invece un'intesa tra menti libere, va bene, ma soprattutto c'era una corrente costante tra loro, un cavo scoperto dell'alta tensione, un'attrazione fisica che poteva degenerare in dipendenza, ma non come si può pensare, no. Era una ricerca reciproca dei limiti e dell'osare, del dedicarsi, era il piacere di concedere tutto, di annullare ogni difesa e ogni pudore.

La loro relazione, fatta di incontri, di sguardi, di parole, di carezze, si era interrotta 25 anni prima, quando Umberto, coinvolto in un affare con la ex Russia comunista che si apriva al capitalismo degli oligarchi, aveva pensato di proteggere Giulia non vedendola più. Ma non aveva smesso di pensare a lei, ogni giorno, conservandone il ricordo in un cassetto segreto:

Così accanto allo scrigno Giulia ne aveva messo un altro, e conteneva il miserabile se stesso che non era stato capace di averla per sempre, anche quello chiuso a chiave, anche quello da non aprire mai. Il loro equilibrio era un filo sottile, mentre per quella voglia, per quella passione, avrebbero avuto bisogno di un cavo d'acciaio..

Per questo, da una parte decide di aiutare la figlia, Sonia, a diventare una cantante di opera lirica, invitandola a corte, si potrebbe dire: pagando gli studi con un celebre maestro di musica, una suite all'Hotel Diana, un sostegno economico in vista del premio a Basilea, che avrebbe potuto aprile le porte.
C'è un po' di Cenerentola, forse in questa parte della storia, in cui Carlo viene coinvolto come osservatore, del passaggio della promessa del canto Sonia, al dorato (ma anche impegnativo) mondo della lirica.

Ma, alternata al racconto di questo melodramma, c'è il dramma reale: perché Giulia è stata uccisa, dopo essere stata percossa da un signore che l'ha pure picchiata al volto con un frustino.
Ad indagare sulla discreta vita di Giulia, si ritrovano sia Ghezzi e Carella che Carlo e Oscar, perché ora Umberto, il vecchio, vuole sapere tutto di quei venticinque anni.
C'è qualcosa che non torna nel delitto, nel modo in cui è stato compiuto e per le azioni che successivamente i due autori (frustino e le zoppo), hanno fatto

«Non ha senso, non ha alcun senso, è tutto sbagliato».«Hai ragione, Ghezzi, anche come messinscena è fatta male davvero».

Seguendo piste diverse, la coppia di investigatori, arriva a scoprire una prima verità: Giulia aveva dei problemi economici, per delle spese straordinarie, che l'avevano costretta a ricorrere ad uno strozzino.

Il vecchio non ha familiarità con quei sacrifici, i soldi non sono mai stati un problema per lui, prendeva il dieci per cento di quello che riusciva a nascondere per gli altri, ed era tantissimo.Quindi non può davvero sapere il bruciore di fare dei passi indietro sulla scala sociale, avere delle cose, anche piccole, anche minime, l'abbonamento a teatro, la pazzia di regalarsi un viaggio, e poi non averle più.La famosa borghesia che manda avanti il paese, che non è quella a cui lui salava il culo con le finanziarie a Panama, ma padri e madri di famiglia in guerra quotidiana con il bilancio. Il ceto medio, parlandone da vivo.

È una sorpresa che brucia, quella scoperta: scoprire quanto sia duro, per chi viene da un certo mondo, borghese, decoroso, abituato a godersi piccole gioie e le sue passioni (teatro, cinema, una vacanza ogni tanto), dover affrontare i problemi della crisi, di un prestito che non ti viene concesso dalla banca (le banche che poi prestano soldi a finanzieri senza scrupoli, a capitalisti senza capitale, come ci hanno raccontato le cronache).

I due racconti procedono in parallelo per diversi capitoli: Robecchi è bravo a tener viva la tensione dell'indagine da una parte, con i due agenti di polizia che scendono nei bassifondi di Milano, prendendosi tanta acqua, come non ne era mai scesa a novembre. Piccoli sfruttatori, criminali con poco cervello e tanta crudeltà, centri massaggi che nascondono dei veri e propri bordelli, avidi usurai e volonterosi carnefici che consegnano loro le prede. Poliziotti onesti che prendono tutta l'acqua di questo mondo e poliziotti sporchi che fanno concorrenza sleale alla criminalità ...
Ma c'è anche l'altro racconto, che è un vero e proprio viaggio nella musica: Cenerentola è finalmente diventata regina, una regina che conquista la folla e i giurati al concorso di Basilea

La vendetta dell'inferno ribolle nel mio cuore[Dall'assolo della Regina della notte, secondo atto del flauto magico]
Ecco, a una che hanno ammazzato la madre forse non dovrebbe cantare roba così, ma Carlo capisce che si sbaglia. Sonia ci sta mettendo dentro tutta la rabbia che ha, la tensione di quei giorni bollenti e gelati.

