11 dicembre 2017

Non è questo che voleva Ahmed - da Souvenir di Maurizio De Giovanni

Ottobre è un mese di promesse non mantenute – scrive nel capitolo di interludio Maurizio De Giovanni, in Souvenir.
Promesse e speranze che non si avverano, come succede ad Ahmed, uno dei tanti migranti scappati dalla miseria del loro paese per cercare una vita migliore in Italia.
Un clandestino, come direbbero i nostri politici.
Un uomo.
Un uomo che pur di vivere, pur di vivere dignitosamente (quella dignità che il nostro Stato non gli riconosce), non si abbassa a rubare. O a fare lo spacciatore.
“Non è per portare morte in un paese nuovo, che è venuto” - pensa.
Ma i pensieri, di notte, sanno essere molto crudeli.
Come è crudele il destino di questi uomini che ancora in molti vedono come il nemico, l'invasore.

Non è per questo che ha perso un figlio piccolo , lasciato andare tra le onde quando ormai non respirava più, mentre la moglie urlava come una sirena nella notte e l'uomo al timone ha cominciato : una, due, tre, mille bastonate finché lei ha smesso, perché c'erano gli altri due, la femminuccia e il piccolo attaccato al seno vuoto, che avevano ancora una speranza.Non è per portare morte in un paese nuovo, che è venuto.E ora Ahmed fissa il soffitto aspettando un'alba che non arriva, steso su un materasso vecchio nel capannone abbandonato, lo stesso materasso dove riposano la femminuccia e il piccolo, che dorme sempre di più, perché o dorme o mangia e di cibo non ce n'è.Ahmed ascolta i topi che corrono nella notte e intanto pensa alla moglie, che avrebbe fatto perfino la puttana, ma non aveva salute e se n'è andata da dieci giorni, in ospedale. Lui l'ha capito e l'ha salutata pochi minuti prima, altrimenti glia avrebbero chiesto dove portarlo quel corpo distrutto da chissà quale assenza.La moglie: quella ragazza che gli teneva la mano, seduti a piedi scalzi ad immaginare un paradiso che non esisteva, ma che loro avevano davanti agli occhi come fosse vero. La ragazza che non ha nemmeno visto morire.Non è questo che voleva Ahmed.Ha combattuto per tutta l'estate, un po' di pomodori raccolti, la schiena spezzata e qualcosa da mangiare; ma ora è ottobre, e ottobre, anche se ha ancora l'odore del caldo, promette il freddo, e un altro inverno insopportabile.Fra il rumore dei topi che corrono, Ahmed sparge sul materasso lercio la benzina che ha rubato. Pensa che i suoi bambini stanno sognando, che è bello sognare. Meglio adesso, pensa Ahmed. Meglio adesso.  
Accende il fuoco, e si stende a sognare pure lui.


Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio De Giovanni Einaudi

Qui un estratto del primo capitolo 

Il pacco di Natale, il mondo della logistica e la spending

Natale, tempo di regali: le inchieste di Report di questa sera riguarderanno il mondo dei negozi online visto da diverse angolazioni.
Le truffe che si annidano sugli store, le persone che stanno dietro i negozi online nella logistica e, infine, un punto sullo stato della spending review.

Ma prima l'anteprima, oggi dedicata al DNA il cui uso come prova a discarico inizia a prendere piede nei Tribunali.
Mi sembra un po' di tornare ai tempi di Lombroso, dove si poteva stabilire l'indole criminale delle persone dall'analisi dei lineamenti.
Non diremo più “guarda che faccia da ladro”, ma forse “che dna da ladro” ..

Questa è la frase che potremmo sentire nei film polizieschi del futuro. Nei tribunali italiani sono infatti sempre di più gli imputati che chiedono la prova del dna. Se fino ad oggi è sempre stata usata solo per incastrare i colpevoli, da un po' di tempo può essere usata anche per scagionarli. Secondo alcuni studi, l'aggressività di alcune persone potrebbe dipendere infatti dal loro dna. Il mondo scientifico è molto diviso sulla validità di queste teorie, ma di recente in due differenti processi per omicidio, gli imputati hanno ottenuto uno sconto di pena perché il test del dna dimostrava che avevano una predisposizione genetica a essere aggressivi.

Il mondo della logistica: chi sta dietro il pacco che riceviamo a casa


Chi sta dietro il pacco che riceviamo a casa, comprato in rete magari con l'opzione “Prime” per riceverlo subito?
E dietro i pancali con le primizie, che qualcuno ha portato dall'agricoltore al supermercato?
Il servizio di Alberto Nerazzini racconterà il mondo della logistica: un settore centrale dell'economia di oggi (il che suona anche paradossale in mondo governato dagli algoritmi, dal web e in un futuro dai robot.
Il mercato della logistica in Italia è in esplosione, vale circa 120 miliardi: sono soldi che non finiscono nelle tasche dei dipendenti di questo settore che lavorano per turni massacranti e per stipendi che spesso sono da fame (parliamo di 5 euro l'ora per scaricare prodotti ortofrutticoli), mentre i profitti arricchiscono pochi (che poi nemmeno pagano le tasse nel nostro paese).
Quando si parla di logistica non si intende solo Amazon, ma anche i pomodori che arrivano sugli scaffali.
Chi paga la nostra spesa?
I prodotti che compriamo al supermercato, gli acquisti online che arrivano a casa: c'è sempre qualcuno che, quelle merci, le ha dovute caricare, scaricare, trasportare.

"Le multinazionali della distribuzione. La domanda di trasferimento di merci e materiali è impazzita: trasporto via mare, via cielo, via terra. In questo enorme mercato dove produzione e consumo sono globalizzati, il giro d’affari della logistica esplode e i profitti si concentrano nelle mani di pochi. Ciò che conta sono i risultati, non come questi siano stati raggiunti, perché tutti vogliamo consumare e risparmiare, vogliamo essere soddisfatti, vogliamo che tutto sia puntuale. E puntuale, ogni giorno, va in scena lo sfruttamento, senza regole e senza controllo. Negli immensi hub della logistica, ma anche nei magazzini e negli stabilimenti della nostra “eccellenza” alimentare, ovunque la micidiale macchina di appalti e subappalti, tra società e cooperative false, schiaccia i diritti e il costo del lavoro.
Alberto Nerazzini indaga su un settore cruciale dell’economia, dove regnano i soprusi e le illegalità, l’evasione fiscale e gli interessi di un’imprenditoria criminale, spesso espressione diretta della mafia. Un mondo di disuguaglianza e ingiustizia dove si gioca anche il futuro dell’Europa".

I pacchi in rete

Si avvicina Natale e allora stiamo attenti al pacco, ovvero il prodotto griffato che abbiamo pagato anche a caro prezzo ma che è falso.
Di lotta contro la contraffazione del made in Italy se ne era parlato nell'incontro tra l'ex presidente del Consiglio Renzi con il presidente di Alibaba, Jack Ma: quest'ultimo era stato chiaro, “non avremo pietà dei contraffattori”, riferendosi al falso made in Italy.
Linea dura contro i falsi: “Noi collaboreremo col governo, coi detentori delle marche, per prenderli (i contraffattori) ed arrestarli”.
Ad ogni modo, ancora oggi le grandi piattaforme di e-commerce non fanno alcuna verifica prima di pubblicare un inserzione: si muovono solo dopo le denunce da parte dei marchi.
Nonostante tutte le promesse, vendere prodotti falsi è ancora troppo facile: Luca Chianca è andato a Canton per incontrare un'esperta di contraffazione online: sul sito 1688 (uno della galassia di Alibaba) ha trovato delle scarpe italiane vendute a 30 euro circa, mentre in Italia costerebbero anche 300.
Scarpe prodotte in Cina, c'è scritto nell'inserzione, mentre quel marchio produce solo in Italia.
Il giornalista, partendo dal numero di telefono dell'inserzionista, è arrivato al negozio, nella periferia di Canton, prima in una zona residenziale e poi, finalmente, in un centro commerciale.
Qui si trovano scarpe simili alle Golden globe, prodotte però lì Cina, per un venditore coreano: buone imitazioni delle originali ma sempre imitazioni, che si vendono online, ma solo per il mercato cinese.
Venderle su siti visibili anche da clienti europei sarebbe troppo pericoloso, spiega il produttore.

Il mercato dei falsi vale circa 338 miliardi di euro ed è proprio la Cina a produrne di più.
Dietro i click con cui compriamo online (1000 miliardi di giro d'affari in Europa) si nasconde evasione, sfruttamento e interessi mafiosi.

La scheda del servizio: F COME FALSO di Luca Chianca
L'inchiesta di Luca Chianca lunedì alle 21.10 su Rai3. In Italia 19 milioni di persone comprano online. Ma su Amazon e Ebay, come anche sulle piattaforme cinesi Alibaba e Taobao gira una quantità incalcolabile di prodotti di marca taroccati. 
"In Italia 19 milioni di persone comprano online. Ma su Amazon e Ebay, come anche sulle piattaforme cinesi Alibaba e Taobao gira una quantità incalcolabile di prodotti di marca taroccati. Come si riconoscono? Basta scegliere dei marchi noti e fare una ricerca online. Se esce un prodotto con il prezzo molto diverso da quello originale, è probabile che sia un falso. C’è una gran quantità di prodotti contraffatti anche tra i pezzi di ricambio, che poi si mescolano con il prodotto originale creando danni al consumatore o all’azienda quando deve riparare in garanzia. Dall'inizio dell'anno a oggi dai nostri aeroporti sono entrati in Italia ben 2,6 milioni di pacchetti, ma l'Agenzia delle dogane riesce a controllare solo il 5% della merce. Il nostro viaggio nei falsi inizia a San Marino e finisce in Cina: siamo stati laddove la merce viene prodotta".

Lo stato del taglio alla spesa (improduttiva)

Facciamo un fact checking sullo stato della spending review, cominciando dalla domanda: le auto blu sono diminuite davvero?

"La spesa pubblica italiana è diminuita, vero o falso? È una domanda per la quale non esiste un'unica risposta. Yoram Gutgeld, da tre anni commissario alla spending review, ci informa che sono stati tagliati capitoli di spesa per 30 miliardi. I risparmi però sono stati reimpiegati in altri capitoli di spesa, dalle pensioni alla sanità e quindi il corpaccione della spesa pubblica è ancora intatto con i suoi 830 miliardi l'anno, di cui ben 327 sono la spesa corrente aggredibile. Cosa c'è lì dentro? Tanto per dire, i costi della politica e della macchina della pubblica amministrazione. E questi sono stati tagliati? Difficile dirlo perché da un lato chi dovrebbe fare i sacrifici riesce con vari trucchi a salvaguardare i propri privilegi, mentre dall'altro lato mancano le informazioni, per esempio sulle spese degli enti locali, su cui il governo centrale non riesce ad avere pieno controllo".

10 dicembre 2017

Se bastasse una manifestazione

La manifestazione antifascista di ieri a Como, come la manifestazione antimafia ad Ostia di qualche settimana fa.
Entrambe manifestazioni importanti, che ci ricordano i pericolo della nostra democrazia, le criminalità che occupano il territorio ad Ostia e i gruppi neofascisti che si fingono portatori di istanze dei più poveri.
La mafia che gestisce i problemi delle famiglie ad Ostia, che porta la spesa a casa agli anziani.
E i fascisti che di giorno distribuiscono pacchi di pasta agli italiani indigenti (prima gli italiani!) e di notte fanno le ronde, contro gli immigrati, contro i venditori ambulanti sulle spiagge.
Scene già viste in Grecia con Alba dorata che, con quel simbolo chiaramente ispirato alla svastica, è pure riuscita ad entrare in Parlamento.

Ci si ricorda della cirminalità e dell'estrema destra solo quando è troppo tardi, quando qualcosa di grave succede ed è sotto i riflettori delle telecamere.
E non basta buttare la palla in calcio d'angolo con “e i centro sociali”, visto che ogni manifestazione in cui sono coinvolti centro sociali finisce sempre in TV con tanto di indagini e arresti.

Ma le manifestazioni contro mafie neofascismi devono essere solo il primo passo: guai se fossero usate solo come strumenti di campagna politica per quel partito o l'altro.
Il M5s che non va a Como perché la manifestazione è organizzata dal PD e viceversa il PD che non va ad Ostia perché ci sono i 5 stelle.

La nostra democrazia ha tra i principi la libertà, è uno stimolo a togliere di mezzo tutto ciò che blocca le libertà delle persone: nell'espressione, nel lavoro, nella vita.
LE mafie e i neofascismi non sono delle ideologie, sono entrambe all'antitesi dei nostri valori democratici, per quanto detto prima.
Ma non dobbiamo dimenticarci che sono presenti proprio laddove lo Stato democratico non è presente: per le mafie vale quanto diceva l'altra sera il procuratore di Como Nicola Piacente. Proprio dove mancano presidi dello Stato, dove la gestione della giustizia è lenta, dove lo Stato è lontano, è presente la ndrangheta.
E le mafie oggi giocano su questa ambiguità: che solo loro difendono il popolo italiano, i poveri, le classi disagiate, dimenticate di governi che salvano le banche e che danno soldi agli immigrati.