Un trionfo, sancito dall'applauso finale, dopo aver chiuso la sua esibizione proprio con Rossini

Il Turco in Italia – Rossini FIORILLANon si dà follia maggioredell'amare un solo oggetto:noia arreca, e non dilettoil piacere d'ogni dì.Sempre un sol fior non amanol'ape, l'auretta, il rio;di genio e cor volubileamar così vogl'io,voglio cangiar così

Ma al finire del melodramma, le due storie ambientate in due mondi distinti e separati, si ritrovano fatalmente a doversi riunire.
Perché mentre Carlo faceva l'accompagnatore e lo spettatore dell'opera messa in atto da Serrani, Ghezzi con Carella e con l'aiuto di un'altra poliziotta tenace, sono riusciti ad arrivare ai responsabili del delitto.
Al vero responsabile, intendo.
Perché Ghezzi è così, uno che pensa che per risolvere i casi “serve proprio la compassione, capire, scavare, mettersi nei loro panni”, delle vittime. Ghezzi che non molla mai, nemmeno a Capodanno in vacanza. E Carella è altrettanto ostinato, nella sua tensione verso la giustizia.
Melodramma e dramma, la morte della traduttrice Giulia Zerbi, troveranno una degna conclusione, con un colpo di scena, degno della migliore opera teatrale.
Come questa, del sempre più bravo Alessandro Robecchi, in cui troviamo tutto il suo materiale umano, e la sua Milano dalle mille facce nella sua crudele realtà, qui sotto una pioggia che serviva per dare quel mood in più (sue parole alla presentazione).
Un racconto che inizia con un viaggio e termina con un viaggio.
Un racconto che farà pensare, ai rimpianti, alle cose che non torneranno più. Alle cose che ci perdiamo senza rendercene conto ..
Una follia “maggiore” anche questa.

Altri post sul libro:

La scheda del libro sul sito dell'editore Sellerio
Il blog dell'autore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

19 gennaio 2018

Venghino signori venghino


E' tornato.
E ci sarà sempre qualcuno che gli crederà pure.
Il perseguitato, quello che si è fatto da solo, il liberale.
Quello che ha abbassato le tasse.

Il politico che ci ha fatto vergognare.
Il politico che ha piegato il Parlamento a votare su Ruby nipote di Mubarak.

Non sai mai cosa aspettarti di peggio, peggio delle larghe intese (per cui tifano tutti) dove la politica non è più politica ma solo un gioco di poltrone, potere, establishment e si salvi chi può (e per gli altri, arrangiatevi).

Peggio quegli inesperti dei 5 stelle, i finti rottamatori come Renzi o il vecchio "ghe pensi mi"?

18 gennaio 2018

Giornalismo all'americana

L'interviste e i trailer del nuovo film di Spielberg ci hanno galvanizzato: la storia dei giornalisti del Washington Post (e della direttrice donna) che hanno tenuto la schiena dritta di fronte alle pressioni presidenziali, pubblicando gli articoli su Nixon, la guerra sporca in Vietnam.
Chi ha amato come me il film del 1975 "Tutti gli uomini del presidente", non potrà che amare anche quest'ultimo, ambientato temporalmente prima del Watergate.
Ma siamo in un film e siamo anche in America.
Non sempre il giornalismo americano si è dimostrato all'altezza della situazione: penso a quanto successo dopo l'11 settembre con la bufala delle armi di distruzioni di massa e i giornalisti embedded dentro la guerra in Iraq.

E siamo comunque in America, lontano dall'Italia che in questi giorni ha messo l'elmetto e ha deciso di fare la guerra alle fake news.
Solo che la guerra la combatteranno funzionari del Viminale che risponderanno al ministro di turno.
Qual è lo stato di salute della nostra informazione?
Non sta messa proprio bene: ieri sera seguivo l'intervista di Carlo De Benedetti ad Otto e mezzo che ha liquidato la vicenda della telefonata tra lui e il suo broker come una banalità, un polverone ridicolo.
Era un segreto di Pulcinella,  si è difeso: né la giornalista presente e nemmeno altri hanno notato l'incongruenza.
Se era veramente un segreto (e non è così) allora altri broker e altri finanzieri si sono arricchiti solo perché avevano accesso ad informazioni riservate.

De Benedetti può star tranquillo comunque, la notizia è già sparita dai radar.
Può tranquillamente andare a votare PD e dirlo in televisione, senza che nessuno si indigni.

17 gennaio 2018

Ti ricordi ancora della sicurezza sul lavoro?