Sarebbe un errore regalare all'estrema destra, ai neofascisti questa patente poiché storicamente, piazza Fontana lo ha insegnato, sono braccio armato dei peggiori conservatorismi europei.
La Costituzione e i suoi principi, l'antifascismo (che quello sì, è comune a destra e sinistra), non sono come un ombrello che si tira fuori solo ogni tanto.

08 dicembre 2017

Cose di lavoro – abbiamo fatto cose di destra

Coffee break di venerdì mattina, si parla di lavoro: ospiti la deputata Giammanco di FI, Castaldini di AP e Damiano del PD.
Ma prima un bel battibecco tra due ex alleati: Castaldini che rinfaccia alla deputata di FI di essere rimasti a Silvio Berlusconi. Per sentirsi rispondere che FI con Berlusconi e con le liste civetta “forza Silvio” prenderà i voti e in politica i voti sono tutto.
Battibecco che si è chiuso con queste parole della deputata di AP: “noi in questi anni di governo abbiamo fatto più cose di destra di quanto fatto prima” ..

E il lavoro? Le storie di Ikea, di Nestlè, di Ericsson, di Amazon ci dicono tante cose.
Che le multinazionali che noi abbiamo benedetto sono belle e care, portano posti di lavoro (e un posto di lavoro va sempre bene, ci dice la deputata Giammanco), ma pagano poche tasse e hanno la tendenza ad applicare regole e modi alla stessa maniera in tutti i paesi, senza voler interfacciarsi con sindacati e tavoli di lavoro nei ministeri.
Che Marica, la mamma licenziata da Ikea, è fortunata (così si è espresso il ministro Poletti) perché è stata assunta prima del jobs act e potrà far valere l'articolo 18.
Che si, non sarà sempre colpa del jobs act, ma se oggi crescono i contratti a termine (anche a pochi giorni), se episodi come quelli di Marica, storie di lavoro a cottimo come succederebbe ad Amazon, è perché si è creato un clima sfavorevole per chi lavora.

Veramente pensiamo che un lavoro vale tutto questo? Pensiamo che il paese uscirà da questa crisi impoverendo le persone e il significato della parola lavoro?



E che farà ora il partito di Damiano, che non avrà più come alleati Pisapia, Alfano e gli ex pd della “ditta” ora riuniti in Liberi e Uguali?

07 dicembre 2017

Una questione privata, di Beppe Fenoglio


Incipit

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo.Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo. 
«Quando la rivedrò? Prima della fine della guerra è impossibile. Non è nemmeno augurabile. Ma il giorno stesso che la guerra finisce correrò a Torino a cercarla. È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria». 
Il suo compagno si avvicinava, pattinando sul fango fresco.Perché hai deviato? – domandò Ivan. 
– Perché ora ti sei fermato? Cosa guardi? Quella casa? Perché ti interessi a quella casa? 
Non la vedevo dal principio della guerra, e non la rivedrò più prima della fine. Abbi pazienza cinque minuti, Ivan. 
Non è questione di pazienza, ma di pelle. Quassù è pericoloso. Le pattuglie. 
Non si azzardano fin quassù. Al massimo arrivano alla strada ferrata. 
Dà retta a me, Milton, pompiamo. L’asfalto non mi piace. 
Qui non siamo sull’asfalto, – rispose Milton che si era rifissato alla villa. 
Ci passa proprio sotto, – e Ivan additò un tratto dello stradale subito a valle della cresta, con l’asfalto qua e là sfondato, sdrucito dappertutto.L’asfalto non mi piace, – ripeté Ivan. 
– Su una stradina di campagna puoi farmi fare qualunque follia, ma l’asfalto non mi piace. 
Aspettami cinque minuti, – rispose cheto Milton e avanzò verso la villa, mentre soffiando l’altro si accoccolava sui talloni e con lo sten posato sulla coscia sorvegliava lo stradale e i viottoli del versante. Lanciò pure un’ultima occhiata al compagno. 
– Ma come cammina? In tanti mesi non l’ho mai visto camminare così come se camminasse sulle uova.

Ho appena terminato di leggere "Una questione privata" e mi sembra di non aver letto nulla di importante finora. Nulla di così intenso e trascinante, di intenso e semplice allo stesso tempo, come sanno essere le passioni, raccontate da scrittori che quelle passioni le hanno vissute sulla loro pelle..
La guerra, il coraggio, la fame, i brividi del freddo. E l'odio per il nemico, dopo mesi di sofferenze per questa guerra civile di italiani contro italiani:
Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure, io sono quel medesimo che ti dice: tutti, fino all'ultimo, li dovete ammazzare. E segna quel che ti dico ancora. Quando verrà quel giorno glorioso, se ne ammazzerete solo una parte, se vi lascerete prendere dalla pietà o dalla stessa nausea del fango, sarà un vero tradimento.

La passione per un amore lontano, custodito come un tesoro nei ricordi della propria mente.
Ma anche la gelosia, l'altra faccia dell'amore, quando questo è per una persona forse sfuggente, sicuramente ora lontana.

Una questione privata” racconta di un inseguimento, una verità da scoprire ad ogni mezzo, anche rischiando la propria pelle.
Ci troviamo sulle colline sopra Alba nell'inverno 1944-45, l'inverno più lungo della nostra Repubblica: di ritorno da una perlustrazione, Milton un partigiano “Badogliano”, si ritrova davanti la villa dove viveva Fulvia, una ragazza sfollata da Torino di cui si era innamorato.
Scattò tutta la testa verso di lui e disse: «Come comincerai la tua prossima lettera? Fulvia dannazione?» Lui aveva scosso la testa, frusciando i capelli contro la corteccia del ciliegio. Fulvia si affannò. «Vuoi dire che non ci sarà una prossima lettera?» «Semplicemente che non la comincerò Fulvia dannazione. Non temere, per le lettere. Mi rendo conto. Non possiamo più farne a meno. Io di scrivertele e tu di riceverle».Era stata Fulvia a imporgli di scriverle, al termine del primo invito alla villa. L’aveva chiamato su perché le traducesse i versi di Deep Purple.Penso si tratti del sole al tramonto, gli disse. Lui tradusse, dal disco al minimo dei giri. Lei gli diede sigarette e una tavoletta di quella cioccolata svizzera. Lo riaccompagnò al cancello. 
«Potrò vederti, – domandò lui, – domattina, quando scenderai in Alba?» 
«No, assolutamente no». 
«Ma ci vieni ogni mattina, – protestò, – e fai il giro di tutte le caffetterie». «Assolutamente no. Tu ed io in città non siamo nel nostro centro». 
«E qui potrò tornare?» 
«Lo dovrai». 
«Quando?» 
«Fra una settimana esatta». Il futuro Milton brancolò di fronte all’enormità, alla invalicabilità di tutto quel tempo. Ma lei, lei come aveva potuto stabilirlo con tanta leggerezza?
«Restiamo intesi fra una settimana esatta. Tu però nel frattempo mi scriverai». «Una lettera?» 
«Certo una lettera. Scrivimela di notte». 
«Sì, ma che lettera?» 
«Una lettera».