In una campagna elettorale basata sul poco o nulla, all'improvviso la cronaca ci riporta coi piedi per terra: si passa, purtroppo, dal discutere del voto utile, degli immigrati che ci invadono e che vengono qui a delinquere, delle case chiuse, della razza bianca a rischio estinzione, alla tragica morte di tre persone, operai della Lamina morti intossicati a Milano.
A rischio estinzione forse sono più le tute blu (te li ricordi ancora gli operai, quelli che lavorano in fabbrica, nelle campagne, nei poli della logistica?), visto che nel 2017 le morti bianche sono cresciute del +5% come anche gli incidenti.
Eppure ci sono le leggi che pure sono buone (lo dice il magistrato torinese Guariniello in un'intervista al Fatto Quotidiano da Ferruccio Sansa):

Raffaele Guariniello, lei da magistrato e oggi nel suo impegno per il Parlamento ha dedicato la vita alla sicurezza sul lavoro. Ma la battaglia non è ancora vinta. Perché?Nel 2008 era stato fatto un ottimo testo unico sulla sicurezza. Ma non bastano ottime leggi, se poi restano sulla carta. Primo, c’è un problema di vigilanza. Gli organi competenti ci sono, anzi, sono quasi troppi. Ma poi servono organici e professionalità. Ancheil nuovo ispettorato non ha i mezzi. Ci sono città che hanno uno o due ispettori. Senza una vigilanza sistematica e organica non si ottiene nulla. 
E la magistratura?I processi penali non vanno bene. In alcune zone d’Italia non vengono proprio fatti. Altrove c’è troppa lentezza.Leggo tante sentenze della Cassazione che dicono: il reato c’era, ma è prescritto. Tra gli imprenditori si diffonde un senso di impunità. Peggio:chi rispetta le regole finisce per avere uno svantaggio nei confronti dei disonesti.
E i manager condannati non finiscono in galera...Già, il caso Thyssen. Con la Germania che non ci consegna i manager tedeschi responsabili della tragedia. Eppure l’Italia era all’avanguardia nella tutela della sicurezza. 
 
Cosa è successo?Quando vado all’estero si stupiscono delle nostre inchieste sulla sicurezza e le malattie professionali. Perché noi abbiamo due vantaggi: avevamo le leggi migliori e una magistratura indipendente dall’esecutivo. A Parigi la procura ha appena chiesto l’a r c h i v i azione nei processi per i morti d’amianto. 
Allora perché non riusciamo a far rispettare le leggi?Sono d’accordo con il presidente Sergio Mattarella: bisogna rendere effettive le leggi. Servono più risorse. Ed è essenziale una magistratura specializzata in una materia tanto complessa e delicata.Giudici che sappiano fare indagini veloci per evitare la prescrizione. E che conoscano le leggi e sappiano a chi affidare le perizie. Perché servono tecnici capaci e senza conflitti di interessi. Oggi poi esiste il divieto di stare in un gruppo specializzato per più di dieci anni. A me è capitato di perdere in un colpo sette giudici specializzati in materia di sicurezza sul lavoro.  
Ma questa legislatura che sta finendo come si è comportata in materia di sicurezza dei lavoratori?Il governo non può pensare di fare solo le leggi. Deve anche fornire le risorse. E poi ci sono stati casi di nuove norme che sono consapevolmente incomprensibili e oscure. Vedi quella sul ‘lavoro agile’ cioè l’occupazione del futuro  che si fa in parte nei locali dell’impresa e in parte fuori. La disciplina sulla sicurezza è incomprensibile, i datori di lavoro non sanno come comportarsi. Era stato anche fatto notare, ma si è detto che bisognava fare velocemente. Che i dubbi sarebbero stati chiariti dopo. In questa campagna elettorale si parla tanto di ‘competenza’. Penso che ce ne vorrebbe molta in Parlamento. Anche in materie complesse e delicate come il lavoro. Senza controlli e regole chiare si continuerà a morire. Come e più di prima.

Leggi chiare e più personale per vigilare la loro applicazione.
Perché a differenza dei reati percepiti e del senso di insicurezza che viene gonfiato da tg e dalle sparate dei razzisti all'italiana, qui parliamo di reati veri, di delitti veri, di persone vere.
Anche questo dovrebbe essere argomento da campagna elettorale, non Spelacchio o i numeri del PIL o dell'occupazione sparati a caso.

16 gennaio 2018

Follia maggiore, di Alessandro Robecchi Sellerio


Il vecchio non ha familiarità con quei sacrifici, i soldi non sono mai stati un problema per lui, prendeva il dieci per cento di quello che riusciva a nascondere per gli altri, ed era tantissimo.
Quindi non può davvero sapere il bruciore di fare dei passi indietro sulla scala sociale, avere delle cose, anche piccole, anche minime, l'abbonamento a teatro, la pazzia di regalarsi un viaggio, e poi non averle più.
La famosa borghesia che manda avanti il paese, che non è quella a cui lui salava il culo con le finanziarie a Panama, ma padri e madri di famiglia in guerra quotidiana con il bilancio. Il ceto medio, parlandone da vivo.
Follia maggiore, di Alessandro Robecchi Sellerio
C'è un indagine e ci sono ancora la doppia coppia di investigatori a portare avanti le indagini a modo loro: l'affiatata coppia Ghezzi e Carella, i poliziotti per l'indagine ufficiale, riflessivo e paterno il primo, un cane da punto che non stacca finché non ha ritrovato la preda.
E poi l'altra coppia, che vorrebbe essere Sherlock Holmes e Watson, l'investigatore Oscar Falcone, capace di muoversi tra le pieghe di questa società e il mago della televisione Carlo Monterossi (che la televisione la odia pure).
C'è un delitto, una signora uccisa per strada dopo un litigio, ma Robecchi in questo romanzo ci racconta di un altro delitto, la morte del ceto medio: sarebbe riduttivo vederlo solo come un giallo infatti.
In questa storia in tanti potrebbero ritrovarsi: persone perbene, con un lavoro e uno stipendio abbastanza regolare, l'abbonamento al teatro o l'abitudine di farsi una vacanza da qualche parte ogni tanto.
Persone che all'improvviso, la crisi, un problema familiare, si ritrovano all'improvviso dalla parte sbagliata di questa società ingiusta.