Per lei scriveva lettere, le faceva ascoltare dei dischi, in inglese. Un amore senza condizioni, come succede solo a vent'anni, forse nemmeno troppo corrisposto.

La custode della villa, che si ricorda delle sue visite alla villa, gli racconta degli incontri notturni di Fulvia con un suo amico, Giorgio.

E poi? 
E poi cosa? – fece la custode. 
Fulvia e… lui? 
Giorgio alla villa non si faceva più vedere. Ma usciva lei. Si davano appuntamento. Lui aspettava a cinquanta metri, addossato alla siepe per confondersi. Ma io ero all’erta e lo vedevo, lo tradivano i suoi capelli biondi. Quelle notti c’era una luna che spaccava. 
E questo fino a quando? 
Oh, fino ai primi dell’altro settembre. Poi successe il finimondo dell’armistizio e dei tedeschi. Poi Fulvia andò via da qui con suo padre. E io, pur affezionata come le ero, fui contenta. Stavo troppo sulle spine. Non dico che abbiano fatto il male…

Eccole le passioni. In quell'inverno dove chi doveva vivere e chi morire lo decideva a volte il caso, dove si doveva dormire nelle stalle, per stare al caldo, dove trovare del pane per riempirsi lo stomaco era una fortuna, dove si doveva stare attenti ad ogni rumore, che fosse una pattuglia di fascisti per un rastrellamento..
In questo momento per Milton, ex studente unversitario, ex ufficiale scappato dopo l'8 settembre per entrare nelle fila dei partigiani, su un collina, la cosa più importante è cercare la verità.
Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un'epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere. Avrebbe rinunciato a tutto per quella verità, tra quella verità e l'intelligenza del creato avrebbe optato per la prima.

Il libro, dal secondo capitolo fino alla fine, è una continua ricerca dell'amico Giorgio, anche lui ex studente e anche lui partigiano come Milton ma in un'altra brigata.
Da stasera voglio convincermi che a partire da maggio i nostri uomini potranno andare alle fiere e ai mercati come una volta, senza morire per strada. La gioventù potrà ballare all'aperto, le donne giovani resteranno incinte volentieri, e noi vecchie potremo uscire sulla nostra aia senza paura di trovarci un forestiero armato.”

Sullo sfondo della sua ricerca, vediamo coi nostri occhi cosa sia stata la guerra di liberazione, lontano anni luce dalla retorica: il fango che ti si attacca ai vestiti, la pioggia che ti entra dentro come un panno, la nebbia densa come un mare di latte e che non ti fa vedere nulla. Nemmeno il nemico con una divisa diversa dalla tua.
Forse proprio per la nebbia Giorgio è stato catturato da una pattuglia della San Marco (la parte schierata con Salò) e portato ad Alba, come un trofeo, verso una sicura morte.
Che fare? Disobbedendo alle regole, al buon senso, alla ragione, Milton si mette in cerca, andando nelle altre brigate, a cercare un soldato di Salò da scambiare per Giorgio.

Ma l'inseguimento della verità, più forte “dell'intelligenza del creato”, sarà una corsa verso un'illusione, verso un sogno effimero. Ma forse non è anche questo l'amore, un sogno?
Il finale, forse lasciato senza una definitiva rifinitura dell'autore (lo scrive Gabriele Pedullà nell'introduzione dell'edizione di Einaudi appena uscita), è aperto, almeno io l'ho inteso tale.
C'è tutto il senso della tragedia, in quelle righe:
Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò.

La folle corsa, le fucilate dei fascisti, il fango in cui è immerso il corpo e il desiderio di continuare a vivere. Continuare a vivere nonostante l'unica speranza che lo tiene in vita forse è vana, nonostante il tradimento dell'amico. Un romanzo cavalleresco, epico – scrive Italo Calvino su questo romanzo, nella prefazione a “Il sentiero dei nidi di ragno”.

La scheda del libro sul sito di Einaudi.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

5 colpi alla 'ndrangheta – la serata finale ad Inverigo


Si chiude ad Inverigo la serie diincontri dedicati alla cultura della legalità e per il contrasto alle mafie in Brianza – 5 colpi alla ndrangheta: cinque serate cominciate con l'incontro a Lurago d'Erba “La lotta alla corruzione e il monitoraggio civico” con Ester Castano giornalista antimafia e Leonardo Ferrata, e terminata ieri sera con l'intervento delprocuratore Nicola Piacente assieme al giornalista Paolo Moretti.

La presenza della mafia dentro la nostra società, che si prendono imprese, strutture commerciali, portano pacchetti di voti a quel politico con pochi scrupoli è un fatto noto, di cui tutti sono consapevoli.
Anche qui nella sonnolenta provincia di Como, una zona quella dell'altra Brianza che fa raramente notizia, zona di piccole industrie in parte spazzate via dalla crisi, ma dove comunque c'è ancora una certa ricchezza.

Un po' di numeri: negli ultimi sette-otto anni nella provincia di Como, sono state arrestate (per l'inchiesta Crimine-Infinito) 55 persone con l'accusa del 416 bis, di queste 20 sono state poi condannate in via definitiva.
Le indagini dell'antimafia hanno portato alla scoperta 5 locali di ndrangheta, ad Erba, Mariano (che ha il ruolo più alto di Crimine), Canzo, Fino Mornasco e Cermenate.
Ad Inverigo è vissuto per anni Antonino Belnome, oggi importante collaboratore di giustizia.
Ma il fenomeno delle mafie al nord non comincia in questi anni.

Il procuratore capo di Como Nicola Piacente per prima cosa ha voluto ringraziare i presenti all'incontro: la sala era piena, indice di sensibilità da parte del territorio su questo argomento.
La sua presenza qui era di testimonianza del valore della legalità – anche questo è il ruolo dell'autorità.