E, in contrapposizione a questo ceto medio che si aggrappa in tutti i modi al suo benessere, andando anche a mettersi nelle mani di persone sbagliate, l'altro modo, quello delle persone che vivono sopra tutti.
Sopra le leggi, sopra i regolamenti, coi soldi in paradiso (fiscale). Avete presente l'elenco pubblicato da l'Espresso sui Panama papers?
Ecco, quelli.
Loro e l'esercito di professionisti che gli permette di eludere il fisco e fregare il futuro ad un pezzo di paese.
Ma anche per loro arriva il momento della riflessione, in cui la vita ti mette davanti alle tue scelte, per un bilancio.
E ti chiedi se ne è valsa la pena ...

La scheda del libro (qui l'incipit):
Ghezzi e Carella, Monterossi e Falcone: due coppie di detective e un delitto nella Milano ricca. Tra ironia e amara analisi sociale, un thriller intrecciato con mano sicura da un abile narratore. 
«E ho pensato che avevo sbagliato vita, che così non andava bene, e che intanto mi ero perso delle cose, e moltissime altre, forse più importanti... cose... persone... a cui ho pensato sempre...».Umberto Serrani è un elegante, anziano, ricco signore cullato dai suoi rimpianti. Riservato, distaccato, finalmente padrone del suo tempo dopo una vita passata a «mettere al sicuro» le fortune altrui, specie se sospette e ingombranti, un lavoro che gli ha permesso di tessere legami invisibili che arrivano dappertutto. 
Quando apprende della morte di Giulia – un amore di venticinque anni prima, intenso, totale, un rimpianto mai sopito – decide di capire, agire, pagare vecchi debiti. Vuole sapere di quella morte assurda che sembra uno scippo finito male, chi è stato, perché. E vuole sapere tutto di quella donna per tanti anni amata nel silenzio e nella lontananza, della sua vita solitaria e ordinata, delle sue speranze e delle sue difficoltà, della figlia Sonia, promettente soprano. 
Assolda per questo una coppia di strani investigatori, Carlo Monterossi e Oscar Falcone: il primo è un mago della televisione, che però odia; il secondo sa nuotare in tutti gli ambienti e ha uno speciale sesto senso per le cause giuste. Intanto, sull’omicidio lavorano anche Ghezzi e Carella, sovrintendenti di polizia, «due cani da polpaccio», che vogliono chiudere il caso, fare giustizia, capire. 
I quattro, indipendentemente gli uni dagli altri, dragheranno le acque fetide che hanno inghiottito Giulia, con il sottofondo delle arie d’opera in cui la giovane Sonia si esercita per realizzare il suo sogno. 
Ogni libro di Alessandro Robecchi contiene personaggi, intrecci e tanta materia narrativa da poterne ricavare più romanzi; dialoghi tesi, un parlato da duri e un esemplare umorismo di costume sui nostri tempi. E le sue storie traggono sempre spunto da un’amara osservazione sociale e umana. In Follia maggiore c’è l’agonia silenziosa del ceto medio che attrae appetiti criminali, e un malinconico «discorso dei rimpianti» sulle cose perdute che non torneranno. Mai.

Presa diretta - Il tema degli appalti pubblici

La puntata di Presa diretta su corruzione e appalti pubblici, “Appalti fuori controllo”, comincia con la Salerno Reggio Calabria, emblema di come non bisogna gestire la spesa pubblica: oggi si chiama autostrada del Mediterraneo, inaugurata dopo decenni dall'avvio ai lavori.
Lavori inquinati dalla presenza della ndrangheta, dalla corruzione, da lavori fatti male.
Come la galleria killer, dove sono avvenuti due incidenti simili: lavori collaudati nel 2009, mentre c'era un muretto che non doveva esserci, su cui si è schiantato un ragazzo, Domenico Napoli.

Dopo 4 mesi dall'incidente di Domenico, altri 4 ragazzi sono morti sullo stesso muro: niente luci, niente guardrail. Solo dopo il secondo incidente Anas ha messo in sicurezza la galleria e ora c'è un processo a 13 persone che hanno realizzato questa galleria.

Alessia Candito, giornalista, chiama la Salerno Reggio Calabria il corpo del reato più lungo del paese: da una serie di inchieste sulla criminalità organizzata e ordinaria emerge un controllore vicino al controllato e non ai cittadini, che sono i committenti.
Colpa di come sono gestiti gli appalti.
Colpa di come sono fatti i lavori.
Colpa di come non sono fatte le manutenzioni: come per i ponti crollati in Brianza nel 2016 e precedentemente in Liguria, in Sicilia (il ponte Scorciavacca crollato dopo l'inaugurazione).
Tratti di strade o di viadotti che crollano dopo essere inaugurati o al termine dei lavori.