Piacente per conoscere questo territorio e le sue dinamiche criminali, ha dovuto studiare: oggi ricopre il ruolo di procuratore a Como da due anni, arrivando dalla DDA a Milano, dove aveva affrontato la mafia su un territorio diverso.

La caratteristica della nostra cultura è la mancanza di memoria”: questa la prima riflessione: siamo convinti che le strategie stragistiche della mafia siano cominciate con gli attentati a Falcone e Borsellino. Oggi non ci ricordiamo della strage di Portella della Ginestra, un attentato indiscriminato avvenuto in Sicilia il 1 maggio 1947 contro lavoratori che lottavano contro la cultura latifondista.
Anche in quella strage, poco ricordata, furono uccise donne e bambini: la storia si ripete, come poi successo coi crimini di Riina che faceva uccidere i figli dei suoi nemici poi sciolti nell'acido.

Come è arrivata la mafia al nord? Negli anni 50 fu approvata la prima misura di prevenzione che spostava le persone sospettate di ndrangheta lontani dalla loro comunità, qui al nord.
Ma questa non fu l'unica causa della diffusione della ndrangheta, visto che questa si è diffusa anche in Germania e in America, dove i mafiosi non sono arrivati in soggiorno obbligatorio.
La causa principale è la presenza del capitale: noi pensiamo alle mafie solo come fenomeno criminale, militare, che intimidisce le persone solo con l'uso delle armi e della violenza.
Ma il fine della mafia è l'accumulazione del capitale ma spesso, anche noi magistrati ci siamo concentrati solo sulle armi.
Così al nord si creavano le locali, una clonazione di una struttura ndranghetista, molto legate alla madre Calabria, la terra d'origine, che ha ancora una funzione di “camera di controllo” per verificare l'applicazione delle gerarchie e degli ordini impartiti e che devono essere rispettati anche fuori dalla Calabria.
Non solo a Como ma anche alle cosche in Svizzera e nel Canton Ticino.

La presenza della ndrangheta è occulta, che cerca di fare affari nei piccoli centri: Milano ha solo 3 locali, presenti storicamente in questo territorio.
Mentre invece nei piccoli centri troviamo cosche che si sviluppano lontano dai riflettori delle grandi città.
Sono territori dove si registra un'assenza di prevenzione della polizia: a Como c'è una sola Squadra Mobile e nessun commissario, così sul territorio il contrasto alla criminalità lo devono portare avanti solo i carabinieri, con pochi uomini.
Una cosa che mi stupisce – un commento del procuratore – è che sono stati aboliti presidi della Guardia di Finanza, in territori di passaggio di capitali.

Il giornalista Moretti ha introdotto la storia dell''inchiesta di Cantù: qui è presente una compagnia di Carabinieri e questo ha fatto sì che certe voci si siano poi trasformate in una inchiesta che ha portato poi a degli arresti.

Il procuratore Piacente ha spiegato come il fenomeno di Cantù sia differente: non ci sono imprese da colonizzare, qui la ndrangheta voleva entrare nel tessuto dei commercianti perché voleva controllare il mondo della movida dei giovani.
L'obiettivo erano i bar che si volevano prendere usando le intimidazioni mafiose: sono azioni che potrebbero anche essere considerate come atti di bullismo (come molti esponenti politici hanno cercato poi di minimizzare).
Ma anche questo non è un fatto nuovo: nel 2010 ad Erba in una notte sono saltate 2 discoteche, un segnale premonitore del fatto che la ndrangheta volesse entrare nell'area del divertimento. Anche allora si qualificò l'attentato come una ragazzata.
Ma attraverso il controllo del divertimento la ndrangheta ottiene un importante risultato: il consenso sociale da parte delle persone e anche questa è una manifestazione della mafia.
L'intrattenimento made in mafia, come il lavoro nero controllato dalle cosche: quest'ultimo fenomeno è una forma di welfare mafioso, una forma di ammortizzatore sociale con cui le mafie danno lavoro a persone in difficoltà.
Queste sono forme più pericolose del fenomeno mafioso, perché quando c'è consenso, questo si accompagna all'omertà nel non sentirsi in obbligo di denunciare nulla.
Chi è riconoscente all'organizzazione, che gli ha dato lìil divertimento, che gli ha dato un lavoro, ha meno tendenza a collaborare.
I numeri parlano chiaro: a Como stanno monitorando da anni i fenomeni spia della mafia, telefonate anonime a professionisti, minacce, incendi a locali o capannoni, colpi di arma da fuoco.
Sapete quante denunce sono state fatte dalle persone minacciate? Zero.
Ogni mese avvengono due episodi di questo genere e nessuno denuncia e le vittime spesso negano di essere state minacciate, di avere nemici.
Succede al sud e anche nel nord, l'Italia unita.
Ci sono imprenditori che mentono perché nemmeno hanno la coscienza a posto, per reati commessi nel passato che ora temono che con delle indagini, possano venire fuori.
Così tutti stanno zitti.
Il procuratore ha citato degli episodi di giustizia fai date che sono avvenuti nell'alto lago: persone che regolavano i conti con qualche schioppettata o con qualche fuoco da appiccare.
Sono anche queste zone con pochi presidi di polizia: in assenza dello Stato, della sua azione efficace nel gestire questi contrasti, succede questo, al sud come al nord.

Lo stesso principio vale per altri servizi offerti dalle mafie, come i prestiti ad usura a imprenditori che non ottengono risorse dalle banche.
La mafia negli anni sessanta e settanta ha accumulato così tanti capitali, erano gli anni del boom, che poi nel duemila ha potuto usare per sopperire ai prestiti bancari.
Ma quando un imprenditore entra in questo tunnel non ne esce più: facendosi prestare soldi dalla ndrangheta, questa piano piano si prende tutta l'azienda e il proprietario rimane solo un prestanome, una testa di legno.
C'è uno stadio iniziale in cui le vittime sembrano beneficiate, ma è solo l'inizio della fine.

Siamo un paese di evasione generale, di non rispetto della norma: questo spinge in molti a ricorrere ai servizi della mafia per ripulire il denaro, per pagare meno tasse, per il recupero crediti.
Ma in questo modo le vittime diventano due volte prigioniere: della mafia e dallo Stato e così si tende a non denunciare perché se lo facesse, dovrebbe denunciare anche la sua evasione tributaria nel passato.

Di tutto questo è anche colpa della lungaggine dei procedimenti civili, che sono anche causa dei bassi investimenti nel nostro paese dall'estero, dei tempi della giustizia: ricorrere alle mafie è, nel breve, più efficiente, ma sono solo scappatoie che poi alla lunga si pagano.

Ci sono state poi delle domande da parte del pubblico, molto interessanti:
- come è stato possibile arrivare ad una storia come quella di Seregno, col consiglio comunae sciolto?
- il rapporto tra il culto del denaro al nord e lo stesso culto dell'accumulo di capitali da parte dei mafiosi: una comunione di intenti. Cosa possiamo insegnare ai nostri giovani?
- Come è andata a finire l'inchiesta sulla Perego strade, per il filone dello smaltimento rifiuti, sotterrati sotto l'ospedale S Anna?

L'inchiesta di Seregno racconta una storia di consenso, di politici che hanno accettato pacchetti di voti. Il politico come anche il funzionario di banca che si rivolge alla criminalità per il recupero crediti, sapendo che quelle persone sono mafiose (è successo a Mariano). Sono persone che poi diventano capitale sociale delle mafie, ovvero persone che pur non essendo affiliate, agevolano la loro attività.

Il problema – ha voluto precisare il procuratore – non è il consenso in sé, ma il non rispettare le leggi e i principi costituzionali.
Non basta dire ripartiamo dalle scuole: la cultura della legalità, dell'etica, deve iniziare dalle famiglie.
Con le mafie sta succedendo che il peggio del sud ha incontrato qui il peggio del nord, finché continuerà questo non ci sarà futuro nel nostro paese.

Il processo sulla Perego strade, per il filone ambientale, finirà probabilmente in prescrizione, perché l'Italia è l'unico paese in cui la prescrizione non si ferma mai, nemmeno quando inizia il processo.
Così molti di questi, per i tempi lunghi della giustizia, finiscono in prescrizione e questo costituisce un fallimento.

In Lombardia convivono più o meno pacificamente tutte le mafie: Camorra, ndrangheta, la mafia siciliana e la sacra corona unita. Il loro obiettivo sono i soldi che qui al nord continuano a circolare.
Si sono divisi i reati in settori: la prostituzione alla criminalità straniera, i cinesi, i nigeriani, gli albanesi; l'infiltrazione nelle imprese alla ndrangheta; le rapine ai portavalori sono principalmente della Camorra.

Tutto questo avviene sotto il tacito consenso della società, che per prima cosa dovrebbe preoccuparsi di come allontanare questi fenomeni criminali, come stimolare i propri anticorpi.
Cominciando dalle elezioni, dai candidati che non dovrebbero frequentare certi personaggi che a livello locale sono già noti.
A Mariano, per esempio, era d'uso per un consigliere comunale, portare il suo santino elettorale a Muscatello, capo della locale.

Per battere la criminalità occorre creare una sinergia tra cultura, legalità e valori civici. Occorre il contributo di tutti.
E la grande quantità di persone che hanno seguito questi incontri, organizzati dai comuni e dal circolo Ilaria Alpi, sono solo di buon auspicio.


06 dicembre 2017

Nuovi modelli

Stanno sparendo tutti i luoghi di aggregazione, ci stiamo muovendo verso un modello sociale che, se dovesse prendere piede, ci farà cambiare abitudini.
Non andremo pià al supermercato perché la merce arriverà a casa.
E se dovessimo andare al supermercato, non troveremo nessun commesso.
Niente coda al supermercato niente coda in banca, si fa tutto online, sportello fai da te.
Anche per il lavoro, si sta affermando il modello "smart" che una volta avremmo chiamato telelavoro: niente ufficio, te ne stai a casa collegandoti in remoto.
Avremo più tempo per dedicarci a noi stessi, alle persone cui vogliamo bene. 
Forse.
L'impressione è che, nonostante tutto, il tempo non sia mai a sufficienza.
E che si passi troppo tempo da soli.

La via della politica

In politica, almeno nel nostro paese, non sempre la via più breve per unire due punti è la retta.
Spesso, sempre a casa nostra, per unire due punti servono linee intricate, difficili da sbrogliare.
Così, per difendersi da quelle che la sottosegretaria Boschi considera delle accuse, dopo aver annunciato (sui giornali e su Facebook) la querela contro il direttore De Bortoli, passati diversi mesi ha deciso di seguire la via della denuncia in sede civile.
Ovvero, chiederà un risarcimento danni per quello che De Bortoli nel suo libro ha scritto nel libro "Poteri forti": nel 2015, l'allora ministra per le riforme aveva chiesto all'amministratore di Unicredit Ghizzoni un interessamento per salvare Banca Etruria, dove il padre era vicepresidente.
"L'allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricòun suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere. 
Passeranno meno prima che ci sia una pronuncia in sede civile, dove forse non si capirà mai come sono andate le cose e così tutti si dimenticheranno quello che è successo.
Eppure bastava seguire la via penale oppure, ancora meglio, chiedere l'audizione di Ghizzoni presso la commissione parlamentare presieduta da Casini dove i renziani del Pd hanno pure un ruolo.
Niente da fare.
Si dirà: ma era corretto che un politico si interessasse ad una banca in crisi (il risparmio delle famiglie, la salute del sistema bancario ..).
Vero: ma a che titolo si è informata dei problemi della banca aretina? Per motivi familiari (facendo valere il suo peso politico, magari) o per questioni istituzionali?
Seconda obiezione: la ministra Boschi si è sempre difeso dicendo di non essersi mai occupata delle banche e nello specifico di questa banca, di non aver mai avuto comportamenti "in conflitto di interesse" (di fronte al Parlamento aveva anche difeso il padre, una brava persona).
"Vediamo di essere chiari: non ho mai chiesto all'ex Ad di Unicredit, Ghizzoni, né ad altri, di acquistare Banca Etruria" (la replica su FB, ormai diventato organo di stampa ufficiale dei nostri rappresentanti, più delle Camere).

C'è un termine usato nella politica americana: si chiama accountability ed è quanto gli elettori chiedono ai loro rappresentanti, ovvero essere trasparenti nei loro atti, non mentire al paese.
Saper rendicontare di fronte al paese come hanno speso le loro risorse.
Senza comportamenti in ottica di trasparenza, tracciabilità, il rischio è che queste vicende diventino poi armi per la campagna elettorale in seduta permanete contro o pro quel politico o quel partito.
Da una parte le accuse di macchina del fango, dall'altro le accuse di essere parte del sistema malsano bancario.

Peccato che nemmeno la commissione di Casini, che è un organo politico, sembri voler mettere chiarezza: il M5S chiede Ghizzoni, e allora io chiedo l'audizione del governatore Zaia e poi anche di una consulente di Veneto Banca, Ippolita Ghedini, sorella di Niccolò Ghedini e moglie del procuratore di Treviso Michele Dalla Costa, anch’esso convocato.
Il che sembra un messaggio del PD a Forza Italia: non tirate troppo la corda, non conviene nemmeno a voi..