Abbiamo bisogno di investimenti per mettere in sicurezza il nostro patrimonio infrastrutturale: in questi ultimi anni spendiamo solo 200ml di euro l'anno, molto poco.
Insomma, abbiamo bisogno di lavori pubblici per far ripartire l'economia ma abbiamo un sistema di appalti che è pieno di buchi.
Troppe stazioni appaltanti, troppi sprechi negli appalti (30miliardi di euro l'anno), su un totale di 115 miliardi, il 7% del PIL.

Come possiamo sradicare il problema della corruzione negli appalti pubblici?

Salerno Reggio Calabria: il viadotto sul fiume Mesina è oggi oggetto di indagine, perché opera potenzialmente a rischio.
Il fiume che passa sotto il viadotto, scava le fondazioni dei piloni: nello studio idrogeologico doveva essere studiato l'effetto del fiume sul ponte. Come hanno potuto progettare questi viadotti?
La procura di Vibo Valentia ha scoperto che mancava l'autorizzazione dell'autorità di bacino, ovvero non è stato fatto nessuno studio idraulico da parte dell'Anas.
Questo ente sa come e dove realizzare le opere sui territori, specie quelli a rischio: i quattro viadotti sono stati realizzati senza rispettare in modo legittimo la legge.

Carlo Tansi, responsabile della Protezione civile non ha mezzi termini: è un'opera abusiva, è assurdo che si costruisca laddove c'è il rischio che la gente possa morire.
Anche l'azienda che ha vinto l'appalto era consapevole dei rischi e aveva infatti incaricato un consulente esterno che aveva espresso i suoi dubbi, su questo progetto carente.

Il responsabile dell'Anas, Ferrara si è nascosto dietro l'indagine in corso: “comunque non c'è un rischio per chi percorre la strada”, rassicura.
Stiamo parlando di Anas, un colosso dei lavori pubblici, che gestisce 60mila km di strade sul territorio.

Il principale indagato dell'inchiesta è un costruttore bergamasco, Cavalleri: l'inchiesta è partita da un controllo che ha portato ad una serie di controlli da parte della Finanza sulla ditta.
Sono emersi problemi di cattivi materiali, sovraspese per materiali non usati (13ml su un appalto da 60ml, su una gara vinta col ribasso del 30%).
Si risparmiava sui progetti per lucrarci sopra, fatto confermato anche dal direttore dei lavori.
Quel tratto di strada è potenzialmente a rischio anche per la qualità dell'asfalto: in pochi anni sono stati registrati 14 incidenti in quei 9km di strada della Sa-Rc.
Anas è responsabile per i controlli non fatti o non approfonditi: l'avvocato difensore di uno degli indagati dell'Anas parla di solitudine dei controllori, che non hanno competenze per verificare tutto...
Ma allora come possiamo fidarci dei lavori fatti?

Oggi la Cavalleri SPA è in concordato preventivo, il titolare è stato arrestato nel 2017 e oggi è ai domiciliari.

Ci sono state nel passato altre inchieste su Anas, i suoi uffici centrali, come quello sulla “dama nera”, che preparava gli appalti su misura per imprenditori con pochi scrupoli.

Ma ci sono anche costruttori coraggiosi come Gaetano Saffioti che, con le sue denunce contro la ndrangheta, ha fatto arrestare 48 persone.
Si è ribellato alla tassa mafiosa e, anche per dare un segnale di libertà al figlio, ha detto basta alle pressioni degli ndraghetisti.
Ma dopo le denunce la sua impresa ha smesso di lavorare in Calabria e anche in Italia, per fortuna nel resto del mondo ha decuplicato il fatturato.
C'è un problema in Calabria e anche in Italia: c'è un sistema che non funziona, dove ci si mette d'accordo sui lavori, su chi deve vincere.
L'autostrada A3 non è finita ed è stata fatta male, è stata fatta cioè per essere ricostruita: lavori che devono essere continuamente rifatti.
Calcestruzzo depotenziato, strutture insicure strutturalmente.

LE inchieste sui lavori del Terzo Valico hanno riguardato direttamente il general contractor, i cui vertici sono stati azzerati.
La procura di Genova ha intercettato costruttori e dirigenti di Cociv, il general contractor della Milano Genova: gli appalti si vincevano grazie alle escort, alle solite buste coi soldi.
Il GICO ha usato le intercettazioni con cimici, per il lavoro di indagine che è durato tre anni: appalti per 3 miliardi di euro, di cui 800 ml finiti in mazzette.
Significa lavori che non finiscono ai migliori, appalti per lavori fatti male: dietro Cociv ci sono grandi nomi delle costruzioni, come Salini e Impregilo.
In questi lavori è alto il rischio che si crei un cartello tra imprese per far fuori i concorrenti.

Oggi i lavori di Cociv sono decisi da commissari che vivono in clausura, senza possibilità di contattare persone verso l'esterno: a questo si deve ricorrere per fare lavori fatti bene in Italia.
Ma possibile che non si possa in modo diverso?