E, come in MPS, una mano lava l'altra e tutti vissero felici e contenti.

04 dicembre 2017

Report – Italia vendesi

Un bel servizio sulla fine della politica industriale in Italia, poi il peso delle lobby e la parità salariale uomo donna.

Ma prima, un approfondimento sugli studi alimentari. Ma tu, che cavolo mangi?


In tempi di rischi alimentari, almeno possiamo consolarci con un caffè?
No, danneggia il cuore, fa venire l'ansia, falso fa dormire ..
Riduce il rischio di tumore al fegato.
A Boston il direttore del dipartimento di nutrizione rassicura: il caffé ha dei benefici e rassicura, niente soldi dall'industria del caffè.

Invece gli studi su zuccheri e grassi sono spesso inficiati da interessi dell'industria: come gli studi della Mars sui benefici del cioccolato.
Il cacao contiene anti-ossidanti, ma l'insalata fresca sull'uomo ha più potenzialità antiossidanti, ma non vale per quella in busta.

E i super cibi, come zenzero e le bacche di Goji? Non esistono evidenze sull'uomo, dunque gli effetti di questi cibi sono da prendere con le pinze.
Non solo: “la nutrizione deve essere sartoriale”, spiega un ricercatore dell'AIRC, dipende dal contesto dove vive la persona.

Gli studi seri si fanno su un campione vasto di persone: su queste basi si riescono a fare statistiche accurate, come per esempio per capire la correlazione tra grassi industriali e cancro.
Ci sono studi falsi che correlano latte e latticini con cancro.
E' complicato stabilire questa correlazione: sappiamo che il calcio fa allungare le ossa che però sono soggette maggiormente a fratture.

La nutrizione è importante nella prevenzione delle malattie: peccato che oggi i medici non fanno studi sulla nutrizione e che molti di questi siano pagate dalle aziende.
Per esempio Coca cola che finanzia ricerche che poi assolvono le bevande zuccherate dall'obesità.
In Europa è EFSA che deve stabilire se un cibo è nocivo per la salute: ma non esiste una legge che rende trasparente la ricerca nell'Unione, dice il commissario alla salute alimentare.

Peccato che sulle decisioni dell'Europa pesano le pressioni delle lobby, come racconterà il servizio di Giorgio Mottola, dove si racconterà la storia della sigaretta elettronica e di come la sua diffusione è stata bloccata dalle tasse imposte dal nostro Parlamento.


In questi anno abbiamo trasferito all'estero parte della nostra storia industriale, da Fiat a Pirelli, i nostri prodotti alimentari, lo spumante, i marchi del lusso, il nostro patrimonio paesaggistico in Sardegna, come la Costa Smeralda.
Ci rimangono i veleni dell'acciaieria più grande d'Europa, perché i Riva più che alla salute hanno pensato a mettere i soldi nell'offshore.
Mentre a Taranto si causavano morti e malati, i Riva si sono arricchiti e oggi la trattativa per la vendita agli indiani è in crisi per un ricorso al TAR della regione.
Un buon imprenditore è anche una persona che si cura della salute delle persone – così parla il santo padre: non uno speculatore che vede solo il profitto e allora l'economia perde contatto con le persone concrete.

Il servizio di Giovanna Boursier – Venduti- è partito dall'Ilva: gli indiani hanno vinto la partita coi francesi, al prezzo di 4000 esuberi.
A Taranto negli altoforni lavorano col carbon coke, per uno stipendio di 1500 euro: il ministro nell'intervista ha rassicurato che le persone in esubero saranno impiegate nelle bonifiche.
La storia dell'Ilva è una storia di inquinamento, di soldi trasferiti all'estero, schermati dietro paradisi fiscali, di tanti commissari che si sono susseguiti senza che le bonifiche siano andate molto avanti.
Nelle mani dei commissari c'è la salute dei cittadini e il futuro di Taranto: sono loro che hanno scelto Mittal e Marcegaglia, che manterranno la produzione a carbone (mentre l'altra cordata che aveva dentro anche CDP pensava ad una trasformazione a gas).

Oggi, pur di non chiudere, si va in deroga alle prescrizioni e la scelta della produzione a carbone non va bene al presidente Emiliano.
Perché è stata scelta Mittal che fa la carbonizzazione?
Mittal ha offerto di più, compra a 1,8 miliardi: ma nel bando l'offerta economica vale solo il 50%, la questione economica solo il 15%.
Viene il sospetto che la cordata CDP fosse servita solo a far rilanciare l'offerta degli indiani – dice la giornalista.
C'è poi la questione dell'antitrust per cui, per limiti imposti dall'Europa, Marcegaglia dovrà sfilarsi. Chi prenderà il suo posto, con quel 15%, in questo caso?

Nel frattempo Ilva continua ad inquinare: nelle giornate di vento la polvere entra nelle case e nelle scuole, che devono essere chiuse.
Succede nel quartiere Tamburi, dove la gente vorrebbe anche andarsene via, se solo avesse la possibilità: la gente ha sempre lottato per coprire i parchi minerari, sopra la collina.
Quando scatta l'allarme vento la gente si chiude in casa: l'ultima volta il 28 novembre, case e scuole chiuse.
I bambini forse sono contenti, ma il diritto allo studio che fine ha fatto?
La mortalità nei bambini fino a 14 anni è più 21%: nell'aria si trova diossina, che non ha limiti per legge, che esce dai camini ed entra nelle acque.

I parchi non sono coperti da anni e ora Mittal ha imposto una deadline nel 2020 mentre Calenda vorrebbe anticipare: il senatore Della Seta (ex PD) ricorda tutti i decreti salva Ilva che anziché tutelare la salute tutelavano il profitto dei Riva.
Della Seta ha continuato a rompere le palle, anche ora con la Mittal: quell'impianto non ha futuro se non si risana l'ambiente. L'ex commissario Bondi infatti voleva riconvertire già anni fa a gas, ma poi è stato cacciato da Renzi.

A fine maggio arrivano i miliardi confiscati ai Riva, per la tutela della salute, fuori dal perimetro delle bonifiche in carico a Mittal.
Con quali garanzie? È questa la preoccupazione di Emiliano e del sindaco tarantino.
E le trattative sugli esuberi stanno andando avanti e sono partite pure male: Mittal intende assumere col jobs act, facendo perdere ai dipendenti Ilva almeno 6mila euro l'anno.
Dopo uno scontro ad ottobre, il confronto è ripartito a novembre: dobbiamo aspettare però, perché per il momento Mittal è in affitto, non ha ancora comprato.
L'obbligo di acquisto è solo dietro due condizioni: l'ok dell'Europa e dei sindacati, mentre il contratto è top secret.

Insomma, nessuna garanzia – dice Emiliano.
Calenda spiega che è firmato il contratto d'affitto, è vero: ma è l'unico progetto industriale possibile e i sindacati devono assumersi le loro possibilità.
Così, dopo che sindaco e governatore hanno fatto ricorso al TAR, Calenda ha fatto saltare il tavolo.
Sembra un gioco in cui nessuno vuole fare un passo indietro.

I debiti dei Riva sono stati in parte sanati da Banca Intesa che ora ha tutto l'interesse a vendere l'impianto alla cordata che ha una parte economica migliore, non gli interessa la componente ambientale.
La politica industriale la fanno le banche e non la salute delle persone.

Fiat in America, Ducati ai tedeschi, Parmalat ai francesi, Penigotti ai turchi, poltrone Frau ai russi, mentre Luxottica si sta trasferendo a Parigi.
Siamo un paese in ritirata – dice l'ex presidente dell'Iri Prodi.
Siamo un paese industriale, di piccole e medie imprese: abbiamo medie imprese che sono però formidabili.

Brioni ha vestito grandi attori, presidenti americani: dal 2011 è passato ai francesi che sono passati alla produzione industriale, tagliando i posti di lavoro in Italia.
Era un motivo d'orgoglio lavorare in Brioni: pensavano che l'arrivo dei francesi fosse una fortuna, dopo la crisi.
Oggi i francesi hanno dimezzato i lavoratori, hanno chiuso la linea femminile e molti lavori fatti a mano sono fatti dalle macchine.
E gli operai hanno paura a parlare di fronte alla giornalista: “speriamo di lavorare”.

Chi la fa la politica industriale? I governi, risponde l'ex presidente Prodi: come fanno i francesi, che difendono i loro marchi.
La vendita dei patrimoni industriali impoverisce anche la classe dirigente: i francesi comprano gli asset stranieri per eliminarli, per ammazzare la concorrenza.

Anche Telecom è in mano francese: Vivendì ha il 23% e nemmeno ce ne siamo accorti subito.
Vivendì ha mentito di fronte alla Consob: chi controlla Telecom può controllare dati tabulati di 40ml di persone, controlla Telsi che gestisce i dati criptati in Italia, i dati digitali della PPAA, TV Sat ovvero il digitale terrestro, Tim e Sparkle (i cavi sottomarini dove passa il traffico internet verso Turchia e Israele).
Attraverso Telecom passano dati strategici: il governo può applicare il golden power ma fino a dove può arrivare?
Calenda racconta che ha esercitato il potere di controllo fino a dove può e che ha rinfacciato a Vivendì il suo comportamento scorretto.
Le prescrizioni del golden power sono chiare: per interesse nazionale nomina dei manager italiani anche se, ricorda il ministro, non è che Telecom in mani italiane sia stata gestita meglio.

Bollorè controlla un gruppo da 7 mld di dollari, è dentro i trasporti, telecomunicazioni, nell'agroalimentare (i vini), l'assicurazione e le banche.
È stato sanzionato dalla Consob per 3ml di euro per la scalata dei Premafin: dopo la denuncia di Berlusconi è indagato dalla procura di Milano per la scalata Telecom.
Sulla sua rete passano le telefonate della procura di Milano e della Rai, con la trasmissione Report.

La partita sull'ultimo miglio: il governo Letta ha detto no allo scorporo della rete, mentre ora Calenda si dice favorevole, perché è un asset importante.
Servono due società, una di rete e una di servizi da mettere a mercato: sulla rete passano le telefonate, internet. Senza rete è difficile fare sviluppo industriale: serve investire nella banda larga, ma Tim non ha soldi.
Ora abbiamo due società della rete per fare la banda larga, Telecom e Open fiber (voluta da Renzi): c'è il pericolo della duplicazione dei costi, non ne avevamo bisogno – commenta l'economista Sapelli.

Forse Renzi sapeva che Vivendì si stava prendendo Telecom?
E se ora i francesi non accettassero la fusione delle due reti?
Il senatore Mucchetti ha una sua soluzione: Telecom entra in Open fiber, con uno scambio telefonia – rete coi francesi per fare in modo che lo Stato si riprenda la rete, che dovrebbe vendersi la sua parte di telefonia.

AD di Open Fiber è Starace che si dice contrario alla fusione; nemmeno il ministro vuole parlare di questa fusione.
Vediamo come va a finire.
Però i francesi quando siamo noi a prenderci dei pezzi del loro sistema bloccano tutto: Macron appena eletto ha nazionalizzato i cantieri e ha fatto valere i suoi diritti di prelazione su STX.
L'Italia su questi cantieri ha una governance ma sotto controllo dei francesi: per far nascere un nuovo polo per navi militari con Naval group dice Calenda.
Però il rischio è che i francesi di Naval Group si prendano gli appalti più grossi, perché sono più grandi di Leonardo (Finmeccanica).
Non dobbiamo avere paura di soccombere coi francesi, chiude la discussione Calenda.

Viene da pensare male: molti istituti bancari sono finiti in mano francese, controllano il gruppo assicurativo Generali. Manager francesi controllano pezzi strategici della nostra finanza, sanno le criticità delle nostre aziende e potrebbero appoggiare, in caso di scalate, i francesi.

La vendita della Costa Smeralda.
La Costa Smeralda ha un mare più bello al mondo: dagli americani siamo passati agli arabi del Qatar.
Il piano paesaggistico di Soru intendeva difendere le coste: ora la regione ha modificato il piano, dando la possibilità di costruire a 300metri dal mare, per progetti di rilevanza sociale.
Ovvero edilizia turistica, alberghi e non ospedali: il Qatar si è preso una parte della Meridiana, sta completando l'ospedale di Olbia (che doveva costruire il San Raffaele).
A fianco dell'ospedale però un campo da calcio, un hotel: tante strutture bellissime dice il sindaco di Olbia, che vuole costruire alberghi dove dice lui.
Tanto prima o poi arriva la legge del presidente Pigliaru.

A meno che non arrivi l'agricoltore Marras: in dialetto sardo ha spiegato che si è opposto a tutti i progetti di costruzione, rifiutando offerte da 700ml.
La terra resta, i soldi volano – dice.
Marras, ministro per la tutela all'ambiente.
Perché se dobbiamo aspettare il governo, la burocrazia, i sindacati e le loro scelte miopi: paghiamo anni di ricatti degli imprenditori nei confronti dei politici.