Per legge, il general contractor ha facoltà di nominare il direttore dei lavori, il controllore dei lavori. Controllo che doveva essere fatto anche da Ferrovie dello Stato.
Ma anche loro, come per Anas in Sicilia, non avevano sentore di nulla.

Le aziende private pagheranno i ritardi, certo: ma i lavori continueranno con la Cociv.
La legge obiettivo è figlia di Lunardi e Berlusconi, nel 2001: l'idea era affidare ai general contractor enorme potere per consegnare le opere chiavi in mano allo Stato.
Una legge criminogena l'aveva definita Raffaele Cantone e oggi lo dice il collega Corradino: il controllo sui lavori della Legge Obiettivo è inefficace, il general contractor è in palese conflitto di interesse.

Lunardi oggi si difende dicendo che se avessero mano alla legge avrebbero ritardato i lavori, mentre era compito di Anas e Ferrovie dello Stato fare opera di sorveglianza.
Peccato però che le 126 opere pubbliche (dal costo di 125 miliardi) della Legge di Lunardi non si siano realizzate: tra queste c'erano la Torino Lione, il Ponte sullo Stretto e la Salerno Reggio Calabria e la Metro C a Roma.
Tutte opere non completate o in ritardo.
E i costi di queste opere sono pure lievitati in modo abnorme: sono tutti costi sulle spalle degli italiani di domani, non sulle spalle dei Lunardi del caso.
L'elenco delle opere incompiute è oggi salito a 762 opere...

Il ministro Delrio ha riformato il codice degli appalti: meno stazioni appaltanti con dentro gente competente, un limite alla regola del massimo ribasso (per le gare sopra 2 ml di euro).

Il risultato è che oggi molte gare sono sotto la soglia dei 2 ml, magari spezzettandole, dunque ancora col massimo ribasso: sono opere fatte male e nemmeno si risparmia perché poi le imprese si rifanno con le modifiche in corso d'opera.

Altro problema è che mancano i decreti attuativi, come quelli che dovevano ridurre le stazioni appaltanti con personale adeguato (ingegneri e avvocati): stiamo ancora perdendo tempo e il codice degli appalti potrebbe essere un'occasione mancata.

Il professor Piga, dell'università di Tor Vergata vede proprio nel sistema degli appalti uno dei problemi del paese, per la scarsa competitività, per la scarsa qualità dei lavori, per i costi extra per lo Stato.
LA spesa pubblica improduttiva negli appalti, come quella che deriva dalla corruzione, doveva essere oggetto di seria spending review.
Si parla di 30miliardi di euro di sprechi, l'87% di questi è dovuto alla incompetenza, il resto alla corruzione: sarebbe una buona politica, se ci fosse una vera politica per una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini e delle imprese, oneste.

L'OIGE è l'ente di ingegneria che analizza i bandi del pubblico: un bando su due è fatto male, hanno rilevato. Significa ricorsi, ritardi, inefficienze.
Colpa del principio per cui, in Italia, si fanno i lavori pensando alle spese su cui mangiarci sopra, senza fare una vera fase di progettazione – dice Italia Sicura, commentando i lavori presentati nella città metropolitana di Roma.
Non ci sono competenza per fare i capitolati, per fare delle ispezioni: sono lavori che non si insegnano nemmeno nelle università.

Serve avere negli enti appaltanti personale tecnico e preparato – spiega il professor Valducci, dell'università di Firenze: si impara a lavorare per affiancamento, ovvero si reiterano gli stessi errori del passato.

Il confronto con la Germania: gli appalti sono 444miliardi, il 20% della spesa pubblica, questo paese è al settimo posto nella classifica di Transparency International e chi lavora nelle stazioni appaltanti ha studiato per fare quel lavoro.
La differenza con la Germania la fa la formazione, nell'università di Kehl, nella scuola dei “sindaci”, per la formazione degli amministratori pubblici dove c'è l'alternanza tra scuola e lavoro, nelle amministrazioni.

Anche in Germania ci sono scandali, come i lavori lunghi per l'aeroporto di Berlino: qui chi sbaglia paga, in Germania l'11% della popolazione carceraria è composto da corrotti (in Italia siamo allo 0, qualcosa per cento).
In Germania non conviene essere corrotti o corrompere: la prescrizione non falcia i processi come succede da noi.

L'intervista al ministro Delrio

Siamo a buon punto sui decreti attuativi (siamo a sei-sette), Palazzo Chigi sta revisionando il punto sulle stazioni appaltanti, che saranno sotto le 5000 (oggi sono 35mila).
Molto dipenderà da come le amministrazioni si adegueranno al decreto.
Ma un punto su cui il ministro tiene molto è l'essere arrivati a gara con un progetto vero, esecutivo e questo ha stimolato le società di progettazione: quest'anno Anas farà 80ml di lavori in progettazione.

I lavori al massimo ribasso: il governo ha aumentato la soglia da 1 a 2 ml sul massimo ribasso (un'anomalia italiana) per accompagnare le modifiche.
Chi sta boicottando la riforma?
LA legge è stata avversata perché richiede trasparenza, è contro la corruzione, come ha rilevato anche l'Anac di Cantone.
Ma la vera innovazione è togliere di mezzo la burocrazia: a Melzo l'appalto della scuola è stato fatto in modo completamente digitale, usando un sistema studiato dal Politecnico di Milano, già in uso negli Stati Uniti.

15 gennaio 2018

Di politica se ne vede poca

Come raccontava venerdì il direttore de l'Espresso Damilano a Propaganda Live, si chiede ai giornalisti la loro opinione politica in vista di elezioni dove, da parte dei candidati, di politica se ne vede pochina.
Berlusconi con le solite promesse su pensioni e recupero dall'evasione.
Il m5s che ancora non spiega da dove prenderanno i soldi per le loro proposte.
La Lega che viene messa in difficoltà dallo stesso Berlusconi ("In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere") e allora via alla dichiarazione scioc(ca) "Razza bianca a rischio".
L'unica cosa certa rimane l'inciucio post 4 marzo, negato ma sempre più probabile visti i toni di Renzi e B. contro il m5s.

La lotta alla corruzione a Presa diretta

La seconda inchiesta di Presa diretta riguarda ancora una volta un tema importante per il nostro paese: la lotta alla corruzione.
Come già detto per la passata inchiesta, siamo entrati in campagna elettorale e a marzo sceglieremo (indirettamente) i politici da mandare in Parlamento e che dovranno occuparsi di questi temi (la mobilità, la lotta alla corruzione e agli sprechi): importante allora capire di cosa si parla quando si dice corruzione, quale l'impatto nella spesa pubblica, quali sono le cause e quali i rimedi, magari andandoli a prendere da altri paesi.

La corruzione è spesa pubblica inefficiente, che non viene destinata per il bene comune, per tutti, ma che finisce nelle tasche di pochi (e che poi magari nascondono i soldi in paradisi fiscali).
La corruzione è l'appalto pubblico cucito su misura per quel concorrente che deve vincere la gara d'appalto.
La corruzione è il concorrente della gara che avvicina il funzionario pubblico per avere informazioni sui concorrenti e partire da una posizione di vantaggio.
La corruzione è quella sentenza aggiustata, per favorire Tizio a discapito di Caio, nei Tribunali penali o nel Tribunali Amministrativi fino al Consiglio di Stato.
La corruzione è il tumore che si mangia le risorse pubbliche, che uccide il libero mercato perché favorisce i furbi a discapito dei meritevoli e degli onesti. La corruzione è la causa delle opere pubbliche inutili, messe a piano perché ci si deve mangiare sopra e che non finiscono mai.
La corruzione è il debito pubblico che cresce, in termini assoluti, costringendo i governi a fare tagli di spesa (altri) che poi si ripercuotono sui servizi pubblici (ospedali, trasporti).

Sono concetti che si sentono ripetere da anni, fino allo sfinimento. Eppure corrotti e corruttori (in tutte le formule giuridiche che il legislatore ha trovato per rendere più complicato l'individuazione dei reati) ancora prosperano in mezzo a noi: come ha raccontato Davigo, commentando l'inchiesta di Mani Pulite, si è solo fatta selezione della specie.
Ora non esistono più mazzette pagate in contanti come ai tempi di Mario Chiesa (la mela marcia..): la dazione si paga in tanti modi, dai beni in natura, all'assunzione di un parente, alla consulenza in cambio dell'appalto.
Non esistono più conti in Italia o in Svizzera: i soldi viaggiano all'estero nei paradisi e, se non ci fosse qualcuno che ruba i dati dagli studi privati a Panama, nemmeno conosceremmo i nomi di politici, vip e imprenditori coi soldi in paradiso.
Le intercettazioni, quando non penalmente rilevanti (e lo stabilità l'ufficiale di polizia giudiziaria, spesso) nemmeno finiranno sui giornali, per cui nemmeno riusciremo a capire quali interessi si nascondono dietro una certa opera strategica: penso ad esempio a Tempa rossa e a quell'emendamento che tanto stava a cuore al fidanzato dell'ex ministro Guidi.
Certo, c'è l'unità anticorruzione di Cantone che in questo momento sta vigilando su Spelacchio, ma purtroppo interviene dopo, non prima.
E poi ci sono le leggi.
Questo governo doveva mettere mano a quell'obbrobrio della Legge Obiettivo di Berlusconi e Lunardi, del 2001: una legge sulle grandi opere (incompiute) che affidava al controllato (il consorzio o impresa che deve fare i lavori) la scelta del controllore.
E così si sono creati i mostri come il Mose a Venezia, come la Salerno Reggio Calabria, come i lavori per l'alta velocità in Piemonte e in Lombardia...
Una parte del servizio sarà dedicata proprio alle inchieste, 14, sulla Salerno Reggio Calabria: inchieste che hanno riscontrato infiltrazioni della 'ndrangheta, corruzione di funzionari pubblici e truffe legate alla cattiva realizzazione dei lavori.

Gaetano Saffioti è uno dei (pochi) imprenditori che hanno denunciato questo sistema e che ora vive sotto scorta, h24: racconterà al giornalista di come la 'ndrangheta entrava nei cantieri, indicasse chi assumere, da quali cave prendere il materiale, da chi comprare il calcestruzzo.
Ogni giorno doveva pagare una nuova tassa, l'IVAM: l'iva per la mafia.
La denuncia contro gli ndranghetisti l'ha fatta anche per dare un esempio a suo figlio: se vuoi fare questo lavoro devi imparare che non ci si deve piegare a questi ricatti.

Ecco, Delrio ha riformato il codice appalti, ma si sono dimenticati di circa un centinaio di decreti attuativi, che rendono al momento vana la riforma.
In questa campagna elettorale sentiremo ripetere, da tanti, che questo paese ha bisogno di infrastrutture: il TAV in Val di Susa, il ponte sullo Stretto, per citare alcuni esempi.
Dovremmo chiedere ai candidati in che modo intendono garantire che questa spesa (che assorbe una quota del PIL superiore a quella destinata all'istruzione) sia usata in modo corretto.
Perché questo è anche il paese dei viadotti che crollano, delle strade dissestate, delle autostrade che non finiscono mai.
La scuola di Melzo

Eppure ci sono altre vie per gestire gli appalti per i lavori pubblici: a Melzo è stata appena consgnata la nuova scuola, per costruirla è stato utilizzato un sistema di digitalizzazione edilizia.
È stato costruito u n modello virtuale dell'edificio, non più solo un modello cartaceo, che contiene tutte le informazioni per la sua realizzazione: la qualità e la quantità degli elementi, le loro geometrie, la manutenzione. Tutte le informazioni necessarie sia per la fase di realizzazione sia per la fase di gestione sono contenute in questo modello virtuale, cui tutti possono accedere eventualmente.
In un unico strumento si vede l'opera, nelle sue parti nascoste, la documentazione di queste parti, l'offerta fatte dall'azienda, i contratti sottoscritti, le caratteristiche dei materiali impiegati.
Chi, per esempio, ha realizzato una parte di calcestruzzo, con quali quantità e qualità di cemento, chi ha fatto i controlli e con quali esiti.
E' un modello che garantisce la massima trasparenza, con l'obiettivo di consegnare lavori che rispettino gli obiettivi iniziali.
Non dovrebbe più essere possibile nascondere o modificare le informazioni, nelle variazioni di appalto che poi si celano nella montagna di carta di un progetto.
Facendo le cose per bene – commenta il giornalista che stasera racconterà questa storia – ci hanno guadagnato tutti: l'amministrazione e anche l'azienda.

La scheda della puntata: Appalti fuori controllo (l'anticipazione su Raiplay)
Un'inchiesta sui soldi pubblici per capire se vengono spesi bene e se le “regole del gioco” sono le stesse per tutti.115 miliardi di euro sono i soldi spesi ogni anno in appalti nel nostro paese, quasi il 7% dell’intero Prodotto Interno Lordo. Tanti, tantissimi soldi utilizzati dallo Stato per la costruzione e la manutenzione di strade e di infrastrutture. E con tutto questo denaro pubblico riusciamo ad avere strade, ponti e viadotti sicuri? In Italia solo negli ultimi 4 anni ci sono stati 7 morti e altrettanti feriti a causa di ponti e viadotti crollati. Cosa non ha funzionato nella filiera delle responsabilità tra enti gestori, aziende costruttrici e stazioni appaltanti?
PresaDiretta ha fatto un viaggio in giro per l’Italia delle opere pubbliche e delle infrastrutture, dalla Calabria alla Liguria. Quanti soldi si sprecano a causa della poca efficienza o della scarsa preparazione dei tecnici e dei funzionari pubblici? Una ricerca internazionale pubblicata dall'American Economic Review, ha calcolato che la nostra pubblica amministrazione spreca nella gestione degli appalti 30 miliardi di euro ogni anno.
Le telecamere di PresaDiretta sono state in Germania dove ci sono scuole di alta specializzazione per i funzionari che dovranno maneggiare il denaro pubblico, dove chi sbaglia paga, dove c’è una normativa chiara e le gare sono trasparenti. E i ponti non crollano.
Sono sempre più urgenti gli investimenti necessari per formare funzionari pubblici davvero competenti, capaci di gestire una materia complessa e delicata come quella degli appalti.
A un anno e mezzo dall’approvazione del Nuovo Codice degli Appalti, mancano ancora i decreti attuativi. Il numero delle “stazioni appaltanti” e cioè dei soggetti che possono gestire l’appalto per un’opera pubblica, è ancora troppo alto e mancano gli strumenti per la formazione dei funzionari e del personale tecnico.
E intanto con questi ritardi il settore appalti invece di essere un volano per tutta l’economia del paese, arranca.
APPALTI FUORI CONTROLLO”, è un racconto di Riccardo Iacona con Giuseppe Laganà, Luigi Mastropaolo, Massimiliano Torchia.